Possibile che, a sanare il Porcellum, si vari una soluzione che insiste nel violare la Costituzione? Impossibile ipotizzare qualcosa di diverso? Quando le liste bloccate e il “no” alla preferenza (un referendum la volle unica, ma la…. volle!) trasferiscono la scelta degli “eletti” a partiti estranei all’art.49 della Carta, il parlamentare non “rappresenta (più) la Nazione” perché il suo “mandato” è assoggettato alla volontà di chi lo nomina. C’è un circolo vizioso: per un verso, omesso il “metodo democratico” interno all’associazione partitica, dominano le Caste o addirittura i proprietari della comunicazione; e, per l’altro verso, violando l’art. 67, si subordina il parlamentare agli interessi degli uni e degli altri. In questi giorni, il “no” alla preferenza viene giustificato dal veto di questi ultimi e dalla necessità, sebbene a scapito delle fondamenta costituzionali, di dar basi condivise alle “riforme”. Corruzione e clientelismi, certamente da contrastare – ma su altri piani e con metodi non lesivi della partecipazione e della responsabilità – strumentalizzati dai media (i medesimi “pesanti” sia sulle istituzioni che sui fenomeni denunciati), sono utili a chiudere il cerchio dell’antipartitismo e dell’antipolitica in nome di una governabilità alternativa alla rappresentatività. Degradata quest’ultima (con le “nomine” e con i media) si legittima la personalità forte che risani, “libero” di governare! Questa linea ha inondato facilmente istituzioni e opinione pubblica svuotando le assemblee (spesso ridottesi a “far la cresta” sui rimborsi) dinnanzi a governatori e sindaci “forti”. Ebbene, prima che questa linea giunga al suggello che Formica teme su “Il Fatto quotidiano” c’è spazio per frenarla e tentare, almeno, un parziale recupero? Può darsi che Renzi stia bleffando per conseguire l’abolizione della Camera Alta e la correzione del titolo V e che attenda l’autosufficienza (che sembra delinearsi al Senato) per poi riprendere la questione e risanare i partiti con l’art. 49 e le assemblee con la rappresentatività e la preferenza. Ma come giurarci? E però, al punto cui siamo nelle stesse Aule parlamentari e con la cultura dell’ “uomo solo al comando” nel cui ambito s’è formato egli stesso, occorre “scoprirlo” rivendicando che le assemblee possano (almeno!) incidere più direttamente sulla scelta del governante: conciliando, dai Comuni in su, rappresentatività con bipolarismo-governabilità. Certo, è possibile dimostrare – specie dai fatti dell’ultimo ventennio – quanto questo nesso sia problematico. Ma se non si vuole la resa al qualunquismo dilagante (terribile la disattenzione giovanile per una questione difficile da capire in contrasto con i media e in assenza d’incisività delle istituzioni formative!) occorre inventare un qualche approdo che, parzialmente assecondandola, in realtà ci sottragga alla “piena” in atto e utilizzi le residue opportunità per “uno spazio di democrazia”. Peraltro, come le ipotesi in esame dimostrano. la conciliazione di rappresentatività e bipolarismo-governabilità non può essere ricercata nel medesimo congegno con cui si formano le assemblee, perché puntualmente si sacrifica la prima. Occorre allora, più semplicemente, provare a differenziarlo in un secondo turno esclusivamente bipolarista. Peraltro semplice e applicabile ai tre livelli elettivi. Posta una data, l’assemblea sceglie (anche fuori dal suo seno) i due candidati da proporre al ballottaggio. Il vincente – a Costituzione vigente e fatte salve successive modifiche costituzionali per elezione diretta e durata del governo – è nominato premier dal Capo dello Stato. A irrobustire in senso maggioritario la “investitura” assembleare, copertura da eventuale sfiducia, al vincente potrebbe assegnarsi un “listino”, secondo lo schema regionale in uso. Soddisfatto così il bipolarismo-governabilità, non reggerebbe più l’avversione alla rappresentatività e al proporzionale, che rimarebbero a tutela dell’art 138 della Carta! Lo stesso “ricatto dei minori”, i quali pur peserebbero nel sostegno al candidato premier, sarebbe ovviamente ridimensionato dal ballottaggio diretto. Questa procedura in due tempi, essenzializzata a due esponenti e perciò più facile, meno costosa ed estensibile a Comuni e Regioni, ridurrebbe altresì l’influenza dei media nella selezione dei due candidati, concedendo finalmente spazio al rispetto sia dell’art 67 e all’applicazione dell’art 49. E spezzerebbe il circolo vizioso che, tanto palesemente quanto decisamente, sta denaturando la nostra democrazia. Certo, si aprirebbe la strada per l’elezione diretta del premier, ma conservando il Garante costituzionale e – in forma di filtro per il premier – con la possibilità di sfiducia al governo e di tutela del 138 – buona parte del ruolo delle assemblee non saremmo di certo alla piena attuazione della Carta. Ma occorre riconoscere che l’omessa attuazione dell’art.49, pietra miliare del sistema, è all’origine dei grandi guai attuali, e che perciò non tutti sono ormai eliminabili. A salvare le prospettive, si tratta di evitare almeno il cristallizzarsi del circuito oligarchico cui sembriamo assistere impotenti. Consapevoli che – perdurando la tendenza a soffocare le radici della partecipazione e l’inefficace formazione delle nuove generazioni – perderemmo definitivamente la strada per coniugare equità e merito, obiettivo minimo di una democrazia almeno venata di socialismo!
Nicola Savino