Si avvicinano le elezioni in Israele e già si cerca di giustificare l’operato del governo Netanyahu: non poteva fare diversamente, ci viene detto, perché doveva difendere la sopravvivenza del suo popolo. Poverino, dunque, sarebbe stato costretto a radere al suolo un territorio e a provocare una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi: Gaza. Dopo la barbarie del 7 ottobre 2023, quando Hamas e altri gruppi armati uccisero circa 1.200 persone, in gran parte civili, e presero centinaia di ostaggi, Israele aveva certamente il diritto di difendere i propri cittadini e di reagire all’attacco.
Ma avere il diritto alla difesa non significa avere una licenza illimitata nell’uso della forza. È proprio qui che comincia il problema politico, morale e storico. La risposta israeliana ha provocato una distruzione immensa: abitazioni, interi quartieri, infrastrutture civili, scuole e strutture sanitarie sono stati colpiti o resi inutilizzabili, mentre la popolazione palestinese è stata sottoposta a sfollamenti ripetuti e a condizioni di vita drammatiche. La Corte internazionale di giustizia, nel procedimento avviato dal Sudafrica, ha adottato nel gennaio 2024 misure provvisorie vincolanti chiedendo a Israele di adottare tutte le misure in suo potere per prevenire atti rientranti nella Convenzione sul genocidio e, successivamente, ha ordinato ulteriori misure alla luce del peggioramento della situazione umanitaria. Questo non equivale a una sentenza definitiva sul genocidio, ma dimostra quanto la questione sia grave anche sul piano del diritto internazionale.
E poi c’è la Cisgiordania. Qui il discorso non nasce il 7 ottobre 2023. La questione degli insediamenti israeliani nei territori occupati risale a decenni prima e affonda le sue radici nella guerra del 1967, quando Israele conquistò, tra gli altri territori, la Cisgiordania e Gerusalemme Est.
Da allora, la colonizzazione e il conflitto sulla terra hanno rappresentato uno dei nodi centrali della questione israelo-palestinese. Nel 2024 la Corte internazionale di giustizia ha ribadito che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est violano il diritto internazionale e ha espresso gravi preoccupazioni anche per la violenza dei coloni contro i palestinesi. Ora, a chiunque si permetta di intervenire su questo argomento, viene spesso risposto che è un ignorante, che non conosce la storia e che dovrebbe studiare prima di parlare. Benissimo: studiamola davvero, allora.
Ma studiare la storia significa ricostruire tutti i passaggi, non scegliere soltanto quelli che fanno comodo alla propria tesi. Ogni volta che si contesta un fatto accaduto oggi, qualcuno lo ricollega immediatamente al Vecchio Testamento, alla Bibbia, alla legge del taglione. Come se la storia contemporanea dovesse essere regolata dalla logica del “tu mi dai uno schiaffo, io te ne restituisco cinquanta. Così impari”. Ma se questa diventa la regola, non stiamo più parlando di giustizia: stiamo parlando di vendetta. E la vendetta, nella storia, non chiude quasi mai i conti. Li tramanda. Trasforma il dolore dei padri nel rancore dei figli e consegna alle generazioni successive un altro motivo per odiarsi. È così che si semina il campo dell’odio: lo si concima con la paura, lo si annaffia con il sangue e poi ci si meraviglia se diventa sempre più verde e produttivo.
La sicurezza degli israeliani è un diritto. La libertà e la dignità dei palestinesi lo sono altrettanto. Riconoscere l’una non obbliga a negare l’altra. Anzi, è probabilmente l’unico punto di partenza serio per uscire da una storia fatta di occupazione, attentati, guerre, terrorismo, rappresaglie, espulsioni, insediamenti e lutti che si trascinano da generazioni. Ah, quasi dimenticavo le prossime elezioni in Israele. Speriamo che Netanyahu e tutti i membri del suo governo vengano giudicati per le loro responsabilità nelle sedi appropriate, davanti alla legge e non davanti alla propaganda. Se saranno riconosciuti colpevoli di reati, dovranno risponderne come chiunque altro. Altro che Parlamento: per chi ha commesso crimini, l’unico posto giusto è davanti alla giustizia.