OZ, sono sufficienti due lettere per riconoscere lo scrittore più importante della storia della Repubblica di Israele, noto soprattutto per i suoi romanzi, docente dell’Università “Ben Gurion” del Negev. Con rigorismo metodologico, deontologico ed epistemologico, Oz ricorda di avere sempre sul tavolo 2 penne, una nera e una blu: «apposta per ricordarmi che scrivere un saggio politico è una cosa, scrivere una storia è un’altra. E non confondo».
Nel 2002 Oz ha tenuto tre lezioni all’Università di Tubinga nel Baden-Württemberg, nelle quali pone il lettore di fronte a temi che hanno una precisa collocazione politico-culturale, ed emergono con chiarezza senza veli nei suoi articoli e
nei suoi saggi. Le tre lezioni “The Tübingen Lectures. Three Lectures”, pubblicate subito in inglese con il titolo “How to Cure a Fanatic” nel 2002, tradotte dall’inglese all’italiano da Elena Lowenthal e pubblicate da Feltrinelli nel 2004, sono strettamente legate tra loro. Contro il fanatismo occorre un sistema di rieducazione al pluralismo e a trovare le formule e le modalità per educare al multiculturalismo per superare gli identitarismi. Le tre lezioni di Amos Oz servono a questo. Rieducare contro i fanatismi religiosi, che sono mossi di volta in volta da antisemitismo e da islamofobia, ovvero da ottusità identitarie. È giusto leggere e commentare qualche passo delle sue lezioni per capire l’obiettivo di Oz e la sua complessità.
Lezione del 17 gennaio 2002: “Passioni oscure”.
Sebbene in forma non semplicisticamente meccanicistica, l’individuo è sempre un prodotto del contesto sociale: il padre di Amos Oz era un bibliotecario, la madre dava lezioni di storia e letteratura: culturalmente una famiglia di classe media, nella realtà economica «una famiglia povera di Gerusalemme», arricchita dall’enorme cultura a disposizione: «Abitavamo in un minuscolo appartamento che pareva l’abitacolo di un sommergibile, zeppo di libri in diverse lingue. Ma a parte i tomi, c’era ben poco.» Ricorda Oz in una delle sue digressioni nella prima lezione dal titolo «Passioni oscure», piena di tratti autobiografici e osservazioni intelligenti che disvelano una geografia culturale dell’Europa molto lontana dagli stereotipi occidentali, una geografia europea che supera e sovrasta l’idea dei piccoli stati nazionali popolo-religione-lingua. È questo il contesto cosmopolita, poliglotta nel quale cresce il giovane Klausner (il vero cognome di Oz). Ricorda: «I miei parenti, sia per parte di padre sia per parte di madre, erano degli europei devoti. In sostanza dei grandi appassionati dell’Europa. Conoscevano lingue svariate e storie e culture: nutrivano una inesausta infatuazione per l’Europa». Erano, secondo Oz, «gli unici europei d’Europa. Tutti gli altri professavano il pangermanesimo piuttosto che il panslavismo, quando non erano patrioti portoghesi. Mio padre diceva sempre, per scherzo, che in Cecoslovacchia ci sono tre nazionalità, i cechi, gli slovacchi e i cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Jugoslavia ve ne sono nove, serbi, croati, montenegrini e via di seguito — fino agli jugoslavi, cioè gli ebrei».
Il ricordo dei genitori di Oz restituisce il panorama culturale che ha costruito la sua complessa alterità che si muove tra il cosmopolitismo culturale europeo ebraico (con una radice marcatamente Est-europea) e la costruzione identitaria israeliana negli anni della sua infanzia: «Mio padre era in grado di leggere sedici o diciassette lingue. Ne parlava undici, tutte con un forte accento russo. Mia madre conosceva sei o sette lingue. Fra loro, nella vita di tutti i giorni parlavano russo e polacco. Leggevano in tedesco, francese e inglese per cultura. Credo che sognassero in yiddish. Ma a me avevano impartito una lingua soltanto — l’ebraico. Forse temevano che io potessi rimanere sedotto dal letale incanto dell’Europa.»
Il rapporto ambivalente con l’Europa attraversa tutto il testo, Oz lo ricorda attraverso il padre: «all’epoca in cui mio padre era un giovanotto in Lituania — veniva dalla Russia, la sua famiglia si era rifugiata in Lituania, che allora era parte della Polonia — poterono dirsi fortunati per essere stati cacciati via e dopo mille peripezie, nei primi anni ’30, essere approdati alla Palestina sotto mandato britannico. A quel tempo l’Europa era tappezzata di graffiti: ebrei andatevene in Palestina. Quando, molti decenni dopo, mio padre tornò in Europa per un viaggio, la trovò coperta di altre scritte: ebrei fuori dalla Palestina. Dove apparteniamo dunque? Forse non apparteniamo affatto».
