“Ho attinto dalla / madre terra / la linfa vitale…”.
Al cuore del mondo, dell’uomo, all’essenza della vita, senza finzioni, maschere, dolce e dolorosa: la quarta opera di Imma Melcarne (“Note soffuse”, Edit Santoro, Galatina 2025, pp. 108, euro 10,00) è fatta di versi nudi e crudi, punta a svelare la quotidianità colta nei suoi passaggi più veri.
“Ho attinto dal vento…”.
La poetessa pugliese riprende un cammino interrotto, con i materiali di sempre, della sua infanzia in riva al Mediterraneo, i miti e i riti e della sua terra e della sua vita.
Possono essere letti come i capitoli di una lunga conversazione, di quelle che una volta si facevano seduti al fresco la sera davanti a casa o dinanzi al fuoco d’inverno con le mani protese.
Versi sinceri, accolti come un dono prezioso. Che contengono le scansioni di una vita, i sentimenti che contano, i valori, gli affetti, la ritualità, la spiritualità, sullo sfondo dell’incedere sensuale ma inesorabile delle stagioni, dei paesaggi che diventano interiori. Poesie che brillano una luce ancestrale, di un’energia primordiale.
Che si trasfigurano in una crescita personale, di maturità e coscienza. Gioie e dolori, allegria e ferite: tutto diventa materiale poetico che comunque cura l’anima inquieta, sensibile, insonne. Una fragilità che diviene forza e coraggio nelle burrasche inesorabili dell’esistenza.
E vede bene G. Patrizia Morciano che in prefazione fa un audace collegamento e intravede “un rimando al leopardiano Infinito, quasi un’umile rivisitazione del potere dell’immaginazione”.
71 poesie per riflettere su se stessa, ma soprattutto sulla provvisorietà della vita e del tutto che però non diviene mai fatalità, semmai input per dare un senso alle cose, catturando, appunto l’essenza della vita, quello che davvero conta nello scorrere fatale dei giorni.
“Ho attinto dal mare…”.
Francesco Greco