Cultura

L’Italia allo “Sfascio” è di scena alla Sala Umberto di Roma

Sfascio

SfascioForse l’inizio del declino, “lo sfascio” del nostro Paese, risale proprio agli anni ’70: il boom economico si è appena esaurito; il successo e la ricchezza sono stati solo assaporati per svanire assieme agli anni sessanta, lasciando insoddisfatti quanti non hanno potuto partecipare pienamente alla festa; la crisi economica, frutto della prima crisi petrolifera, colpisce soprattutto le classi medie e basse; il terrorismo, figlio bastardo del ’68, prende piede seminando paura e morte.

E’ questo il clima in cui è ambientato “Lo sfascio” di Gianni Clementi, in scena alla Sala Umberto con cast di eccezionale bravura che incarna tutti i prototipi della mala: a cominciare da Nicolas Vaporidis, nel ruolo di un piccolo truffatore tossicodipendente costantemente in cerca di denaro, a Alessio Di Clemente, che abbiamo visto già brillare nel “Berretto a sonagli”, in scena al Piccolo Eliseo il mese scorso, e che qui è Fosco titolare di uno sfasciacarrozze al limite della legalità, a Augusto Fornari, il fratello di Fosco affetto da un grave ritardo mentale che vive in un mondo fantastico e infantile, a Riccardo De Filippis, il poliziotto corrotto amante del gioco che li spingerà a compiere una rapina, a Jennifer Mischiati, la bella moglie di Fosco tradita e maltrattata.

Il testo, che per le tematiche, il ritmo serrato quasi cinematografico, e l’ambientazione nella Roma in bilico tra legalità e malvivenza, ricorda un po’ “Romanzo criminale” (ma è stato scritto prima), racconta il degrado della società dove lo “Sfascio” è reale e allo stesso tempo metaforico e dove ogni personaggio rappresenta fedelmente il cliché di un ambiente e di un’epoca in cui ha avuto inizio il lungo ed inesorabile processo di dissoluzione e deriva del nostro Paese. C’è la voglia di fare subito soldi facili, c’è una rapina come soluzione di tutti i problemi, c’è un’ipotetica testimone da eliminare, c’è il cinismo che ha la meglio su ogni considerazione etica e ci sono l’ingenuità e la purezza della mente di un bambino racchiusa in un corpo di adulto che si ribella a tutto questo.

E nelle due ore di spettacolo. che scorrono veloci come in ogni noir che si rispetti, vengono rappresentati tutti i germi di una società da rottamare, compreso lo stereotipo della donna oggetto a uso e consumo del maschio, da esibire e da insultare o relegare, quando va bene, nel ruolo di madre e moglie, vittima senza diritto di parola o replica.

E alla fine saranno proprio le due figure più deboli a essere assolte da questo clima di rottamazione morale: il fratello demente che nella sua mente confusa comprende da che parte sta la giustizia e tenta di imporla agli altri e la moglie che si rivelerà tutt’altro che incapace e si prenderà la sua bella rivincita.

Fino al 17 novembre alla Sala Umberto di Roma.

Cecilia Sanmarco