Sport

Lo sport italiano oltre la retorica dei trionfi

I recenti successi italiani agli Europei di atletica e nuoto hanno scatenato un fiume di retorica su quanto il calcio – e più in generale il paese e la sua economia – dovrebbero prendere esempio dai giovani medagliati di Birmingham e Parigi. Ma è davvero tutto oro quello che luccica nello sport italiano? Lo sport di élite nazionale è un modello da seguire, o piuttosto una fotografia delle nostre disuguaglianze?

Da diversi anni l’Italia ottiene risultati eccellenti alle Olimpiadi e nelle altre grandi competizioni internazionali. L’indice di competitività olimpica – un valore virtuale e non ufficiale che, più del semplice conteggio delle medaglie, misura in profondità la forza di un movimento sportivo attraverso piazzamenti e numero di discipline in cui si è competitivi – colloca stabilmente il nostro paese nella top mondiale, capace di tenere testa a nazioni ben più popolose. C’è da esserne orgogliosi, certo, ed è giusto sfruttare il traino dei campioni per spingere le nuove generazioni a sognare e a impegnarsi, nella speranza di salire un giorno anche loro su quel gradino del podio. Ancora oggi – e forse sarà sempre così – il successo di una disciplina e la numerosità del suo vivaio dipendono in larga parte dai risultati del campione di turno: è successo nello sci con Tomba, nel ciclismo con Pantani, nel motociclismo con Rossi, oggi con Sinner, e così via.

Elsa Fornero, in questi giorni su La Stampa, ha sottolineato come lo sport rappresenti purtroppo un’eccezione, un modello in cui merito e impegno vengono premiati, mentre nel resto della società trionfano spesso appartenenza, relazioni e raccomandazioni, oltre al retorico «prima gli italiani»; e ha rimarcato come molti dei nostri atleti abbiano origini straniere. Un’osservazione che rischia però di ritorcersi contro se stessa, perché avalla l’idea che esistano più gradi di italianità: Battocletti è una splendida italiana, indipendentemente dal paese di origine dei genitori. Basta parlare con un bambino delle elementari o delle medie per capire che lui – se non condizionato dalla famiglia – non si chiede nemmeno da dove vengano i genitori del compagno di banco, né perché abbia tratti somatici diversi dai suoi. Eppure continuiamo a leggere, sia in senso elogiativo sia critico, di un’Italia sportiva «giovane, multietnica e fortemente integrata». Proviamo a immaginare se dovessimo ancora definire un siciliano «integrato» a Torino: saremmo tacciati di razzismo e ignoranza, anche qualora quel giudizio nascesse da un’intenzione positiva. Quanto dovremo ancora aspettare prima di liberarci da queste retoriche definizioni di italianità «integrata»? Quando smetteremo di chiederci se una persona è più o meno italiana in base al colore della pelle o alla religione?

Dopo la mancata qualificazione ai Mondiali di calcio, l’allora presidente della FIGC, Gravina, tenne una sfortunata conferenza stampa in cui sottolineò la differenza tra uno sport professionistico e uno dilettantistico. Un’ondata di critiche si abbatté sull’ex presidente della federazione, ma nessuna colse davvero il messaggio tra le righe di quelle parole: Gravina evidenziava come la sua federazione non avesse mano libera né pieno potere di gestione sull’intero movimento, né la possibilità di lavorare sui singoli atleti come possono fare altre discipline, poiché gli interessi dei club e della lega calcio incidono pesantemente e spesso ostacolano quel lavoro. Una situazione simile si registra nel ciclismo, altro sport professionistico, dove alle squadre si aggiunge un terzo protagonista ancora più forte: gli organizzatori delle corse, su tutti ASO per il Tour de France e RCS per il Giro d’Italia. Le federazioni «dilettantistiche», al contrario, possono concentrare impegno e risorse sugli atleti di vertice, garantendo loro i migliori allenatori, preparatori e attrezzature disponibili. Lo sport oggi è soprattutto scienza applicata al corpo dell’atleta: non è un caso che i successi siano proporzionali agli investimenti economici e umani messi in campo.

Dietro i magri risultati dei due sport storicamente più popolari – il ciclismo nella prima metà del Novecento, il calcio ancora oggi – si nascondono le stesse ragioni dei grandi successi in atletica, nuoto e tennis. Tutti condividono un denominatore comune: la struttura, l’idea e la politica dello sport italiano.

I dati dell’Eurobarometro ci dicono che in Italia solo il 34% della popolazione pratica sport con una certa regolarità, contro una media europea del 38%, con la Finlandia in testa alla classifica al 71%. Una Finlandia che agli Europei di Birmingham ha vinto solo due ori e un argento, e nessun podio nel nuoto a Parigi: la sua ultima medaglia d’oro olimpica estiva risale a Pechino 2008, grazie a Satu Mäkelä-Nummela nella fossa olimpica femminile.