Il suo quartiere, un misto di intellettuali e parolai che si diverte a descrivere con un certo sarcasmo misto ad amarezza: «Il quartiere era pieno di tolstojani — gente che credeva nella filosofia di Tolstoj — e alcuni di loro gli assomigliavano, si vestivano come lo scrittore. Portavano una lunga barba bianca e una corda intorno a una specie di pastrano russo e sembravano più tolstojani di Tolstoj stesso. Quando vidi per la prima volta un’immagine dello scrittore sul retro di uno dei suoi libri, mi convinsi che fosse uno del vicinato. Non l’avevo forse già visto un sacco di volte? E non soltanto lui — anche la sua famiglia e i suoi fratelli? Era uno di noi. A ogni buon conto, molti di questi tolstojani parevano usciti da un romanzo di Dostoevskij, dotati com’erano di una mente tormentata e di un’anima colma di contraddizioni, e rabbia e conflittualità. Anche se questi dostoevskijani tolstojani di fatto parevano usciti da un racconto di Čechov. Il vero spirito del circondario non era né Tolstoj né Dostoevskij, bensì Čechov: la nostalgia per luoghi lontani.»
La genialità di Oz sta nel fare umorismo sulla «sindrome di Gerusalemme» che, indipendentemente dalla confessione d’appartenenza, finiva per manifestarsi tra chi vi si trasferiva con un eccesso di coinvolgimento religioso: «Ognuno era convinto di rappresentare l’autentico retaggio di Gerusalemme, la vera religione, la vera fede.» Ciò comportava un problema profondo e irrisolto che Oz affronta con un profondo relativismo: «A Gerusalemme la smania religiosa, le tensioni interconfessionali erano tali che ci si poteva o diventare matti oppure sviluppare un ottimo senso dell’umorismo. O ancora un senso di relatività. La convinzione insomma che d’accordo, ciascuno ha la sua storia, ma non ce n’è una più valida o più avvincente dell’altra.» E recupera con una certa qualità umoristica che attraversa le lezioni una vecchia storia molto divertente di un uomo che si ritrova al bar a conversare con Dio e gli chiede «Caro Dio, per favore dimmi una volta per tutte, chi possiede la vera fede? I cattolici o i protestanti o forse gli ebrei o magari i musulmani? Chi possiede la vera fede?» Allora Dio, in questa storia risponde: «A dirti la verità, non sono religioso, non lo sono mai stato, la religione nemmeno mi interessa».
Oz aveva vissuto in un kibbutz, le aziende-comunità collettivistiche socialiste ebraiche, esperimenti di abolizione della proprietà privata e di democrazia assembleare diretta dei lavoratori, di fatto un socialismo applicato e realizzato, e lì aveva ottenuto un giorno settimanale di esenzione dal lavoro per poter scrivere (poi due giorni, poi tre giorni, una lenta conquista del tempo), come ricorda durante la sua lezione. Mentre in un altro libro, a carattere autobiografico, “Una storia d’amore e di tenebra”, ricorda il suo matrimonio nel kibbutz e il rifiuto suo e di sua moglie della presenza dei due fucili spesso presenti nel rito nuziale dei primi kibbutzim, scegliendo solo i forconi a reggere la chuppah del proprio matrimonio nel kibbutz di Hulda (i primi kibbutzim socialisti avevano spesso la tradizione di reggere la chuppah con forconi e fucili per ricordare i simboli del lavoro dei kibbutznikim e gli strumenti di autodifesa dei lavoratori).
Oz ricorda inoltre il carattere di decolonizzazione che attraversava la società ebraica israeliana contro il colonialismo britannico, una lettura che oggi sembrerebbe paradossale e che invece era molto diffusa nel mondo ebraico. «Quando vivevo sotto il mandato britannico ero molto giovane e le prime parole in inglese che ho imparato a pronunciare da piccolo, prima di studiarlo a scuola, a parte yes e no, sono state ‘British, go home!’, che noi marmocchi gerosolimitani gridavamo gettando sassi contro le pattuglie inglesi a Gerusalemme nella nostra ‘intifada’ del 1945, 1946, 1947. Come non far maturare un senso di relatività, un senso della prospettiva e anche una triste ironia sul fatto che gli occupati possano diventare occupanti, gli oppressi oppressori, le vittime di ieri aggressori? Con quanta facilità i ruoli si ribaltano.» Oz ammette che c’era qualcosa di profondamente problematico in tutto questo, un’autocritica che trova forma espressiva e creativa nei messaggi metapolitici e metastorici del suo romanzo “Una pantera in cantina” che racchiude un valore educativo trascendentale alla vicenda dell’occupazione coloniale britannica.
