Sono davvero attuali e calzanti alla vicenda dell’industria italiana, gli scritti di Ernesto Rossi raccolti nel volume dal titolo “Settimo: non rubare”, pubblicato nel 1952. Rossi, economista di Scuola einaudiana e giornalista di razza, tra i fondatori della prestigiosa rivista laica “Il Mondo” di Pannunzio e del Partito radicale negli anni ’50 del secolo trascorso, nato da una costola di quello liberale, analizzò lucidamente le degenerazioni del nostro mercato capitalistico, segnato dall’interdipendenza tra gruppi politici, gruppi industriali e banche (e grande stampa…), con sprechi, rendite monopolistiche e assistenzialismo di Stato, all’insegna dello slogan “privatizzare gli utili, socializzare le perdite”.
Mutatis mutandis quelle analisi appaiono di straordinaria attualità anche ai giorni nostri, a partire dalla vicenda-Alitalia. L’errore più grave che ha compiuto l’attuale governo, a fronte di una situazione che richiederebbe subito l’amministrazione straordinaria e non l’ennesimo salvataggio pubblico, non è stato l’ingresso di Poste Italiane nel capitale della nostra Compagnia di Bandiera, ma quello di avere salvato i vecchi azionisti, alcuni dei quali tra i bei nomi del “salotto buono” del capitalismo nazionale: Tronchetti-Provera per Pirelli, Benetton, Marcegaglia, Caltagirone Bellavista, Riva, Colaninno (sì, proprio uno dei cosiddetti “capitani coraggiosi” della privatizzazione Telecom, voluta da quella che il giurista Guido Rossi definì la “Merchant Bank” di Palazzo Chigi, dove sedeva Massimo D’Alema con gli auspicidi Enrico Cuccia patron di Mediobanca e dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga).
E tutto ciò alla faccia del libero mercato e del principio di responsabilità di imprenditori e manager, nel silenzio complice dei sindacati, perpetuando l’impossibilità per il nostro Paese di avere una vera classe imprenditoriale, considerato che lo Stato interviene sempre a salvare le aziende private, ma solo se sono grandi, se si tratta di piccole e medie imprese esse vengono lasciate fallire, con gli operai licenziati, anche se hanno crediti con la pubblica amministrazione per milioni di euro.
D’altronde, il simbolo del grande capitale nostrano nel dopoguerra, Gianni Agnelli, in un’intervista al Corriere della Sera nel 1996, disse: “…dovevamo scendere a patti con i politici e l’impresa pubblica”; peccato che senza l’intervento pubblico per le rottamazioni e la cassa integrazione, la Fiat sarebbe fallita da tempo!
Povero Ernesto Rossi, se ritornasse in vita sarebbe drammaticamente sconvolto di avere ancora ragione.
Maurizio Ballistreri