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L’appello della Prima repubblica: fermatevi!

Se la Prima repubblica potesse parlare direbbe all’incirca questo: “Dal lontano esilio in cui mi avete relegato riesco ancora a seguire le vicende del Paese che ho ricostruito e poi governato per quasi cinquant’anni. E vedo che regna tra voi un totale sconforto. Nulla funzione come dovrebbe nessuno merita la vostra fiducia e non riuscite a vedere la luce in fondo al tunnel.

Normale che, a questo punto, vi interroghiate sulle ragioni di questo disastro. Non parlo, qui, dell’uomo della strada. Una figura che va molto più rispettata perché, in democrazia, il suo è il giudizio definitivo. Ma allo vostra classe dirigente che ha l’onore e l’onere di formulare diagnosi e di indicare rimedi.

Ciò detto, sono proprio queste diagnosi e questi rimedi a lasciarmi profondamente perplessa, di più: estremamente preoccupata. E non mi riferisco al palleggiamento di responsabilità tra berlusconiani e antiberlusconiani: il vostro Cavaliere sarà (anzi è) un pericoloso illusionista, ma è stato al governo per appena nove anni su ventuno gli altri dodici essendo equamente spartiti tra una sinistra per lo più governata da tecnici e tecnici per lo più appoggiati dalla sinistra. E, dunque, nessuno, dico nessuno, è in grado di chiamarsi fuori. E, soprattutto, non sono in grado di farlo le nostre èlite. Quelle che hanno governato, anche in prima persona, il nostro Paese e che oggi, sempre in prima fila, sono lì a spiegarci natura della malattia e ricette per la guarigione.

Ora, a ben vedere, queste ricette si riducono ad una sola: continuare la cura intrapresa vent’anni fa ma aumentandone fortemente le dosi. E qui devo assolutamente dire la mia. Come testimone dei fatti e aggiungo, come parte lesa .

So bene, infatti, che la seconda repubblica è nata contro di me. Processando sulla pubblica piazza non solo i miei gruppi dirigenti ma i principi stessi in base ai quali avevo vissuto. Principi che voglio ricordare qui, e nel modo più solenne anche perché non vengano cancellati definitivamente dalla vostra memoria.

Vi avevo promesso: più libertà, più diritti, più eguaglianza, più inclusione, più democrazia e, se permettete, ho mantenuto la promessa. L’ho fatto, certo, chiamando in causa tutti gli strumenti che avevo a disposizione – partiti, sindacati, partecipazioni statali – e inventandomi sempre nuove occasioni e strutture per l’esercizio della democrazia. E ho costantemente sostenuto questo processo con il ricorso alla spesa pubblica. Mentre, me ne rendo conto, non rientrava nei miei orizzonti (o più esattamente in quelli dei miei principali azionisti) l’idea dello Stato come garante di ultima istanza degli equilibri del sistema.

Ora, i signori che mi hanno processato, potevano anzi dovevano rimettere in discussione il mio funzionamento. Hanno, invece, scelto di rimettere in discussione i miei principi. Così, se io avevo operato, sempre, con il segno più, loro avevano nel loro dna il segno meno. Troppo stato, troppi partiti, troppa democrazia, troppi diritti, troppa spesa pubblica, troppe istituzioni rappresentative, troppo sindacato, troppo benessere. Un elenco che stilo come mi viene, ma che potrebbe continuare all’infinito. Come continua all’infinito il ciclo delle rinunce sempre, beninteso, nell’interesse del Paese.

Su questo salasso permanente e sui suoi effetti perversi ci sarebbe molto da dire . Ma non voglio tediarvi con le mie lamentele. Quello che oggi mi sconvolge è di sapere, dai suoi stessi promotori, che il salasso non basta. Che bisogna andare oltre. Che chi lavora a tempo indeterminato o percepisce una pensione al di sopra della media è un privilegiato. Che la spesa pubblica deve essere ulteriormente tagliata, accada quello che accada. E,in definitiva, che chi prende le distanze da un governo basato sulla sospensione della democrazia, è una specie di nemico della patria.

A furia di tagliare, siamo arrivati agli organi vitali della nostra repubblica democratica. E, allora, con il poco fiato che mi resta, vi imploro di riflettere. E di fermarvi.

Alberto Benzoni