Lezione del 21 gennaio 2002: “Come guarire un fanatico”.
Oz insegna: «Il fanatismo è più antico dell’Islam, del cristianesimo, dell’ebraismo, più antico di ogni stato o governo, d’ogni sistema politico, più antico di tutte le ideologie e di tutte le confessioni del mondo. Il fanatismo è, disgraziatamente, una componente onnipresente della natura umana; un gene perverso, se volete chiamarlo così. La gente che fa saltare le cliniche dove si pratica l’aborto in America, la gente che brucia moschee e sinagoghe in Germania, è diversa da Bin Laden solo nella misura, non nella natura dei propri crimini.» Il fanatico si riconosce subito, «il più delle volte il fanatico riesce a contare solo fino a uno, perché due è un’entità troppo grande per lui. Al tempo stesso i fanatici sono degli incorreggibili romantici, preferiscono il sentimento al pensiero.»
Ovvero Oz evidenzia l’incapacità dei fanatici di concepire, prima ancora di comprendere, la complessità, è un limite di conoscenza, l’incapacità di saper contare oltre l’uno. Una forma estrema di identitarismo, la necessità di appartenere a qualcosa. Anche in questo caso il senso dell’umorismo non manca: è una caratteristica propria di chi contrasta il fanatismo. Il riso e l’umorismo sono qualcosa che il fanatico non comprende, anzi lo irrita. Il fanatico è capace di concepire il sarcasmo, non l’umorismo. Oz fa ricorso al noto film dei Monty Python, Brian di Nazareth, un’esilarante parodia della vita di Gesù di Nazareth, attraverso il quale procede a una sottile critica del culto della personalità che genera totalitarismi e all’identitarismo che non concepisce l’umorismo, in quanto «l’umorismo è relativismo», una cura, come una compressa, con la quale curare i fanatici.
«Quando Brian dice all’immensa folla di aspiranti discepoli ‘Siete tutti individui!’ e la folla grida di rimando ‘Siamo tutti individui!’ eccetto uno che con un filo di voce dice ‘Io no’, ma gli altri lo tacciono rabbiosamente. In verità, dopo aver detto che il conformismo e l’uniformità sono forme diffuse di fanatismo, debbo aggiungere che spessissimo il culto della personalità, l’idealizzazione dei capi politici e religiosi, la venerazione di individui particolarmente brillanti, lo sono non di meno».
La critica al culto della personalità si aggiunge a una critica al capitalismo e al suo infantilismo globalista. «Le forme violente di fondamentalismo religioso per un verso e l’idolatria universale per Madonna o Maradona dall’altro. L’aspetto probabilmente peggiore della globalizzazione è questa regressione infantile del genere umano: ‘l’asilo globale’, rimpinzato di ninnoli e balocchi, dolcetti e leccalecca».
La psicologia del fanatico è caratterizzata dalla morbosità per il dominio e il rifiuto dell’alterità, Oz lo individua perfettamente. «Il fanatico è più interessato a voi che a se stesso, per la semplice ragione che il fanatico ha un io molto piccolo, quando non ce l’ha affatto. Il signor Bin Laden e la gente della sua fatta non è che odino l’Occidente. Non è questo il punto. Piuttosto, credo che loro vogliano salvare le vostre anime, liberarvi noi dai nostri empi valori, dal materialismo, dal pluralismo, dalla democrazia, dalla libertà di parola, dall’emancipazione delle donne. Tutto ciò sostiene il fondamentalismo islamico, è molto, molto dannoso per la vostra salute. Tanto più che il primo obiettivo di Bin Laden non è stato l’America, è stato invece quello di trasformare i musulmani moderati e pragmatici in gente come lui».
Le citazioni della migliore letteratura dell’Europa orientale e israeliana si mischiano a quelle statunitensi e inglesi. In una sola lezione, Oz cita Franz Kafka, Nikolaj Gogol’, William Faulkner, Yehuda Amichai e conclude con John Donne: «Nessun uomo è un’isola».
Lezione del 23 gennaio 2002: “Israele e Palestina: fra diritto e diritto”.
