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L’Italia al bivio

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La permanenza dell’Italia nel novero dei Paesi europei che hanno adottato come moneta unica l’euro sta caratterizzando la crescente disaffezione dell’opinione pubblica dal disegno europeo e, corrispondentemente, il dibattito politico tra i partiti; questi, più per ragioni elettorali che per ragioni obiettive, tentano di porsi nei confronti degli elettori come portatori dei motivi dello scontento originato dagli effetti della crisi che ormai da anni affligge il Paese, imputata emotivamente alla conservazione dell’euro da parte dell’Italia.

Accade così che leader politici che hanno grandi responsabilità su quanto è accaduto in Italia dopo il 2006/2007 tentino di offrirsi come “compagni di strada”, politicamente parlando, con chi ha fatto le sue fortune elettorali “sfruttando” la disaffezione dell’opinione pubblica dall’Unione Europea e proponendo la fuoriuscita del Paese dall’eurozona. Ma all’Italia, conviene realmente abbandonare l’euro?

Come osserva Piero Ottone su “la Repubblica” del 13 u.s., ammesso che qualcuno possa solo pensare di rispondere affermativamente, costui non avrebbe contezza di quello che pensa. Per rispondere responsabilmente all’interrogativo, occorre considerare criticamente le ragioni a favore e quelle contro la conservazione della moneta unica, senza trascurare la cause e le responsabilità, tutte italiane, del perché l’euro sia divenuto nell’immaginario collettivo una delle cause, se non la principale, della crisi attuale.

A metà degli anni Novanta, il funzionamento dell’economia mondiale, ma soprattutto quello delle economie dei Paesi europei è stato sconvolto da diversi eventi: innanzitutto l’affermarsi, con la globalizzazione, dell’integrazione delle economie nazionali nel mercato mondiale, poi l’avvento sui mercati di nuovi Paesi dotati di sistemi produttivi in espansione, come quelli della Cina e dell’India, infine, la crescente innovazione tecnologica impostasi all’interno delle imprese dalla necessità di aumentare la capacità competitiva indebolita dal nuovo paradigma organizzativo dell’economia mondiale. Questi eventi hanno affievolito e, per certi versi, impedito che fosse possibile affrontare le radicali riforme strutturali che la nuova situazione imponeva; soprattutto quelle volte al superamento della prassi con cui l’Italia aveva, sino ad allora, governato la crescita e lo sviluppo attraverso reiterate svalutazioni della moneta nazionale, assorbito l’instabilità sociale interna mediante il ricorso alla spesa pubblica e favorito il formarsi di una struttura produttiva intrinsecamente debole, fatta di piccole e medie imprese all’insegna del “piccolo è bello” e poco capace di incorporare le innovazioni tecnologiche imposte dalla competitività internazionale.

Il problema era quello di cambiare l’organizzazione dell’attività produttiva, di rimuovere le diffuse facilitazioni delle quali godevano molte imprese, di razionalizzare il welfare State per pervenire ad un sistema-Paese più efficiente e ad una sistema sociale più coeso e più giusto sul piano distributivo. Tutto ciò si rendeva necessario per aderire in sicurezza al progetto di realizzare a livello europeo un passo avanti sulla via dell’unificazione politica, realizzando un mercato unico interno ed adottando una moneta unica, l’euro, per rispondere alle sfide delle nuova realtà economica internazionale.

Sennonché, prima dell’adozione dell’euro, ma soprattutto tra l’adozione dell’euro all’inizio degli anni Novanta e la crisi finanziaria del 2007/2008, troppo poco è stato fatto in Italia, per rimediare alle sue ataviche debolezze. È accaduto così che molte delle decisioni, assunte dalle istituzioni europee fra il 2008 e oggi, abbiano reso proibitivo il costo economico e sociale che l’Italia ha dovuto affrontare per porre rimedio ai propri limiti strutturali, proprio in una situazione di sopraggiunta recessione. L’Italia, quindi, non era preparata ad adottare la moneta unica e la sua accettazione ha comportato la perdita progressiva della capacità di governare, in presenza di una precaria stabilità economica e sociale, il proprio sistema-Paese. L’effetto inevitabile è stato, per l’Italia, dopo il 2006/2007, il verificarsi di una profonda recessione e i governi deboli che si sono succeduti non hanno avuto il tempo e le risorse per contenerne gli esiti e superare la crisi.

Per questo motivo, l’Italia oggi non è molto lontana dal punto in cui, senza l’aiuto esterno, non potrà rifinanziare il proprio sistema economico-sociale sui mercati internazionali. Una maggiore unità politica dei Paesi europei – si osserva – potrebbe concorrere a risolvere il problema; la raggiunta unità politica non consentirebbe comunque la soluzione, ma solo un alleggerimento del debito. In assenza di un ulteriore passo in avanti sulla via dell’unificazione politica dei Paesi dell’Unione Europea, qual è l’alternativa alla permanenza del Paese nell’eurozona?

Se l’Italia uscisse in questo momento dall’euro, essa dovrebbe affrontare le conseguenze di una svalutazione della sua nuova moneta nazionale; ciò sarebbe necessario per non fare perdere la competitività di breve termine alla proprie imprese. Avrebbe inizio così un ingovernabile processo di inflazione, il cui impatto sociale negativo comporterebbe l’espansione incontrollata della spesa pubblica. Contemporaneamente, gran parte delle imprese nazionali continuerebbe a persistere nell’impossibilità di conservarsi sul mercato internazionale e cercherebbe protezione in ulteriori svalutazioni della moneta; il circolo vizioso fra inflazione e svalutazione genererebbe, così, ulteriori disavanzi crescenti dei conti pubblici e la crescente esigenza di finanziamento dall’estero.

Di fronte a questa apocalittica prospettiva, all’Italia non resta che adeguarsi meglio all’Unione Monetaria Europea; a tal fine, però, essa avrà bisogno della solidarietà degli altri Paesi forti dell’Europa, che stenterebbero però a finanziarla nel caso di fuoriuscita dall’eurozona; la conseguenza per il Paese sarebbe quella di andare incontro ad una situazione peggiore di quella che si trova a dover risolvere restando all’interno dell’area dell’euro.

Quelli appena descritti sono solo gli esiti che si avrebbero a livello macroeconomico generati da un eventuale abbandono dell’euro; ad essi devono essere aggiunti anche gli effetti negativi che peserebbero alla fine sui cittadini a titolo individuale, aggravando ancora di più la situazione determinata dal ritorno alla vecchia moneta nazionale. Tutte queste conseguenze vengono sottaciute da coloro che si agitano irresponsabilmente per sostenere la necessità di una “fuga” del Paese dalla moneta unica europea.

Gianfranco Sabattini