Esteri

Tre pescherecci siciliani sequestrati dai libici a largo delle coste di Bengasi

Tre pescherecci siciliani sequestrati dai libici a largo delle coste di Bengasi

Sono il “Boccià”, il “Maestrale” e l’”Antonino Sirratò” i tre pescherecci sequestrati ieri sera dalle autorita’ libiche mentre incrociavano a largo delle coste di Bengasi. I natanti provengono tutti da Mazara del Vallo, Trapani, e ospitano a bordo 21 uomini dell’equipaggio, in maggioranza siciliani e alcuni tunisini. Su istruzioni del ministro degli Esteri Giulio Terzi, l`Ambasciata d`Italia a Tripoli e il Consolato Generale a Bengasi stanno seguendo sin dalle prime fasi la vicenda dei tre motopescherecci italiani posti in stato di fermo dalle autorità libiche la scorsa notte. Secondo quanto si apprende da fonti della Farnesina, il Console generale a Bengasi, Guido de Sanctis, si è immediatamente attivato per una rapida soluzione del caso, e ha già svolto una visita delle tre imbarcazioni, constatando la buona salute degli equipaggi, con i quali si mantiene in costante contatto offrendo rassicurazioni sull`attivo interessamento della Farnesina. Il ministro Terzi – si è appreso – ha chiesto al nostro ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Buccino, di effettuare interventi presso le Autorità libiche, auspicando che si arrivi al più presto ad una positiva conclusione della vicenda.

 

UNA QUESTIONE INTERNAZIONALE – È la seconda volta che una motonave siciliana viene sequestrata in Libia dopo la caduta del colonnello Gheddafi. Proprio lo scorso novembre la stessa sorte era toccata al peschereccio “Twenty two” fermato a 35 miglia dalla costa, in acque internazionali, e rilasciato dopo cinque giorni. Insomma è sempre la stessa la dinamica che da anni si ripete in quell’angolo di Mediterraneo: secondo quanto dichiarato all’Avanti!online dal sindaco di Mazzara del Vallo, l’onorevole Nicola Cristaldi, «Il problema fondamentale sta in una vicenda di tipo internazionale. Gheddafi estese in maniera unilaterale oltre le 72 miglia il limite delle acque territoriali libiche. Quella decisione non fu ratificata da nessun organismo internazionale».

IL SEQUESTRO – Nella serata di ieri, le tre imbarcazioni stavano svolgendo le normali attività di pesca quando sono state abbordate da una motovedetta e costrette a fare rotta verso terra. Il presidente del Distretto produttivo della pesca di Mazara del Vallo, Giovanni Tumbiolo, ha dichiarato di aver parlato con gli armatori che si sono detti «tutti molto preoccupati» perché le modalità del sequestro «non lasciano affatto tranquilli». Secondo quanto riferito da Piero Asaro, armatore dell’“Antonino Sirratò”: «Per fermare i tre pescherecci mazaresi, i libici che li hanno affiancati hanno sparato in aria». Asaro ha aggiunto che «i pescherecci mazaresi si trovavano a 42 miglia dalla costa libica quando, intorno alle 18, sono stati raggiunti da un motoscafo con a bordo cinque libici vestiti in borghese. Per intimare ai nostri marittimi di fermarsi i militari hanno sparato in aria alcuni colpi di arma da fuoco. Successivamente gli uomini, armati, sono saliti a bordo. Al momento non sappiamo in che modo metterci in contatto con l’equipaggio». Intanto Vito Margiotta, armatore di un altro dei tre pescherecci coinvolti, ha fatto sapere che i marinai «hanno trascorso la notte a bordo e non sono stati fatti scendere dalle imbarcazioni», segnale che potrebbe essere letto come positivo rispetto ad una rapida soluzione della crisi.

E’ la seconda volta, dalla caduta del regime di Gheddafi, che si verifica un sequestro di un peschereccio siciliano. Su cosa si gioca la partita di quell’angolo di Mediterraneo?

Il problema fondamentale sta in una vicenda di tipo internazionale. Gheddafi estese in maniera unilaterale oltre le 72 miglia il limite delle acque territoriali libiche. Quella decisione non fu ratificata da nessun organismo internazionale. Il governo attuale non si è ancora pronunciato in merito. L’unica cosa che è cambiata è il trattamento dei pescatori che vengono trattenuti: prima Gheddafi li sbatteva in galera mentre oggi vengono trattati con rispetto.

Ritiene che l’attuale governo di transizione non abbia modificato il provvedimento perché lo stato libico non è ancora ben strutturato o stanno strumentalizzando il problema?

Io credo che il governo libico stia amplificando una serie di “incidenti” per farsi mediatore del problema nei confronti dell’Unione Europea: abbiamo assistito nei giorni scorsi anche ad un aumento del volume dei flussi migratori.

Insomma la Libia mette pressione all’Italia per aumentare il proprio “potere contrattuale”?

Esattamente. La Libia vuole prendere parte al grande gioco della politica europea, cerca di accreditarsi, di essere un partner importante per quello che riguarda la sponda sud del Mediterraneo. La Libia vuole avere accesso a finanziamenti importanti che possano favorire lo sviluppo del Paese: la stessa situazione riguarda anche la Tunisia. Per guadagnarsi questo ruolo utilizza diverse armi di pressione: la questione delle acque territoriali è una, di cui il caso dei pescherecci siciliani è l’emblema. L’altra è il petrolio e l’altra, purtroppo, sono i flussi migratori.

Roberto Capocelli