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L’OCSE HA FOTOGRAFATO LA DERIVA CULTURALE
DI UN VENTENNIO

Marco rossi Doria

Marco rossi Doria

Parla con un tono appassionato, ma meticoloso. Un lungo confronto che si snoda attraverso un percorso fatto di logica, un ragionamento consequenziale. Eppure, in esso, si scorge una sorta di ansia, quasi un timore che i concetti possano rimanere vittima di quella tendenza a ricercare lo slogan e la facile semplificazione che snaturano lessenza delle parole.

Insegnante elementare, Marco Rossi Doria è stato sottosegretario allIstruzione del Governo Monti poi rinconfermato allo stesso incarico dal presidente Letta. Ma, soprattutto è un esperto di politiche educative e sociali, un professionista che ha imparato sul campo cosa significhi intervenire su situazioni complesse: dai quartieri più “difficili” di Roma e Napoli fino al Kenya. Poi al Consiglio dEuropa, allOnu. Un “maestro di strada” con una lunghissima esperienza nel fare educazione che, come lui stesso dice allAvanti!, crede fermamente che per migliorare le cose «bisogna rimboccarsi le maniche, non perdere tempo in problematiche campate in aria e lavorare in maniera certosina» perché solo così «alla fine si ottengono i risultati» a patto però, sottolinea, «che lo si faccia con costanza».

Per questo il sottosegretario al MIUR non ama perdersi in opinioni non supportate da studi precisi. Con lo stesso rigore analizza il rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, curato in Italia dallIsfol, che descrive gli italiani adulti come un popolo di “analfabeti” del Terzo Millennio. Dati che meritano però di essere spiegati con competenza e non affidandosi a opinioni impressionistiche ed estemporanee

Cominciamo partendo dalla base: la metodologia della ricerca e la sua attendibilità che, alcuni, hanno messo in discussione. «Innanzitutto dobbiamo sgomberare il campo da considerazioni fuorvianti circa lattendibilità dei dati: stiamo parlando di una survey portata avanti da unistituzione assolutamente autorevole che si avvale del lavoro del gotha internazionale in fatto di statistiche: lassoluta serietà e affidabilità scientifica non sono in discussione. Certo, tutti i metodi sono perfezionabili, criticabili ed emendabili, ma dobbiamo considerare che ci si è avvalsi di protocolli tagliati scientificamente attraverso una metodologia aperta a ogni voce critica e che, ogni volta, viene sottoposta ad un processo di verifica, controllo ed adeguamento».

Insomma chi solleva frettolose critiche in merito alla validità dellindagine deve confrontarsi con il fatto che «tali ricerche non si prefiggono lobiettivo di “giudicare” lItalia offrendone un quadro negativo, ma servono a comprendere la realtà per orientare lazione di intervento e migliorare».

Il dato cè, dunque, ed è allarmante. Ma cosa, esattamente, fotografa lindagine Ocse? «Si tratta di uno studio internazionale che prende in considerazione la situazione di 24 paesi, tra cui lItalia, rispetto alla capacità della popolazione adulta di gestire informazioni in ambienti tecnologicamente ricchi. Si guarda, cioè, a tutte quelle competenze fondamentali di cui deve disporre un adulto al fine del potere e sapere vivere, interagire e lavorare nella società del XXI secolo». Nulla di straordinario, ci tiene a precisare Rossi Doria, semplicemente la capacità di maneggiare testi di vario genere, non solo da un punto di vista della grammatica essenziale, cioè quella che si definisce la literacy. Per intendersi, «la capacità che può avere un artigiano di leggere una norma semplice che riguarda la sicurezza nella sua bottega o un giornale che descrive opportunità investimento». Inoltre, lo studio si avvale di test cognitivi per valutare la capacità di comprensione di un testo scritto ovvero lessere in grado di identificare chi compie unazione, chi parla, chi ascolta e qual è il messaggio del testo stesso.

E poi la numeracy, cioè quelle competenze di calcolo di base, così come lutilizzo di alcuni strumenti tecnologici, che favoriscono le attività quotidiane.

Ma, anche le competenze tecnologiche utilizzate sul lavoro, così come la capacità di fruire criticamente dei dati che si trovano sulla Rete: una competenza cruciale che tocca un tema molto delicato, quello del come si “scelgono” le informazioni disponibili sui motori di ricerca tipo Google, e del come controllare la loro attendibilità.

In una parola, quella che Rossi Doria definisce la «competenza di cittadinanza» che permette ad un individuo di orientarsi nella società del XXI secolo. La popolazione adulta viene infatti divisa in 5 livelli, di cui il quinto è il più alto, il terzo livello è quello oltre il quale è possibile avere successo nella vita, il secondo rende difficile la riuscita e il primo indica una situazione di semianalfabetismo funzionale.

