L'editoriale

Ranucci chiarisca, prima che il silenzio lo travolga

  • Ranucci, oggi, dovrebbe fare esattamente ciò che per anni ha chiesto agli altri: spiegare

Il consiglio che Enzo Maraio rivolge a Sigfrido Ranucci va nella direzione giusta: rompa il silenzio e chiarisca. Lo faccia presto, perché quando gli interrogativi si accumulano e le risposte non arrivano, il rischio è che sia il silenzio stesso a diventare una notizia. E, alla lunga, a travolgere la credibilità di chi tace.

Non è una sentenza e non vuole esserlo. Al contrario. È proprio una posizione garantista a imporre prudenza: una frequentazione non è una colpa, un rapporto personale non dimostra una responsabilità e un sospetto non può trasformarsi in una prova.

Ma qui c’è qualcosa di più, soprattutto per chi ha costruito la propria autorevolezza professionale sull’inchiesta, sulle domande rivolte agli altri e sulla pretesa — spesso giustissima — che chi esercita un ruolo pubblico risponda.

Ranucci, dunque, dovrebbe fare esattamente ciò che per anni ha chiesto agli altri: spiegare.

Qual era la natura del rapporto con Walter Lavitola? Quanto era stretto? Perché quella frequentazione? Quali erano le ragioni degli incontri e dei contatti di cui si discute? Sono domande legittime alle quali soltanto Ranucci può dare una risposta completa.

Maraio pone la questione da socialista e da garantista. E questo particolare non è secondario.

Il mondo socialista conosce bene la storia di Lavitola. Conosce le perplessità che lo hanno accompagnato negli anni e, soprattutto, non ha dimenticato il tentativo di accreditare “L’Avanti!” da lui fondato come espressione della tradizione socialista. Non lo era. Quella testata nulla aveva a che vedere con lo storico Avanti!, giornale dei socialisti italiani.

È una storia che per molti socialisti non rappresenta un dettaglio.

Proprio per questo l’invito di Maraio non contiene una condanna preventiva. Contiene, invece, una richiesta di trasparenza. E dovrebbe essere interesse dello stesso Ranucci raccoglierla.

C’è poi una questione che riguarda direttamente il mestiere del giornalista.

Ranucci dirige una trasmissione che ha fatto delle domande scomode la propria cifra. Report ha indagato rapporti, frequentazioni, telefonate, incontri, interessi e relazioni. Ha chiesto a politici, imprenditori, funzionari e uomini delle istituzioni di spiegare circostanze considerate meritevoli di approfondimento.

È il giornalismo d’inchiesta. Ed è giusto che esista.

Ma proprio chi rivendica il diritto di fare domande agli altri non può considerare sconveniente che, quando le circostanze lo richiedono, quelle stesse domande vengano rivolte a lui.

Non significa mettere Ranucci sul banco degli imputati. Significa applicare un principio elementare: la trasparenza che chiediamo agli altri deve valere anche per noi stessi.

Anzi, chiarire sarebbe il modo migliore per sottrarre questa storia alla macchina delle insinuazioni.

Perché il vuoto comunicativo non resta mai vuoto. Viene occupato dalle ricostruzioni, dalle interpretazioni, dalle mezze verità e, inevitabilmente, dai sospetti. Più passa il tempo, più diventa difficile distinguere ciò che sappiamo da ciò che qualcuno semplicemente immagina.

Ranucci ha ancora la possibilità di interrompere questo meccanismo.

Non deve dimostrare un’innocenza che nessuno può pretendere sulla base di semplici frequentazioni. Deve raccontare la sua versione, rispondere alle domande e mettere in fila i fatti.

È paradossale, ma è esattamente il metodo che il giornalismo d’inchiesta dovrebbe insegnarci: alle domande si risponde con i fatti.

Per questo Maraio ha ragione a suggerirgli di rompere il silenzio.

Ranucci chiarisca. Lo faccia innanzitutto nel proprio interesse e poi per rispetto del pubblico che da anni gli riconosce autorevolezza.

Perché una spiegazione può chiudere una vicenda. Il silenzio, invece, rischia di ingrandirla ogni giorno.

E alla fine può diventare molto più difficile governarla.