La prima cosa che fa Oz per la sua lezione è presentare un suo amico e collega: Izzat Ghazzawi, palestinese. E dopo di che introduce subito il concetto fondamentale di relativismo, che tanto irrita i fondamentalismi: «Izzat Ghazzawi e io abbiamo contrasti, e prospettive diverse, idee diverse. È una cosa più che naturale — persino all’interno della società palestinese è difficile trovare due persone d’accordo fra loro, e più che mai nella società israeliana. Ma sarete forse sorpresi dal fatto che comunque esistono molte aree di concordia, o parziale consenso, fra il signor Ghazzawi e me.»
L’obiettivo di Oz è far comprendere che la complessità del conflitto israeliano-palestinese non si risolve nelle categorizzazioni e nel dualismo tra ragione e torto, ma nella comprensione dell’alterità.
«Gli europei liberali, com’è noto, hanno sempre bisogno di sapere per prima cosa chi sono i ‘buoni’ e chi i ‘cattivi’ come in un film. Ora a proposito del Vietnam era molto facile, sapevamo perfettamente che il popolo vietnamita era la vittima e gli americani erano i cattivi. Per l’apartheid era facile, si dichiarava senza esitazione che quello era peccato, mentre la lotta per i diritti civili, la liberazione e l’uguaglianza e la dignità umana, quella era giusta. La guerra fra colonialismo e imperialismo su un fronte, e le vittime del colonialismo e dell’imperialismo sull’altro, è relativamente semplice — si può individuare con facilità chi sono i buoni e chi i cattivi. Quando invece si arriva alle radici del conflitto arabo-israeliano, e in particolare ai conflitti israelo-palestinesi, le cose non sono così semplici».
Oz propone un principio di pace, laica, con confini ben stabiliti tra Israele e Palestina, che è diverso dal principio di fratellanza del cristianesimo, e che mette l’Europa di fronte al rifiuto del popolo ebraico, così come mette il mondo arabo di fronte al rifiuto del popolo palestinese. «I palestinesi sono in Palestina perché la Palestina è la patria, l’unica patria del popolo palestinese. Allo stesso modo in cui l’Olanda è la patria degli olandesi o la Svezia degli svedesi. Gli ebrei israeliani sono in Israele perché non esiste altro paese al mondo che gli ebrei, in quanto popolo, in quanto nazione, abbiano mai potuto chiamare casa».
È un interessante sistema parallelo, che rende le parole di Oz inassimilabili per l’identitarismo, tanto più perché vertono proprio sul rifiuto dell’alterità nei confronti dei palestinesi e degli ebrei nel resto del mondo: un parallelismo di un’intelligenza peculiare. «I palestinesi hanno subito loro malgrado cercato di vivere in altri paesi arabi. Sono stati respinti, talvolta persino umiliati e perseguitati dalla cosiddetta ‘famiglia araba’. Nel modo più doloroso, sono diventati consapevoli della loro ‘palestinesità’: sono stati malvoluti come libanesi, siriani, egiziani, iracheni. Hanno imparato brutalmente che sono palestinesi e che questo è l’unico paese sul quale possono contare. Stranamente il popolo ebraico è come se avesse un’esperienza storica parallela a quella del popolo palestinese. Gli ebrei sono stati espulsi dall’Europa, i miei genitori sono stati letteralmente cacciati dall’Europa circa settant’anni fa.»
La speranza laica di Oz è racchiusa nella sua terza lezione: «L’opposto della guerra è la pace. Le nazioni debbono poter vivere in pace. Se facessi in tempo a vedere lo Stato d’Israele e lo Stato di Palestina vivere fianco a fianco decorosamente da vicini di casa senza oppressione, senza sfruttamento, senza massacri, senza terrorismo, senza violenza, ne sarei soddisfatto anche se non si trattasse di un trionfo dell’amore. Come scrive il poeta Robert Frost: ‘Una buona palizzata è ciò che crea un buon vicinato’». È una lezione molto utile per rieducare alla complessità, al valore dello Stato e allo stato di diritto curando le ottusità sia dei libertari e radicali che i fanatismi identitari nazionalisti. Un romanzo di Oz emerge nella pubblicazione della raccolta di lezioni, che ha un valore culturale universalistico: “Lo stesso mare”. Amos Oz è morto nel 2018, ma prima della sua “Ultima lezione”, resta ancora tanto da dire e da leggere per comprenderlo e per comprendere che la letteratura e la saggistica non sono esclusivamente “autonomia estetica”, ma hanno anche e soprattutto un valore formativo universalistico e trascendentale.
Benedetto Ligorio, Ph.D.
Libro recensito:
OZ, Contro il fanatismo” trad. it. Lowenthal, Milano, Feltrinelli, 2004.