Criticata (spesso a sproposito), fraintesa, temuta, addirittura anche odiata, rispettata, ma in fondo anche amata e, vivaddio, pure ricordata e, persino, giustamente celebrata.
Stiamo parlando di Oriana Fallaci, figura di spicco della cultura italiano, europea e, ma sì, possiamo affermarlo senza esagerazione, mondiale del secolo scorso (basterebbe dire che si tratta dell’autore italiano più letto nel globo), di cui proprio in questi gorni ricorre il ventennale della dipartita.
Personaggio tanto gigantesco quanto complesso e, ovviamente, assai “scomodo”, ricchissimo di sfaccettature capace di renderla affascinante come pochi: perennemente inquieta, intelligentemente curiosa, a tratti insopportabilmente egocentrica e prepotente, profondissima, estremamente esigente con se stessa e con gli altri, marcatamente ambiziosa, fieramente polemica, dotata e carismatica come pochi..Si potrebbe continuare, ma qualunque caratteristica si possa attribuire a questo straordinario “personaggio di altri tempi” – pare appropriato definirla così se pensiamo al suo rigore spietato, alla sua sfrenata passione per la vita, alla sua capacità di sprofondare nel dolore per
comprendere sempre più fondo quell’umanità che, malgrado tanta durezza, non cessò mai di amare. D’altra parte, sarebbe ben ingenuo aspettarsi una natura dolce e accomodante da una donna che, piaccia o non piaccia, merita di essere considerata una degli intellettuali più influenti e delle penne più autorevoli del secolo scorso.
La sua straordinaria carriera durò esattamente sessanta anni, essendo cominciata a diciassette anni e terminata col suo trapasso, a settantassette.
Era ancora una eccellente studentessa liceale che quando iniziò, avvalendosi pure dell’aiuto dello zio, il grande giornalista Bruno Fallaci.
Segui una breve parentesi presso l’Università della sua amata Firenze, città che le diede i natali e in cui volle congedarsi da questo mondo, comunque ben presto abbandonò gli studi per consacrarsi alla missione che l’avrebbe resa celebre in tutto il mondo.
Sarebbe banale e riduttivo ricondurre la scarsa simpatia per non dire di peggio) che, oltre all’innegabile e quasi unanime ammirazione che Oriana Fallaci suscitò presso vari settori lungo l’intero arco della sua straordinariamente e meritatamente fortunata carriera, a una mera questione di “caratterino”. “Caratterino” che sicuramente non fu una invenzione dei suoi detrattori: al riguardo circolano tuttora aneddoti talmente grotteschi da spingere a chiedersi dove inizi il confine tra realtà e fantasia, argomento sul quale sarebbe peraltro impietoso ed inutile indugiare. Malgrado il suo indiscusso spessore umano e le sue capacità che fecero di lei una delle scrittrici, giornaliste e intellettuali maggiori del secolo scorso, nel suo ambiente la Fallaci venne fatta oggetto di forme di ostracismo ai limiti del ridicolo: il pur grande Indro Montanelli – tra i due non scorse mai buon sangue -, la chiamava la “signorina Fallaci”, quasi a voler rimarcare, con una punta di scherno, un nubilato in realtà da lei profondamente voluto quale inevitabile conseguenza di una vita interamente dedicata alla sua missione.
Detto per inciso, al grande “toscanaccio” la celebre conterranea probabilmente non andava tanto a genio in quanto, in generale, Montanelli non vedeva particolarmente di buon occhio le colleghe, a meno che non si occupassero di moda o di Galateo.
Ciò non vuol dire, peraltro, che questa donna estremamente passionale non abbia vissuto grandi amori. Amori assai intensi e drammatici, come quello per il patriota greco a Panagoulis, che incontrerà a quaranta anni nonché il legame, parimenti appassionato tormentato, col giornalista Alfredo Pieroni, da cui cui, nel 1958, scaturiranno un aborto spontaneo nonché, addirittura, un tentativo di suicidio da parte della giovane giornalista.
