L'editoriale

L’onestà intellettuale di Guccini. Che non è mai stato un pacifinto

Francesco Guccini ci ha lasciati. Nel pieno di quest’estate lunghissima, afosa e snervante. Non incideva album di inediti dal 2012, ma aveva comunque fatto in tempo a ultimare il suo ultimo libro “Calde le pere”, che uscirà a settembre, pubblicato da Giunti (come tutti i suoi ultimi romanzi). Il TG1 lo ha trattato con una sufficienza allucinante, relegando la notizia della sua morte agli ultimi servizi. Segno delle scelte editoriali e contenutistiche di una Rai sempre più faziosa e classista. Lo era anche il Maestrone? Forse sì, ma con una consapevolezza culturale lontana anni luce dai bisbigli oscurantisti di TeleMeloni, restando quindi automaticamente dalla parte della ragione.

Guccini era una voce amata e un compagnone amabile. Ma anche irriverente quando necessario. Non è mai stato comunista e molti fan sicuramente ebbero difficoltà ad accettarlo. Ed era evidente sin dai tempi di “Primavera di Praga”, quando non chiuse gli occhi sulla repressione sovietica. Nonostante qualche problema di salute che ormai gli limitava parecchio la vita sociale non ha mai perso la sua integrità morale e intellettuale. Innanzitutto non è mai stato un palestinista acritico. Netanyahu gli faceva ribrezzo, ma ha sempre evitato quel latente antisemitismo che purtroppo si sta insediando sempre di più tra certi giovanissimi esponenti dei centri sociali e tra altre voci del dibattito pubblico. Ma soprattutto non è mai stato un pacifinto russofilo.

Di quelli che avrebbero goduto nel vedere Kiev capitolare in tre giorni salvo poi terrorizzarsi come bambini d’asilo quando Putin avrebbe attaccato il suolo Nato, ovvero i paesi baltici o magari la Polonia. Non avrebbe mai gridato quindi “Free Palestine”, ma urlava “Slava Ukraïni”. La perfetta espressione di un grande vecchio pieno di esperienze, che non avrebbe mai potuto uniformarsi al perbenismo dei libertari della domenica. Anzi, della domenica sera. Quelli che inneggiano sempre a un mondo migliore ma che “sugli ebrei forse aveva ragione il pittore austriaco” o “Putin lo abbiamo provocato noi”.

Fino alla fine dei suoi giorni Guccini è rimasto un pensatore fin troppo trasparente – e non corruttibile – per meritare quest’attualità intellettualmente pressappochista e faziosa. Certo, oggi i manifestanti sbarbatelli guardano con orrore agli anziani eroi romantici, ormai impossibilitati a essere intellettuali organici per via dell’età. Ma che hanno ancora un cervello così tanto mobile da riuscire a militare pur restando fermi fisicamente. Guccini però lo è stato fino alla fine dei suoi giorni. E i punti cardine della sua visione su Gaza e Ucraina lo dimostrano perfettamente: giustissimo piangere per i bambini palestinesi, ma mai confondere un governo con un intero popolo. E mai dire che un stato aggressore potrebbe avere le sue ragioni. Aggredire è sempre e solo l’arma della prepotenza. E questa non c’entra nulla con la libertà e i valori dell’umanità.

Guccini poteva dividere. E sicuramente dividerà ancora. Ma il pensiero razionale era fin troppo presente nelle radici delle sue deduzioni. E poco importa allora se continuerà a essere amato anche da chi disprezzava senza mezzi termini, come l’attuale premier del governo. Dopo la morte non abbiamo più nemici, ma una sola grande amica metafisica: l’immortalità. E nessuno te la regala.