Apertura della Stagione lirica al Teatro Valli di Reggio Emilia, venerdì sera, con un assai modesto Tannhäuser di Richard Wagner, ma si dovrebbe precisare di Wagner/Schmiedleitner, in quanto il regista Georg Schmiedleitner, secondo una deprecabile tendenza che ha già mietuto celebri vittime (una Carmen che non viene uccisa ma che uccide Don José, un Otello o un’Aida che non sono più neri) ha reinventato il finale lasciando viva Elisabeth, che va a spassarsela con Venere, dopo che Tannhäuser viene strangolato dall’amico e rivale, Minnesänger come lui, Wolfram von Eschenbach. Tuto in nome di quel politicamente corretto che sta distruggendo esistenze e culture millenarie.
A fronte di questa sciagurata scelta, il regista austriaco ha reinventato tutta l’opera trasformando il luogo immaginario del Monte di Venere – dove si svolge l’iniziale baccanale e dove Tannhäuser, soggiogato dalla Dea dell’amore, ha vissuto un periodo di esaltazione dei sensi fuori dal tempo e dal mondo – in un motel che si presta pure, con minime modifiche a trasformarsi nella reggia di Wartburg, del secondo atto, mentre i pellegrini in viaggio per Roma sono rappresentati con dei carrelli in fila per entrare in un supermercato (allusine alla vendita delle indulgenze di due secoli posteriore ai fatti narrati nel libretto?); inutile chiederselo, significati e simboli aggiunti dai registi che seguono questo desolante trend sono orpelli egotici sui quali è bene sorvolare senza dare loro troppo peso. Ci si chiede però, come faranno quei tanti giovani, che felicemente abbiamo visto in teatro, a raccapezzarsi tra la trama autentica e le parole del libretto, che scorrono nei sovratitoli, a beneficio della comprensione dell’opera, e che si leggono comunque nel programma di sala, quando in scena succedono cose del tutto incongrue con queste? Quando leggono della morte di Elisabeth, della sua bara al centro della scena su cui Tannhäuser crolla, finalmente pentito, morendo a sua volta, mentre vedono sulla scena lei, viva e vegeta, che se la svigna allegramente con Venere? Di questo passo, ma già ci sono preoccupanti segnali in tal senso, si cambieranno le parole dei poeti, le trame, perché non in linea con il politicamente corretto, e così la “cancel culture”, farà sparire o deformerà ogni nostro più autentico patrimonio culturale. Compito di un regista dovrebbe essere quello di lavorare sugli spazi, le luci i movimenti scenici, adottando le tecnologie più moderne, ma non aggiungere significati e simboli solo suoi, il libretto e soprattutto la musica parlano, esprimono in sommo grado, in quanto capolavori, ed esigono rispetto, ad ognuno il suo mestiere.
Sul piano musicale i tre atti hanno offerto livelli diseguali, nel primo la presenza costante di Tannhäuser, in uno dei ruoli tenorili più ardui della storia dell’opera, interpretato da James Kee, ha fatto registrare un livello qualitativo assai basso: voce sgradevole, un fraseggio rotto e mai cantabile (che il regista, che o ha disegnato come un irriducibile bullo, lo abbia mal consigliato?); la compagnia di Venere, Heike Wessels, vocalmente potente e imperiosa, non ha risollevato le sorti, privata totalmente di ogni sensualità dalle scelte di regista, scenografo e costumista, ha disatteso completamente il senso del suo ruolo. Ridicole e inefficaci le comparse/ballerine che avrebbero dovuto infuocare il baccanale iniziale.
Secondo e terzo atto in crescita, con qualche tocco registico in linea con la sostanza musicale di libretto e musica, ma non in grado di risarcire il guasto strutturale, così ad esempio l’idea di far entrare e cantare direttamente in platea Elisabeth, la brava Leah Gordon, come fosse nella sala del castello di Wartburg dove si svolgono le gare canore dei Minnesänger, oppure di schierare nel finale il coro nelle due ali, sempre della platea, ricreando per un attimo quel senso di sacralità e sospensione estatica, cifra precipua dell’opera, ahimè totalmente disattesa da regia e scene.
Tra le eccellenze vocali, il coro appunto, Czech Philharmonic Choir di Brno, diretto da Michal Dvořák, la citata Elisabeth, il Wolfram von Eschenbach interpretato da Birger Radde, intenso nella struggente romanza, “O du mein holder Abendstern”, in cui il Minnesänger, teneremente e platonicamente innamorato di Elisabeth, intuisce la sua fine e la paragona ad una stella della sera; bene anche il giovane pastorello di Julia Duscher; meno convincente il Langravio Hermann di Tijl Faveyts.
Completavano degnamente, Martin Mairinger, Young Kwon, Christian Sturm, Gerrit Illenberger, rispettivamente i Minnäsenger e cavalieri: Walther von der Vogelweide, Biterolf, Heinrich der Schreiber, Reinmar von Zweter.
Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini, diretta da Marcus Bosch che ha inteso alleggerire Wagner nel segno di Mendelssohn (scelta ragionevolmente interessante), a volte riuscendoci a volte meno.
Allestimento nuovo in coproduzione con Opernfestspiele Heidenheim OH!, Fondazione Teatro Comunale di Modena.
Teatro non al completo ma col dato positivo della presenza di molti giovani; successo in crescita dal primo al terzo atto, applausi finali con qualche buh.
Daniela Iotti