Arte

My Name is Floria, prima assoluta al Teatro Ariosto

crediti Luca Del Pia

Prima assoluta venerdì scorso al Teatro Ariosto di Reggio Emilia di My Name is Floria della giovane compositrice Virginia Guastella, opera che ha chiuso, nel segno della contemporaneità, la Stagione lirica, in una città da sempre attenta al nuovo e alla sua coniugazione con la tradizione.

Nuova commissione e produzione congiunta del Festival Aperto e della Fondazione I Teatri, il titolo richiama esplicitamente la Floria Tosca pucciniana, ma di Puccini resta solo un’eco lontana, un’ombra sullo sfondo. Guastella immagina infatti una continuazione ideale della vicenda di Floria a partire dal momento del suo suicidio: in Puccini la donna si getta dal bastione di Castel Sant’Angelo dopo aver scoperto che la finta fucilazione del suo amato, il pittore e patriota Mario Cavaradossi, è stata invece reale. Il dramma è aggravato dal fatto che tale finta fucilazione le era stata proditoriamente promessa dal capo della polizia, il brutale Scarpia da lei poco prima ucciso in risposta al suo tentativo di stupro.

Floria è morta realmente o è sopravvissuta? il suicidio si carica di altri significati, lontani dall’assunto pucciniano, per adombrare situazioni di oppressione e violenza subite dalla protagonista eponima. Il libretto, scritto dalla stessa compositrice, rielabora testi frammentati di Victorien Sardou, Giuseppe Giacosa, Luigi Illica, Percy B. Shelley, John Keats e ha pertanto ben poco a che fare con l’originale pucciniano, concentrandosi sull’identità di Floria, sulla sua psiche lacerata, sul suo corpo femminile oppresso, tormentato ed esibito nella sua nuda scabrosità su un lettino da ospedale. È un ritratto profondo e disturbante di una donna schiacciata fin dall’infanzia da dinamiche di potere, di violenza, di sopraffazione fisica e psicologica. Temi scottanti, di una attualità anche troppo invischiata nella cronaca e nell’abuso mediatico che ne viene fatto e che qui, nella rappresentazione artistica, cercano una loro voce, un’espressione autentica ed efficace.

Composta in un unico atto della durata di poco più di un’ora, My Name is Floria affida la narrazione principalmente all’orchestra che wagnerianamente, ancora più della voce, ha il compito di raccontare ciò che la scena poi esplicita. Guastella, che firma anche il libretto, controlla pienamente il rapporto tra testo e suono, per cui i frammenti letterari non costruiscono una narrazione lineare, ma si presentano come continui affioramenti di coscienza: spezzoni di ricordi, reminiscenze d’infanzia, riflessioni, ossessioni.

Il flusso musicale segue questa struttura frammentaria, destrutturata, quasi disarticolata. I pensieri non si organizzano in modo logico o consequenziale: è una mente ferita quella che emerge, incapace di ricomporsi, e la musica ne segue fedelmente l’andamento disomogeneo, come a restituirne il battito interiore.

Quella che a tratti può sembrare una mancanza di continuità è in realtà una precisa scelta drammaturgica, coerente con la sostanza del libretto, o meglio dei vari frammenti letterari ricomposti in un “non ordine”, a rappresentare il disagio mentale, la sensibilità di una donna sull’orlo del dissolvimento, nell’istante sospeso che precede il salto nel vuoto, ma che sorprendentemente si scuote e pian piano si rianima.

Un’opera circolare, tra morte, rinascita e canto

My Name is Floria si apre e si chiude con un suono di campane, un dettaglio che suggerisce una costruzione circolare consostanziale all’idea drammatica: la Tosca immaginata da Guastella non si lancia nel vuoto verso la fine definitiva, ma a fatica, su quello squallido lettino da autopsia (ma il richiamo va anche alla psicanalisi), con spasmodica sofferenza si rianima si risveglia, il corpo riprende a muoversi in una sorta di risurrezione. Si delinea così un ciclo di morte e rinascita che, nel suo ripetersi, evoca l’idea dell’eterno ritorno. Ma non è un ritorno salvifico o consolatorio: è il ritorno di una vicenda tragica, una spirale di dolore e consapevolezza, che rimette in scena incessantemente la condizione di una donna schiacciata dal suo tempo e dalla sua memoria.

La regia si concentra su questo corpo femminile nudo, esposto, vulnerabile, incarnato dalla cantante protagonista, una straordinaria Maria Eleonora Caminada, ma la sua dissociata coscienza si rifrange ulteriormente in un quartetto vocale, cui spetta il compito di esplicitarne le voci interiori – pensieri, ossessioni, frammenti di coscienza – che prendono forma sonora e scenica. Il canto non è qui soltanto espressione musicale, ma veicolo drammaturgico delle tensioni più intime e irrappresentabili.

Il finale dell’opera pare aprire uno spiraglio di speranza. Non si tratta di una redenzione sociale o politica, né di un’emancipazione reale: il riscatto di Floria non viene dalla società, né dall’uomo, né da un cambiamento delle condizioni materiali. È l’arte stessa, e in particolare il canto – non a caso Floria è una cantante anche nell’opera di Puccini – a offrire l’unica possibilità di salvezza, di riscatto e di vita. Una vita nuova, fragile ma possibile, che nasce dalla voce e si affida alla musica come unica forma autentica di espressione e resistenza.

La regia totale, comprendente anche scene, luci e video, di Luigi Noah De Angelis ha concertato con la compositrice ogni dettaglio, creando un ambiente essenziale in cui su un fondale nero campeggia il lettino polisenso, prima vuoto poi con la protagonista totalmente nuda. Dal fondale nero emerge un rettangolo come di obiettivo fotografico (o di spioncino) da cui le quattro voci della coscienza di Floria ne esprimono il flusso intermittente. Eccellenti gli interpreti: Laura Zecchini, Anastasia Egorova, Danilo Pastore, Giacomo Pieracci.

Marco Angius ha diretto con la consueta perizia l’Icarus Ensemble che si attesta come uno dei migliori ensemble di musica contemporanea del panorama presente. La parte elettronica e live electronics, componente essenziale dell’insieme, è stata realizzata da Tempo reale, con la regia di Giovanni Magaglio e Damiano Meacci. Per la parte multimediale Michele Mescalchin e Luca Perin.

Successo pieno.

Daniela Iotti