Una bella parola, “competenza di cittadinanza” che, però, visti i risultati che relegano lItalia allultimo posto, mette i brividi alla schiena. Perché, a leggere in filigrana, si scorge un rischio ancora più profondo di quello dellincompetenza: limpossibilità di essere dei buoni cittadini.

Quali sono dunque le cause? Sotto accusa è stato immediatamente messo, da più parti, il sistema educativo. «Nel commentare i risultati della ricerca si confonde tra le competenze di chi esce dal sistema scolastico/universitario e quelle generali della popolazione adulta del Paese. Questo è un survey sulle competenze di tutta la popolazione e nonsui giovani“». 

Sì, perché nonostante le polemiche seguite alla diffusione del rapporto si siano incentrate sui giovani, la ricerca, non si stanca di evidenziarlo Rossi Doria, prende in considerazione la popolazione adulta nel suo insieme. C’è di più. «Se analizziamo i dati scorporati ci rendiamo conto di due elementi importanti: il primo è che il Nord ha livelli alti di competency. Il secondo è che i nostri laureati triennali competono con i diplomati giapponesi, il paese che ha ottenuto la migliore performance nello studio. Ovviamente c’è un ritardo, ma il dato ci dice che il sistema, complessivamente, tiene».

Cosa significa, dunque? «Significa che, nonostante i tagli indiscriminati degli ultimi 20 anni, il sistema educativo italiano non è ancora a pezzi come si dice. Ma, soprattutto, che in Italia viene registrata una dinamica fondamentale e cioè che siamo in un paese in cui lo status economico e sociale incidono in maniera molto significativa sui risultati, più che in altri paesi. La mancanza di competenza deriva dal fatto che si vive in un determinato ambiente che include la famiglia, il territorio e altri molteplici e complessi fattori di esclusione sociale  ai quali il sistema educativo non riesce a sopperire».

Lo studio ha, dunque, «confermato quanto gli addetti ai lavori sapevano già: lascensore sociale è fermo e la condizione di partenza è troppo condizionante perché la scuola ha in parte perso lo slancio di riequilibratore sociale soprattutto in alcune aree del Paese. Dobbiamo considerare che questa ricerca si è svolta nel periodo culminante di una lunga stagione di decurtazione della già povera politica pubblica in fatto di educazione. E non mi riferisco semplicemente alla scuola, ma a tutta quella serie di misure volte a favorire quello che si definisce il “lifelong learning”, lapprendimento continuo. Si usciva dalla stagione più povera di iniziative soprattutto rispetto agli adulti. In questo senso dal 2011 ad oggi cè stata una vera e propria inversione di marcia: sicuramente è ancora poco, dobbiamo lavorare duramente e destinare maggiori risorse, ma finalmente si è dato un altro peso al valore del processo educativo e di formazione anche attraverso importanti accordi con imprese e sindacati».

Non colpa di scuola e università, bensì delle «politiche pubbliche complessive che se avessero agito in maniera differente avrebbero determinato risultati completamente diversi». Politiche complessive che significa servizi, biblioteche, luoghi deputati alla formazione, possibilità di accedere a percorsi formativi e professionalizzanti: significa una cultura complessiva che valuti lapprendimento come una risorsa che, inesorabilmente, ricade anche sulla propria professione. «Questo Paese sembra aver lasciato andare una certa prospettiva, quella che aveva portato lItalia del dopoguerra ad investire nel suo capitale umano: quando ero bambino cera non solo la scuola, ma anche una televisione che trasmetteva programmi educativi come  “Non é mai troppo tardi“. Eravamo nel trend dei paesi emergenti perché investivamo in conoscenza diffusa. Ora, invece, veniamo fuori da 20 anni in cui ci si è dimenticati questo approccio e i frutti si vedono».

Da dove ripartire, dunque per riaffermare non solo unidea di civiltà, ma soprattutto un principio sancito dalla nostra Carta Costituzionale? «Dal 2011 ad oggi abbiamo attivato politiche che hanno invertito nella cultura diffusa e nel dibattito pubblico italiano questa tendenza. Abbiamo smesso di tagliare sulla scuola e sullistruzione universitaria, ma soprattutto abbiamo rilanciato lidea di apprendimento continuo. Misure ancora non sufficienti, soprattutto perché fanno i conti con scarsezza di risorse, ma almeno andiamo in quella direzione e non in quella inversa. La diffusione di questo rapporto va letta come una buona notizia perché nascondere la realtà significa non dotarsi degli strumenti per affrontarla».

Roberto Capocelli