Prima che fosse identificata come un comportamento riprovevole da sancire a titolo di reato, l’usura è stata considerata come un grave peccato.
L’usuraio è un ladro di tempo: il tempo, si badi bene, è una risorsa che appartiene a Dio e non all’uomo. Dunque l’usuraio il furto lo commette ai danni di Dio.
Infatti l’usuraio non vende alcunchè: se egli presta una somma di danaro dovrebbe ottenere, allo stesso modo, la medesima quantità di monete che ha elargito: null’altro.
Egli invece pretende in restituzione, in ragione del tempo in forza del quale il denaro è stato trattenuto da chi poveramente l’ha richiesto, un compenso che non è scritto in nessuna legge naturale ed in quella delle Sacre Scritture.
L’usuraio ritiene che sia giustificato tal compenso, che egli definisce interesse, perché si è privato di una somma di danaro che ha dovuto prestare al misero richiedente: in forza del tempo, per il quale tal somma è stata trattenuta, che si quantifica l’utile dell’usuraio.
È stato infatti scritto, magnificamente, che l’usuraio è un peccatore. L’usura infatti è un furto.
L’usuraio commette un furto (furtum) o una usura (usuram) o una rapina (rapinam), perché egli prende un bene altrui (rem alienam) contro la volontà del proprietario (invito domino) cioè Dio.
L’usuraio è un ladro particolare, perché, anche se non turba l’ordine pubblico (nec turbat rem publicam), il suo furto è particolarmente odioso, proprio perché ruba a Dio. Cosa vende in effetti l’usuraio se non il tempo che intercorre tra il momento in cui presta e quello in cui viene rimborsato con l’interesse? Ma il tempo non appartiene che a Dio. Ladro di tempo, l’usuraio è un ladro del patrimonio di Dio.
Gli usurai perciò peccano contro natura, perché pretendono di far generare una cosa da un’altra senza alcun intervento. Il denaro dunque si genera dal denaro, come un cavallo da un cavallo o un mulo da un mulo. Siamo contro natura.
Oltre a ciò gli usurai sono ladri (latrones) dal momento che non vendono null’altro che l’attesa di denaro cioè il tempo, i giorni e le notti. Ma il giorno è quel tempo della luce e della notte che solo Dio può possedere.
L’usuraio è dunque un ozioso scandaloso. Egli pretende di cavare un profitto senza lavorare affatto e addirittura dormendo, cosa che contravviene al precetto del Signore che dice: “con il sudore della tua fronte mangerai il pane”.
L’usuraio dunque agisce contro il Creatore, perché non valorizza il lavoro, strumento di riscatto , di dignità, di salvezza, di collaborazione all’opera di Dio. Egli è pertanto un disertore, perché sfugge alla principale regola di vita: il lavoro costituisce la vera fonte di ricchezza, rappresenta lo spirito del corpo: non vi è altra giustificazione al guadagno se non l’attività dell’uomo(passim: Jacques Le Goff La borsa e la vita Dall’usuraio al banchiere da pagina 33 a pagina 36).
In realtà è nella filosofia di San Tommaso d’Aquino che si apprende a chiare lettere perché l’usura sia un peccato.
Il grande filosofo cattolico sulla scia del verbo utor ( usare) sostiene che l’utilizzo del danaro non possa assicurare un corrispettivo.
La robusta lezione aristotelica costituisce il sostrato su cui si impianta la tematica dell’usura.
Si ricordi che Aristotele nell’ ”Etica Nicomachea” considerava l’usura come una categoria morale negativa, affermando, senza mezzi termini, come solo dal lavoro umano o dal suo intelletto potesse nascere la ricchezza, mentre quella prodotta dal denaro fosse solo dannosa (“nummus nummum parere non potest” ovvero “il denaro non può generare denaro”) .
Tommaso ritiene che l’usuraio se vende denaro vende una cosa inesistente e perciò in primo luogo commette un peccato di ingiustizia.
Sono illuminanti queste asserzioni: percepire l’usura o interesse per il denaro prestato è per se stesso un’ingiustizia, poiché si vende una cosa inesistente, determinando una sperequazione che è in contrasto con la giustizia. Per averne l’evidenza si deve considerare che ci sono delle cose, il cui uso consiste nel loro consumo; tali sono, per esempio, il vino che consumiamo usandolo per bere ed il grano per mangiare. Perciò in codeste cose l’uso non si deve computare, come distinto dalle cose stesse. È evidente che il prestito di queste cose implichi un passaggio di proprietà. Perciò se uno volesse vendere il vino separatamente dall’uso del vino, venderebbe due volte la stessa cosa, oppure venderebbe un’entità inesistente.
