Adesso basta! Il Paese è stanco, lo è la gente, lo sono i ragazzi. Persino chi è più abituato a tutto questo schifo, ammesso che lo si possa mai essere veramente, non ne può più. A Brindisi è andata in scena l’ennesima tragedia. Sono diverse le vittime, diversi i luoghi, ma in questo caso non vi deve essere un’analogia con tante altre stragi e delitti che purtroppo hanno fatto la cronaca nera del nostro Paese, rispetto la strumentalizzazione del dolore. Per anni mi sono occupato di delitti del passato, di stragi, di misteri. E nell’investigare per le mie inchieste un fattore mi ha sempre spaventato e stupito allo stesso tempo più di ogni altro: non c’è limite alla decenza nel voler sfruttare per un lettore in più o una maggiore visibilità le tragedie della gente.
E lo dico da giornalista, che ne ha intervistati di familiari di vittime, che ha parlato con loro a lungo anche convincendoli a rilasciare un’intervista, che li ha guardati negli occhi, che ha sentito il loro dolore stringersi nelle spalle di chi non ha mai avuto la possibilità di vedere in faccia chi l’avesse causato. Ecco, in questi due giorni dalla tragedia di Brindisi, sul palcoscenico televisivo sono saliti esperti, politici che non hanno perso l’occasione per lanciare immediatamente dichiarazioni che poi si sono rivelate prive di senso logico, e interviste a chi veniva a sua volta “sfruttato” per alimentare la strategia del dolore. E mi son detto: finirà.
Poi, facendo un giro sul web e tra i social network, mi sono reso conto che c’era un giornale che aveva messo on line le immagini della prima comunione della ragazza, dal titolo: “Melissa nel video della sua infanzia”. Allora mi sono domandato: ma con quale diritto vengono trasmesse queste immagini? Quale informazione aggiungono ad un panorama che dovrebbe investigare prima di tutto sull’esecutore e non sulla sua vittima? Vittima – tra l’altro – non predestinata. So già quale potrebbe essere la risposta di qualche collega: “La tua è invidia perché quel materiale non l’hai avuto tu!”. Niente di più sbagliato, perché se anche mi fosse arrivato tra le mani dai familiari stessi della ragazza (cosa che dubito farebbero), non sarei riuscito a renderlo ugualmente pubblico. Non sono un santo, io faccio il giornalista e so cosa significa fare il mestiere, soprattutto quello del cronista. Ma deve esistere un limite: non può considerarsi normale estrapolare immagini dal profilo facebook di una ragazza e renderle tutte pubbliche. Deve esistere un confine tra diritto di cronaca e d’informazione rispetto la mera volontà di alimentare la curiosità morbosa di una minoranza – mi auguro – di telespettatori e lettori.
Poi immagino salotti televisivi che chiameranno fior fior di esperti a commentare un plastico in scala dove viene ricostruito l’ennesimo luogo dell’evento, con criminologi, esperti di terrorismo, politici prezzolati e quanti altri a parlare del nulla, perché gli unici deputati a parlare devono essere gli investigatori, coloro che seguono il caso a livello giudiziario e in qualità di pubblica sicurezza. E noi giornalisti a loro dovremmo fare domande, tutt’al più riportando un ricordo privato della ragazza fatto unicamente da un familiare, e nel solo caso in cui volesse. Ma questa è la mia visione del mestiere, la stessa che mi ha permesso di porre di fronte ad una telecamera anche il fratello di una vittima per strage, tentando di mettere a nudo il suo dolore, perché reputavo fosse giusto far capire cosa ci fosse alla base della mia inchiesta. Soprattutto a chi intervistato mi aveva risposto di lasciar stare, che non era un problema mio. Ecco, era a lui che volevo fare vedere gli occhi di chi non voleva più aspettare per arrivare a capire cosa fosse successo. Magari sarò un illuso, ma io sono ancora convinto che fare la mia professione e vestire anche i panni del giornalista investigatore significhi cercare la verità. Anche quando questa sarà l’ultima cosa che uscirà fuori.