Approfondimento

Italia strangolata tra credito bloccato e imprese in crisi

Banca-crisi-credito bloccato

Banca-crisi-credito bloccatoUn recente studio condotto da Unimpresa – l’organizzazione che riunisce le piccole e medie imprese – ha messo in luce come, negli ultimi dodici mesi, le banche abbiano ridotto il credito ad aziende e famiglie di quasi 50 miliardi di Euro. In particolare, i finanziamenti alle imprese si sono contratti del quasi 5% e quelli alle famiglie di circa il 2%. Parallelamente, nell’ultimo anno sono aumentate le cosiddette sofferenze bancarie, ossia i finanziamenti non rimborsati, passate in un anno dal 7,6% a quasi il 10% del totale dei prestiti in essere. Insomma, siamo di fronte al classico cane che si morde la coda: da un lato le imprese, anche quelle con buone idee progettuali, non sono messe in condizione di realizzare gli investimenti, dall’altro l’economia peggiora sempre più e l’incapacità di imprese e famiglie di onorare i propri debiti spinge le banche ad essere ancora più prudenti nella concessione di nuovi finanziamenti.

IN CRISI PRIMA L’INDUSTRIA, POI LE BANCHE Nonostante da più parti si sia più volte annunciata la fine del tunnel,  il protrarsi della difficile “congiuntura” economica sta producendo danni permanenti al nostro sistema. Sono tante le statistiche che negli ultimi mesi evidenziano una economia sull’orlo del collasso. I dati Istat ci dicono che la disoccupazione giovanile è ormai oltre il 40%, mentre in Austria o in Germania non arriva al 10%. Interi territori o distretti subiscono una progressiva deindustrializzazione, con perdite di posti di lavoro e lavoratori costretti sempre più ad emigrare. Gli ultimi dati SVIMEZ dicono che il Mezzogiorno d’Italia, dal 2007 al 2012, ha ridotto la propria produzione industriale e posti di lavoro di circa un quarto ed i nuovi investimenti del 45%. E la crisi economica, dopo aver causato effetti nefasti nel tessuto industriale, si allarga ora anche al settore del credito, dove alla disdetta del contratto collettivo da parte dell’associazione di categoria ha fatto seguito la proclamazione, da parte di tutte le sigle sindacali, di uno sciopero in difesa del contratto nazionale, programmato il prossimo 31 ottobre.

MANCANZA DI VISIONE, NON DI CORAGGIO Lo scenario che si profila è dunque sempre più quello di una guerra fra poveri, in uno Stato in preda alla gestione delle emergenze. Manca una visione. Le cosiddette classi dirigenti, politiche ed economiche, dopo essersi dimostrate incapaci di ritrovarsi su una base di valori condivisi, privilegiando la massimizzazione del profitto di breve termine, appaiono oggi solo impegnate a preservare la propria posizione di rendita. Purtroppo sono tanti i lampanti esempi che possono essere citati:  dalla legge elettorale non ancora modificata per (bieco e permanente) calcolo elettorale; alla vicenda della compagnia di bandiera che, nonostante un salvataggio a carico dei cittadini, è stata poi gestita da capitani sì coraggiosi ma privi di soldi e capacità manageriali; agli sprechi della pubblica amministrazione, dove non si è ancora inciso sulla razionalizzazione ed accorpamento delle società pubbliche locali. Ed anche la legge di stabilità proposta dal Governo non smentisce questa mancanza di visione e risulta non all’altezza dei cambiamenti richiesti dai tempi:  è risibile la riduzione del cuneo fiscale, la tassazione sul lavoro è ancora troppo elevata, il fardello che ancora una volta si carica sulle classi medie è troppo pesante,  si concentra l’attenzione sulla tassazione (sotto mentite spoglie) della prima casa per sviarla dai grandi patrimoni. E intanto la disoccupazione aumenta e con essa riparte l’emigrazione.

Fino a prova contraria, però, l’Italia è ancora una Repubblica democratica fondata sul lavoro, in cui la sovranità appartiene al popolo. Ebbene, sarebbe ora di ricordarsene.

Alfonso Siano