Intervenuto recentemente alla trentaduesima edizione del seminario “Il Federalismo in Europa e nel Mondo”, organizzato dall’Istituto “Altiero Spinelli”, il Governatore della Banca d’Italia ha evidenziato la correlazione tra l’uscita dell’Europa dalla crisi dei debiti sovrani e le riforme economiche e politiche, richieste sia ai Paesi europei che all’Unione Europea. Visco ha sottolineato come sia necessario passare al più presto da una gestione europea intergovernativa delle politiche nazionali all’adozione di vere e proprie politiche comuni, se si vuole che lo spread scenda ulteriormente.
SPREAD DETERMINATO DA FATTORI NAZIONALI ED EUROPEI – Attualmente il differenziale tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi naviga intorno ai 250 punti base. Un livello che, se pure non paragonabile a quello emergenziale di novembre 2011, quando lo spread aveva raggiunto i 550 punti base, resta ancora troppo elevato. Lo spread attuale, infatti, continua a rappresentare un forte vincolo alla ripresa degli investimenti e dei consumi da parte delle imprese e delle famiglie italiane. Il Governatore della Banca d’Italia ha spiegato ad una platea di giovani convenuti da tutto il mondo a Ventotene come a determinare il livello dello spread tra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi concorrano due componenti: una “nazionale” ed una “europea”. La componente nazionale deriva dalle debolezze tipiche dell’ economia italiana: l’elevato debito pubblico, la bassa crescita economica, la scarsa competitività, solo per citarne alcune. Ma vi è poi anche un’ altra componente che contribuisce all’innalzamento dello spread: si tratta dell’incompletezza del disegno istituzionale europeo e dei conseguenti timori di rottura dell’Unione monetaria.
SEGUIRE LA ROAD MAP VERSO UNA NUOVA EUROPA – Ecco perché è fondamentale continuare nel percorso di costruzione della comune casa europea, seguendo la road map tracciata qualche mese fa dai vertici delle principali istituzioni europee: innanzitutto l’unione bancaria, poi una capacità impositiva legata ad un bilancio pubblico comune e, infine, l’unione politica vera e propria. Infatti la politica monetaria comune, gestita dalla Banca Centrale Europea, è un’arma che non potrà garantire a lungo la stabilità, in mancanza di una reale convergenza dei fondamentali economici dei singoli Paesi europei e di un reale progresso in termini di governance dell’Unione. Ciascuno deve fare la sua parte, dunque. E, superata la fase emergenziale, a cui l’Italia ha contribuito erogando ai partners europei ben 43 miliardi di Euro, destinati a salire a 55 nel corso del 2013 e 62 nel 2014, occorre ora davvero realizzare il primo passo verso una rinnovata e più solida architettura istituzionale europea.
L’UNIONE BANCARIA SAREBBE UN VANTAGGIO PER NOI – Questo primo passo non potrà essere rappresentato che dall’Unione bancaria, con la costituzione di un supervisore unico, imperniato nella BCE e nelle autorità nazionali, con la definizione di uno schema comune di risoluzione delle crisi bancarie e con la messa in campo di un’assicurazione comune dei depositi presso le banche. L’esigenza di dar luce all’Unione bancaria è emersa ancora una volta con la pessima gestione della recente crisi del sistema finanziario cipriota: una crisi che poteva essere preventivamente evitata, laddove fossero esistite più cogenti regole di supervisione a livello europeo. Regole comuni, che se da un lato potrebbero far emergere debolezze anche da parte di altri sistemi bancari o parte di essi – come ad esempio nel caso delle Landesbanken tedesche – dall’altro rappresenterebbero per noi italiani uno strumento per livellare il terreno di gioco e quindi per far valere in Europa la maggiore solidità delle nostre banche. In sostanza, con più Europa avremmo uno spread più basso, e maggiori opportunità per rilanciare la nostra economia.
Alfonso Siano