È chiaro che commetterebbe un peccato di ingiustizia. Per lo stesso motivo commette un’ingiustizia chi presta il vino od il grano, chiedendo due compensi cioè la restituzione della merce equivalente ed in più il prezzo dell’uso, denominato usura.
Ci sono invece altre cose, il cui uso non consiste nel loro consumo: l’uso della casa per esempio consiste nell’abitarla, non già nel distruggerla. Si può concedere l’uso, consistente nel godimento da parte di un altro conservandone la proprietà; ciò è evidente nei contratti di locazione.
Dunque per certe cose è possibile vendere l’uso: non per il denaro che è stato inventato per facilitare gli scambi; il suo uso è per il consumo o la spesa che avviene negli scambi. Perciò è illecito percepire un compenso per l’uso del denaro prestato cioè per usura” (San Tommaso D’Aquino Summa Theologiae II-II,q.78,a.1,resp).
La pretesa dell’interesse dunque risulta indebita, perché non vi è alcun titolo a giustificarla. Si vuole vendere ciò che non esiste.
L’usura è un peccato contro la giustizia, piuttosto che contro la solidarietà; pretendere un compenso per un prestito, significa contravvenire prima ancora che all’obbligo del soccorso nei confronti del prossimo, all’equità della relazione economica, perché attraverso l’usura, ossia il sovrappiù richiesto, si ottiene più di quello che si sia dato a discapito del bisognoso. Ecco perché il prestito deve essere gratuito, in quanto la sua logica sottesa è solidaristica ed il suo orizzonte non può essere il lucro, ma la sola compensazione degli svantaggi subiti dal prestatore.
In San Tommaso, che ha delineato una teoria medioevale dell’usura, il disprezzo per l’usuraio affonda le sue radici nella charitas e nell’aequitas.
Si è ritenuto infatti che solidarietà e giustizia costituiscono i due coefficienti dell’etica medioevale.
Siamo al cospetto della giustizia commutativa, che si applica alle relazioni tra individui e agli scambi di beni e servizi, e poiché è basata sul principio di uguaglianza, si richiede che tale principio vada sempre osservato (Summa theologiae, cit., pp. 318-22).
Non a caso Dante, (che colloca Tommaso nel Paradiso tra gli spiriti sapienti del IV Cielo del Sole) considera gli usurai peccatori, in quanto operano violenza contro la natura e l’arte :il danaro per essi non è frutto del lavoro e del sudore dell’uomo. Hanno violato una legge fondamentale, sottraendosi alla volontà divina che impone all’uomo di trarre sostentamento solo dal lavoro e non anche da guadagni conseguiti con il prestito di danaro.
Ecco allora che gli usurai nel canto XVII dell’Inferno debbono subire la legge impietosa del contrappasso: come in vita tranquillamente e senza sforzo alcuno sedevano al loro banco, facendo guadagni illeciti, devono, di converso, patir le pene, sopportando la pioggia di fuoco che cade dall’alto seduti ed immobili sul sabbione infuocato.
Dante nutre profondo disprezzo: li definisce gente mesta e li paragona a cani il cui dolore scoppia dagli occhi e, come questi in estate con il muso e con i piedi quando sono morsi da pulci, mosche o tafani si dimenano, allo stesso modo gli usurai si grattano e si riparano con le mani dalla sabbia infuocata.
Il contrappasso vuole che alla calma serafica della vita parassitaria segua nell’inferno un movimento continuo che li faccia impazzire: perciò il grattarsi ed il soccorrersi con le mani per schermirsi dalle piogge di fuoco. Tuttavia il loro sguardo è basso e si pasca, si sazia, nel contemplare la borsa che pende dal loro collo.
Negato alla terra cristiana – scrive Le Goff – il cadavere dell’usuraio non pentito è sepolto immediatamente e per sempre all’inferno. L’usura è peccato. La maledizione colpirà la borsa che l’usuraio riempie e predilige da cui non vuole separarsi. Egli cadrà nella morte eterna: ecco la grande lotta tra la ricchezza ed il paradiso, il denaro e l’inferno.
di Angelo Santoro e Biagio Riccio