Esteri

Nagorno-Karabakh. Putin invia 2mila soldati per gli accordi

Dopo aver “normalizzato” la Libia, Putin ed Erdogan hanno trovato un accordo anche per il Nagorno-Karabakh. Ma l’accordo che ha permesso ufficialmente la fine delle ostilità, se accontentata Russia, Turchia e Azerbaijan, è in realtà una sostanziale sconfitta per Erevan. Basterebbero le entusiastiche dichiarazioni del Ministro degli esteri di Ankara Mevlut Cavasoglu e del portavoce del Premier Ibrahim Kalin che inneggiano alla liberazione del Karabakh e all’amicizia turco azera a fare pesare sulla bilancia il compromesso raggiunto. Ma a queste si aggiungono le parole del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan che, senza mezzi termini, lo ha definito una scelta dolorosa. Un eufemismo per nascondere una vera capitolazione. Nel cessate il fuoco firmato non vi è infatti una sola parola per disegnare il futuro del Nagorno- Karabakh la regione contestata finora controllata dagli armeni che ne costituiscono, anche per la presenza di migliaia di profughi, la maggioranza e che godeva di una particolare autonomia. Può ben dirsi soddisfatto il Presidente azero. Aliyev per la prospettiva di una sorveglianza ONU del territorio con la sostanziale possibilità da parte dell’ Azerbaijan di riprendere il controllo sulla regione contestata. Un accordo che non è stato né compreso né condiviso in Armenia anche perché le notizie militari dei giorni scorsi diramate dal Governo facevano prevedere una soluzione positiva sul campo di battaglia. E neanche la perdita della città di Shushi, seconda città del Karabakh, aveva mitigato le speranze di una vittoria militare, ottenuta del resto con gravi perdite umane e con la distribuzione di molti mezzi armati da parte dei droni e mercenari inviati agli azeri da Erdogan dalla Siria. I prossimi giorni ci diranno se l’accordo reggerà alla rabbia e alla delusione che di stanno diffondendo a Erevan. C’è chi crede tuttora che il conflitto vada continuato e si sta ampliando la critica al Governo per aver accettato quanto Russia e Turchia hanno concordato.
Il problema è che gli armeni sono stati lasciati sostanzialmente soli, senza aiuti sostanziali da quegli alleati che a parole erano dalla loro parte. L’Europa, a parte la Francia, si è defilata. Gli Stati Uniti, forse anche per la contemporaneità delle elezioni presidenziali, sono rimasti in disparte. È accaduto così che Russia e Turchia abbiano avuto mano libera per raggiungere un accordo sul quale poi naturalmente i Paesi europei si sono accodati come proprio è successo in Libia inneggiando al cessate il fuoco e alla ritrovata pace ma, in questo caso, sulla pelle degli armeni. Inevitabili sono le proteste scoppiate subito dopo a Erevan e in tutta l’Armenia. Manifestazioni sono state organizzate davanti al Parlamento e presso la sede delle principali istituzioni. Quella che è stata definita una resa e non un accordo non è stata per nulla accettata dalla popolazione che accusa il Governo di aver tradito le promesse fatte e i sentimenti degli armeni e la comunità internazionale di non essere intervenuta. Centinaia di manifestanti hanno preso d’ assalto il palazzo del Governo chiedendo di essere ricevuti dal Premier Pashinyan in quel momento assente e provocando danni all’edificio. Né serve a calmare gli animi la notizia che Putin invierà duemila soldati per vigilare sull’osservanza dell’accordo. La Russia infatti non è più ritenuta dagli armeni Paese amico dopo averli costretti accettare l’intesa raggiunta.