Politica

L’attualità del riformismo: una politica di cambiamenti concreti

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  • Tra democrazia liberale, giustizia sociale e nuove sfide globali, il riformismo può tornare ad essere una bussola per la sinistra. Ma solo se smette di essere un’etichetta e si misura con programmi verificabili

Nel Novecento, definirsi riformisti significava distinguersi tanto dai massimalisti quanto dai conservatori. I primi puntavano a trasformazioni radicali, spesso immaginate come una rottura con l’ordine esistente; i secondi diffidavano del cambiamento. I riformisti sostenevano invece che fosse possibile incidere sulla società attraverso passaggi graduali, senza violenza e nel rispetto delle istituzioni democratiche. La differenza, tuttavia, non riguardava soltanto il metodo: alla base vi era il riconoscimento della democrazia liberale e dell’economia di mercato come coordinate entro cui orientare l’azione dei socialisti democratici.

Oggi, nella sinistra, quella contrapposizione storica ha perso gran parte del suo significato politico e culturale. In una democrazia liberale e in un’economia aperta, il riformismo non è una via tra molte: è il metodo concreto con cui si può perseguire il cambiamento. Non coincide, però, con l’accettazione passiva delle regole esistenti. Si oppone tanto al pessimismo conservatore quanto alla fiducia che il mercato, lasciato a sé stesso, possa risolvere ogni problema (neoliberismo); e prende le distanze anche dall’ottimismo semplicistico di chi promette trasformazioni senza misurarne condizioni e conseguenze (demagogie e populismi).

 

Una missione di equità e sviluppo

La sua attualità si misura negli obiettivi: ridurre le disuguaglianze, rafforzare la coesione sociale, promuovere pari diritti e opportunità per donne e uomini, cittadine e cittadini. Significa creare condizioni di partenza più eque e garanzie di sicurezza, sostenendo al tempo stesso lo sviluppo e l’innovazione. La giustizia sociale e la crescita economica, in questa prospettiva, non sono necessariamente obiettivi contrapposti: la politica è chiamata a comporli con strumenti efficaci e sostenibili.

Nel dopoguerra, il pensiero riformista operò a lungo da una posizione minoritaria, mentre la scena italiana era dominata dalla Democrazia Cristiana e dal Partito comunista. Eppure, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, diverse culture contribuirono al dibattito e alla trasformazione del Paese. Vi fu il riformismo sociale di ispirazione keynesiana, legato all’esperienza di «Cronache sociali» e a figure come Dossetti, Fanfani e Moro, quindi sviluppato anche attraverso il lavoro di Pasquale Saraceno e la sua attenzione all’intervento pubblico nell’economia. Vi fu la visione liberal-progressista e “municipalista” di Adriano Olivetti, che immaginava una fabbrica a misura d’uomo; e vi furono gli «amici del Mondo».

L’incontro di queste esperienze con il socialismo riformista, rappresentato da protagonisti come Riccardo Lombardi e Antonio Giolitti, contribuì alla stagione del centro-sinistra storico. Fu un percorso non privo di limiti, ma capace di produrre riforme e di alimentare una domanda di modernità e progresso civile. Dopo una fase di oblio, il richiamo al riformismo tornò in auge nel dibattito politico all’inizio degli anni Ottanta, con Bettino Craxi.

 

La sfida dell’unità

Il Partito Comunista Italiano ebbe un ruolo rilevante nella storia repubblicana, dalla stesura della Costituzione allo sviluppo dello Stato sociale. Per lungo tempo, tuttavia, il suo orizzonte rimase quello del superamento del capitalismo e della costruzione di un diverso sistema socialista. Questa prospettiva rese più difficile l’unità delle forze riformiste, un’unità che avrebbe potuto sostenere con maggiore efficacia il processo di cambiamento e contrastare le spinte a ridimensionare le conquiste economiche e civili.

Al patrimonio riformista contribuirono in seguito anche le componenti del PCI definite «miglioriste» e quanti, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la conclusione della vicenda storica del Socialismo Reale, si impegnarono nella costruzione di una nuova forza democratica della sinistra. Un percorso che ha ampliato il campo del riformismo, ma non ha sciolto il problema della sua traduzione in un progetto condiviso.

Oggi il rischio è che «riformista» diventi un’autodefinizione priva di riscontro. La parola, da sola, non chiarisce quali cambiamenti si vogliano realizzare, né come si intenda affrontare i problemi del Paese. A misurare convergenze e alleanze dovrebbero essere programmi e proposte concrete, non l’appartenenza dichiarata ad una tradizione. Quando i contenuti scompaiono, l’etichetta finisce per svolgere una funzione ideologica senza una vera ideologia: moltiplica le definizioni, ma non rende più chiaro il confronto.

Lo stesso vale per formule come «riformismo radicale», spesso usate per suggerire riforme più profonde o antagoniste. L’aggettivo, però, non garantisce la qualità del cambiamento. Le riforme vanno giudicate per gli effetti che producono e per la loro compatibilità con la sostenibilità economica e la tutela delle libertà. Per realizzarle servono capacità di governo, strumenti adeguati ed una valutazione realistica delle condizioni in cui possono funzionare.

 

Governare le trasformazioni

La globalizzazione ha modificato profondamente il capitalismo e la società. Nei Paesi sviluppati ha ampliato disuguaglianze che nel dopoguerra si erano ridotte; ha indebolito sicurezze collettive e ha messo sotto pressione diritti consolidati nei «trenta gloriosi» (gli anni di crescita dal ’45 al ’75).

Di fronte a questa trasformazione, la sinistra non è riuscita a costruire un nuovo blocco sociale abbastanza largo da collegare ceti medi e ceti popolari, tenendo insieme la tutela dei diritti e le esigenze dello sviluppo in un contesto segnato da una competizione globale più dura.

A questa agenda si aggiunge l’emergere di nuovi diritti individuali, legati ai cambiamenti che investono la vita, le emozioni e l’immaginario delle persone. L’impatto delle biotecnologie e lo sviluppo della bioetica ne sono esempi decisivi. Una forza di sinistra non può sottrarsi alla responsabilità di interrogarsi su come governare questi fenomeni con razionalità, cogliendo le nuove possibilità di libertà senza rinunciare a regole e garanzie condivise.

Il riformismo torna così a essere attuale non come parola d’ordine, ma come pratica: individuare obiettivi, scegliere strumenti, verificare i risultati e correggere ciò che non funziona. La sua credibilità dipenderà dalla capacità di trasformare l’aspirazione all’equità in politiche riconoscibili e di affrontare le nuove sfide senza cedere né alla nostalgia né alle promesse facili. È su questo terreno concreto che potrà misurarsi, oggi, una forza progressista capace di cambiare la società.