Apparentemente sembra un paradosso: un indice di competitività olimpica alto con solo un terzo della popolazione che pratica sport. Un paradosso che appare ancora più marcato scavando a fondo. Secondo l’ISTAT, quel 34% non è distribuito uniformemente sul territorio: si registra una netta differenza tra Nord e Sud, con una percentuale che scende al 24% nelle regioni meridionali. Persiste inoltre un divario di genere: tra le donne, pur con un gap in riduzione negli ultimi anni rispetto agli uomini, solo il 29,6% pratica una disciplina sportiva. Anche il titolo di studio incide: fa sport il 51,2% dei laureati, contro il 15,6% di chi possiede solo la licenza media. Non è vero, dunque, che lo sport sia una splendida eccezione italiana a cui ispirarsi, come sostiene Elsa Fornero: la realtà ci dice che i successi riguardano un’élite, e che dietro quel movimento ci sono più macerie che solide fondamenta.

Secondo l’Anagrafe Nazionale dell’Edilizia Scolastica del MIUR (dati elaborati anche da osservatori come Openpolis e Save the Children), meno della metà degli edifici scolastici statali possiede una palestra o una piscina. Il dato è ancora più drammatico al Sud, dove la media scende ulteriormente: in Calabria solo una scuola su cinque ha una palestra – e va considerato che queste percentuali includono anche le palestre condivise tra più istituti, il che rende la realtà ancora più critica. Guardando oltralpe, scopriamo che la Francia ha avviato il piano «Aisance Aquatique», per l’alfabetizzazione motoria in acqua fin dalla scuola materna (dai 3 anni), con fondi dedicati alle comunità locali per la costruzione o la riqualificazione di impianti natatori. In Italia non esiste nulla di simile, ma sono in corso progetti del PNRR per il recupero di aree urbane attraverso gli impianti sportivi, per un totale di 700 milioni di euro. Sapremo in futuro se si tratta di risorse sufficienti e ben spese per colmare il divario strutturale; resterebbe comunque uno sforzo vano se non accompagnato da un impegno concreto nel diffondere e facilitare l’accesso alla pratica sportiva, coordinando scuola, aziende sanitarie e società dilettantistiche, al fine di migliorare il benessere educativo, sociale e psicofisico del paese – come recita oggi l’articolo 33 della Costituzione: «La Repubblica riconosce il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme.»

Guardando i dati strutturali e le scelte di politica sportiva, ci accorgiamo che non siamo di fronte ad alcun paradosso, ma a una fotografia del paese: un’élite che trionfa e una base che boccheggia. Sempre secondo l’ISTAT, il 10% più ricco possiede il 60,6% della ricchezza totale (il 5% ne possiede il 47%), mentre il 50% più povero si ferma al 7,2%.

Siamo molto lontani dal modello finlandese, che porta poche medaglie ma dove il programma Finnish Schools on the Move (FSM) raggiunge il 95% degli istituti scolastici. FSM non si limita alla presenza fisica – pur diffusissima – della palestra, ma trasforma l’intera architettura scolastica e gli spazi esterni in ambienti attivi, integrando il movimento nelle ore di lezione e negli intervalli. Non è un caso che la Finlandia si confermi anche tra i paesi industrializzati con i più alti livelli di equità sociale e redistribuzione, sebbene la concentrazione della ricchezza patrimoniale resti comunque marcata. Dove si concentrano e si spostano le risorse nello sport, come nell’economia, è sempre una scelta politica: sport ed equità sociale non sono strettamente dipendenti, ma possono condividere una visione comune. Per questo è pericoloso fermarsi al pur meritatissimo riconoscimento del valore e dell’impegno dei nostri atleti: è necessario aprire un ampio dibattito sulla funzione e sullo scopo dello sport in Italia.

Più che la retorica del bravo campione, abbiamo bisogno di volgere lo sguardo a chi è rimasto indietro – a chi, anche attraverso lo sport, può accrescere il proprio valore sociale e migliorare il proprio benessere psicofisico. Dobbiamo uscire dall’allettante illusione che la vittoria di un nuotatore o di un atleta sia sufficiente, e impegnarci per una politica dello sport davvero per tutti.

Costruire solide fondamenta è una scelta che deve partire dal governo e dalle istituzioni: avrebbe tutt’altro valore accogliere una medaglia d’oro al Quirinale se sapessimo che ogni bambino in Italia ha una palestra dove fare attività, che ogni azienda sanitaria dispone di spazi e risorse dedicate alla prevenzione della salute per tutte le età attraverso l’esercizio fisico, e che non dobbiamo più parlare dell’ennesima questione meridionale.