L'editoriale

“Rappresenta la Nazione”: il paradosso dell’articolo 67

C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci ogni volta che un’elezione registra un’affluenza drammaticamente bassa: quanto è distante la rappresentanza politica dai cittadini?

Non è una domanda sulla legittimità formale di un’elezione. Se le regole sono state rispettate, chi viene eletto è a tutti gli effetti un parlamentare e ne esercita legittimamente le funzioni. Il problema è un altro, ed è molto più profondo: quanto può sentirsi rappresentata una comunità quando a scegliere il proprio rappresentante è soltanto una piccola parte dei cittadini aventi diritto al voto?

Prendo spunto dalle recenti elezioni suppletive a Reggio Calabria, dove, secondo i dati da verificare, l’affluenza sarebbe stata intorno al 20% degli aventi diritto. Se questo dato fosse confermato e se il candidato eletto avesse ottenuto, a sua volta, circa un terzo dei voti espressi, ci troveremmo di fronte a un parlamentare scelto da una quota pari a circa un terzo dell’intero corpo elettorale. Formalmente tutto sarebbe perfettamente regolare.

Ma la politica non può fermarsi alla formalità delle procedure. Perché una democrazia non è fatta soltanto di regole rispettate: è fatta anche di partecipazione, fiducia e riconoscimento. L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”. È una delle affermazioni più importanti del nostro ordinamento. Il parlamentare non rappresenta soltanto il collegio nel quale è stato eletto, né esclusivamente il partito sotto il cui simbolo si è candidato. Rappresenta la Nazione. Ma che cosa significa oggi rappresentare una Nazione nella quale una quota crescente di cittadini non va più a votare?

È questo il nodo che la politica dovrebbe affrontare, anziché limitarsi a registrare i risultati elettorali come se fossero numeri privi di conseguenze. Da anni assistiamo a una progressiva disaffezione dal voto. Le ragioni sono molteplici e sarebbe semplicistico attribuirle tutte alla politica. Ma sarebbe altrettanto difficile negare che una parte della responsabilità ricada proprio sulla politica: sulla distanza crescente tra cittadini e istituzioni, sulla sfiducia nei partiti, sulla sensazione diffusa che il voto individuale incida sempre meno sulle persone chiamate a rappresentarci. Ed è qui che si apre un’altra questione. I cittadini scelgono davvero i propri parlamentari? Oppure scelgono una lista, un simbolo, una coalizione, lasciando poi che siano i partiti a stabilire chi occuperà i seggi?

Ci viene detto, giustamente, che il voto è libero. Ma la libertà del voto non esaurisce necessariamente il problema della qualità della scelta. Un cittadino può essere perfettamente libero di scegliere tra le alternative che gli vengono sottoposte e, nello stesso tempo, percepire di non avere avuto la possibilità di scegliere direttamente la persona alla quale affidare la propria rappresentanza. Non significa mettere in discussione la legittimità di chi viene eletto. Significa interrogarsi sulla qualità della rappresentanza. Ed è una distinzione fondamentale, perché confondere legittimità e rappresentatività rischia di impedire qualsiasi discussione seria.

Un parlamentare eletto secondo le regole è legittimato a esercitare il proprio mandato. Ma la democrazia dovrebbe preoccuparsi anche di un’altra cosa: fare in modo che il maggior numero possibile di cittadini abbia voglia di partecipare alla scelta di chi li rappresenterà. Altrimenti rischiamo di costruire un paradosso. Potremmo avere istituzioni perfettamente legittime sul piano giuridico, ma sempre più lontane dalla società che dovrebbero rappresentare. E allora anche la legge elettorale diventa una questione centrale. Non dovrebbe essere una legge costruita dalla maggioranza di turno per massimizzare il proprio vantaggio contingente.

Dovrebbe essere, per quanto possibile, una regola del gioco condivisa, discussa con l’opposizione e pensata per durare oltre la legislatura nella quale viene approvata. La storia politica italiana ci ha già insegnato quanto sia rischioso modificare le regole elettorali guardando esclusivamente al risultato immediato. Il tema, dunque, non è soltanto stabilire chi viene eletto.

È capire come restituire ai cittadini la sensazione di essere realmente protagonisti della scelta. Si può discutere di collegi, preferenze, soglie, sistemi maggioritari o proporzionali. Si possono sostenere soluzioni diverse. Ma il punto dovrebbe essere comune: una legge elettorale dovrebbe favorire, non scoraggiare, il rapporto tra elettore ed eletto. E soprattutto dovrebbe essere il frutto di un confronto il più possibile ampio tra le forze politiche. Perché se continuiamo a ridurre la partecipazione democratica a un semplice adempimento formale, rischiamo di abituarci a un’idea pericolosa: quella secondo cui è sufficiente essere stati eletti, indipendentemente da quanti cittadini abbiano effettivamente partecipato alla scelta, per poter dire di rappresentare una comunità.

Non è così semplice. La rappresentanza politica non è soltanto una questione di numeri e procedure. È anche un rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Per questo, se fossi il candidato eletto in una consultazione caratterizzata da un’affluenza tanto bassa, mi porrei seriamente il problema delle dimissioni. Non perché la mia elezione sarebbe necessariamente illegittima. Ma perché, prima ancora di chiedermi se ho il diritto di occupare quel seggio, mi chiederei se ho ricevuto dalla comunità che dovrei rappresentare un mandato politicamente abbastanza forte da sentirmene davvero rappresentante.

È una provocazione, naturalmente. Ma forse è una provocazione necessaria. Perché le suppletive in Calabria non dovrebbero interessarci soltanto per sapere chi ha vinto e chi ha perso. Dovrebbero interessarci per una ragione molto più importante: ci dicono qualcosa sul rapporto sempre più fragile tra cittadini e istituzioni. E la domanda, alla fine, è tutta qui. Un parlamentare può certamente dire: “Sono stato eletto e rappresento la Nazione”.

Ma una democrazia che vuole rimanere viva dovrebbe avere il coraggio di aggiungere una seconda domanda: quanti cittadini hanno scelto di essere rappresentati da me? Se la risposta è una percentuale sempre più piccola dell’intero corpo elettorale, il problema non è soltanto dell’eletto. È di tutti noi.