Il Fondo

Maestri d’emergenza

In Italia la prevenzione è spesso considerata uno spreco. L’emergenza, invece, è un investimento. È una delle nostre più singolari abilità nazionali: aspettare che un problema diventi abbastanza grande da poterlo finalmente affrontare. Prima, possibilmente, non fare nulla. Poi dichiarare l’emergenza.

A quel punto arrivano i commissari, i tavoli tecnici, gli stanziamenti, le conferenze stampa, le promesse e, immancabili, le telecamere. Tutto sotto controllo, naturalmente.

L’emergenza ha infatti molti vantaggi. Consente di spendere in fretta, di lavorare senza troppi vincoli, di giustificare ritardi e inefficienze e, soprattutto, offre alla politica un palcoscenico perfetto. Il problema non è più ciò che non si è fatto prima: diventa l’occasione per mostrare quanto ci si stia dando da fare adesso.

La prevenzione, invece, è una faccenda decisamente meno spettacolare. Chi si occupa a luglio del greto di un fiume, lo pulisce e lo mette in sicurezza in previsione delle piogge autunnali difficilmente finirà in televisione. E se tutto funziona, non succederà proprio nulla. Nessuna alluvione, nessuna ruspa, nessun sopralluogo con stivali e caschetto.

Solo un problema che non è successo. E forse è proprio questo il guaio: in politica ciò che non accade difficilmente porta consenso. Così siamo diventati maestri d’emergenza. E la sanità è uno degli esempi più evidenti. Da anni sappiamo che avremo bisogno di più medici e di più personale sanitario. La pandemia avrebbe dovuto insegnarci qualcosa sulla necessità di programmare per tempo.

Invece continuiamo a inseguire le carenze quando si manifestano, come se ogni volta fossero una sorpresa. Anche la medicina generale racconta perfettamente questo paradosso. Per il corso di formazione 2026-2029 ci sono 2.651 posti e 5.870 candidati. Più del doppio, dunque.

Eppure alcune Regioni rischiano di lasciare borse vuote mentre altre hanno graduatorie molto più affollate. A Bolzano, per esempio, ci sono 13 candidati per 30 posti. In Campania 1.080 per 240. Non mancano necessariamente i candidati. Manca la capacità di farli incontrare con i posti disponibili. La Fimmg propone una mobilità volontaria tra le Regioni per evitare che le borse rimangano inutilizzate. Una soluzione concreta, probabilmente necessaria. Ma anche questa è la fotografia di un sistema che interviene quando il problema è già arrivato sulla scrivania.

E allora la domanda diventa inevitabile: possibile che in un Paese di sessanta milioni di abitanti non si riesca a prevedere quanti medici serviranno tra cinque o dieci anni, dove serviranno e quanti dovremo formare?

Non stiamo parlando di prevedere il prossimo terremoto. Stiamo parlando di demografia, pensionamenti, fabbisogni sanitari, tempi di formazione. Numeri. Dati. Programmazione. Cose che, evidentemente, hanno molto meno fascino di un’emergenza. Perché l’emergenza permette di dire: “Stiamo intervenendo”. La prevenzione costringe invece a spiegare: “Perché non ci siamo mossi prima?” Ed è una domanda molto più scomoda. Così continuiamo a rincorrere. Oggi i medici di famiglia, domani gli infermieri, dopodomani qualche altra categoria professionale. Ogni volta una nuova emergenza, una nuova soluzione straordinaria, un nuovo tavolo. Fino alla prossima. Forse dovremmo smettere di chiamarle emergenze. Quando un problema è prevedibile, quando i numeri sono disponibili e quando abbiamo anni per prepararci, non è più un’emergenza. È semplicemente una mancata programmazione.

E forse il vero talento italiano non è quello di risolvere le emergenze. È quello, molto più discutibile, di crearle aspettando che arrivino.