Opinioni e commenti

Non c’è pace tra gli Ulivi

Il medio-oriente tra venti di guerra, crisi petrolifera e il nuovo (dis)ordine mondiale
Alla luce di quelle che sono state le ultime scintille che hanno nuovamente innescato la miccia della tensione e dell’incertezza nello scenario medio-orientale, oggi più che mai teatro di instabilità e confusione, una riflessione sullo stato più generale delle cose sembra in linea con il corso degli eventi. L’eliminazione della guida suprema dello Stato islamico iraniano, l’ayatollah Ali Khamenei, nell’ambito dell’operazione militare congiunta “Ruggito del Leone”, condotta da Stati Uniti e Israele, aveva fatto intravedere a molti osservatori la possibilità di una ridefinizione radicale degli assetti vigenti. Per alcuni, si trattava addirittura dell’occasione per riportare simbolicamente le lancette dell’orologio a prima del 1979, prima cioè della rivoluzione iraniana e della presa del potere dei pasdaran. Eppure, al di là delle aspettative e delle letture più ottimistiche, all’orizzonte sembra profilarsi ben poco di quella stabilizzazione in cui molti avevano sperato. Al contrario, ciò che emerge con sempre maggiore evidenza è un aumento dei costi complessivi della crisi: non soltanto economici, ma anche politici e morali.
Costi che ricadono in modo particolare sull’Europa, che appare sempre più disorientata nella definizione della propria postura internazionale e spesso incline a un allineamento quasi automatico alle scelte provenienti da Washington.
Naturalmente, immaginare un rifiuto aprioristico dell’interlocuzione con gli Stati Uniti — partner politico, militare e commerciale decisivo per l’Europa sarebbe del tutto irrealistico. Tant’è che nemmeno la Spagna, che sembra non aver ceduto alle richieste di utilizzo delle basi militari di Rota e Moròn da parte della Casa Bianca, forte del disciplinamento autonomo delle strutture proveniente da un accordo bilaterale del 1988 e quindi non afferente allo spazio giuridico della Nato, sembra a essere disposta ad una rottura totale con gli Stati Uniti, me nel frattempo, lo scacchiere internazionale continua a caricarsi di nuovi elementi di criticità, determinati da una serie di fattori destinati ad avere ricadute dirette sull’economia e sulla stabilità politica europea.
Il primo riguarda il fronte energetico. La chiusura o l’instabilità dello Stretto di Hormuz — snodo da cui transita una quota significativa del petrolio mondiale — comporterebbe un immediato aumento dei prezzi dell’energia. Per economie fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche, come molte di quelle europee, questo si tradurrebbe rapidamente in inflazione, perdita di competitività industriale e rallentamento della crescita.
A ciò si aggiunge il problema delle rotte commerciali. L’insicurezza nel Mar Rosso e nell’area del Golfo di Aden costringe sempre più spesso le navi a evitare il Canale di Suez e a circumnavigare il continente africano passando dal Capo di Buona Speranza. Questa deviazione comporta tempi di trasporto più lunghi, costi logistici più elevati e una maggiore fragilità delle catene di approvvigionamento globali, con inevitabili ripercussioni sui prezzi dei beni importati.
Infine, vi è un ulteriore elemento di tensione che riguarda le scelte politiche in seno ai consessi nazionali europei. L’aumento delle spese militari richiesto dal nuovo contesto geopolitico — e dagli impegni assunti nell’ambito della NATO — rischia di entrare in collisione con il modello di welfare state collaudato in Europa.
In molti paesi, l’obiettivo di portare la spesa militare fino a livelli superiori al 5% del PIL comporta inevitabilmente la necessità di ripensare alla gestione delle proprie risorse. In contesti già segnati da debiti elevati e bilanci sotto pressione, ciò potrebbe tradursi in un taglio alla spesa pubblica, con possibili ripercussioni su sanità, istruzione e politiche di coesione. Il risultato è un equilibrio sempre più precario tra l’esigenza di sicurezza sul fronte internazionale e il bisogno di preservare l’ordine sociale interno, con il rischio che le priorità politiche del continente finiscano per spostarsi progressivamente verso la dimensione militare.
In questo quadro, il Medio Oriente continua a confermarsi non soltanto come una regione di conflitto, ma come uno dei principali epicentri della geopolitica globale. Le dinamiche che vi si sviluppano non restano entro i suoi confini, ma si riflettono direttamente sugli equilibri economici, energetici e strategici dell’intero sistema internazionale, con una chiara distinzione tra chi ne paga i costi e chi ne sortisce i benefici.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più evidente del nuovo disordine mondiale: in un’epoca in cui le crisi regionali hanno effetti globali immediati, nessun attore può davvero permettersi il lusso della distanza.

 

Mattia Catalano