Del resto, come tanti altri “grandi”, la sua personalità era ricca di aspetti imprevedibili né mancava certo una innegabile componente lunatica. Chi scrive porta comunque nel cuore uno splendido ricordo di un incontro a tu per tu con la grande Oriana in occasione di una intervista che lei gli concesse, circa due anni prima di andarsene, uccisa da quel morbo contro il quale tanti anni aveva lottato.
Fu uno straordinario “incontro ravvicinato” , a suo modo pure comico.
Sì perché chi scrive, per natura tutt’altro che timido, al momento di trovarsi a tu per tu col “mostro sacro” da lui tanto ammirato, nel locale di New York in cui l’illustre signora gli aveva dato appuntamento, fu improvvisamente colto da una improvvisa crisi di insicurezza.
Lei, elegantissima e, come al solito, con la sigaretta in bocca, lo scrutava severa e incuriosita, benché il suo sguardo fiero e apparentemente duro lasciasse trasparire una certa benevolenza. “E’ più bella di quanto pensassi”, mi sorpresi a pensare, benché la donna all’epoca avesse già superato la settantina (in effetti, bella era sempre stata e tale resterà: al di là della modesta statura, era dotata di un corpo assai armonioso, il volto era singolare e statuario, gli occhi azzurri e intensissimi, malgrado l’età si poteva ancora definire assai sensuale, caratteristica sottolineata dalla sua voce potente, da attrice).
Fu la signora a rompere il ghiaccio, sfoderando un bellissimo sorriso: “Coraggio, giovanotto, suvvia! D’accordo, son decrepita, ma sono così spaventosa?” “Mah no, signora Fallaci, che dice”, farfugliai io. Scoppiammo entrambi in una fragorosa risata, poi la signora dichiarò, con fare materno e autorevole a un tempo: “Qua si mangia molto bene, sa? Ordini ciò che preferisce e poi mi racconti un po’ di lei, giovanotto”.
Mi sembrava di toccare il cielo con un dito; la grande Oriana Fallaci chiedeva al sottoscritto di parlarle di me!
Lo stesso interesse per la mia persona la grande intellettuale dimostrò nel corso della lunga e interessantissima conversazione che seguì, nel corso della quale la signora si mostrò effettivamente interessata al mio modesto parere. Si parò di tutto: di Europa e di America, di condizione femminile e della famiglia, di gioventù della sua generazione e di gioventù della mia, di viaggi di passioni, di amore, di Dio e del futuro dell’Occidente..
Più la conversazione proseguiva, più mi sentivo stregato da quella personalità affascinante come nessun altra e non saprei dire se a conquistarmi fosse prevalentemente il suo carisma, la sua immensa cultura. la lucidità del suo pensiero, la chiarezza della sua visione o un po’ tutti questi fattori.
Fatto sta che questa donna suscitava sicuramente forti invidie in virtù della sua innegabile capacità di trasformare in capolavoro qualunque genere nel quale si cimentasse.
Pensiamo all’intervista: chi meglio di lei seppe affrontare a tu per tu i personaggi più potenti e più famosi del globo da pari a pari, portandoli a sviscerare le problematiche più complesse di natura storica, politica e filosofica con classe inimitabile, facendo a poco scivolare il discorso sul piano intimo e personale quasi senza che l’illustre interlocutore se ne avvedesse.
Fu così che la celeberrima diva di Hollywood o il temuto capo di Stato si ritrovava messo a nudo regalando rarissime confidenze sulla propria vista sentimentale o coniugale, sul proprio rapporto con la religione o sulle proprie ferite interiori, in modo da risultare alla fine assolutamente umano, persino nei casi in cui l’osannato o odiato leader portava nella coscienza il peso di terrificanti massacri, ad esempio. Una sensibilità e una astuzia degne del miglior psicanalista, insomma.
E’ stato da più parti proposto di trasformare quel capolavoro che è “Intervista con la storia”, il quale raccoglie la maggior parte di tali interviste, in uno dei libri di testo obbligatori per gli studenti dei Licei (peccato che per ora siamo rimasti alle proposte).
Un cappello pieno di ciliege può considerarsi una delle opere più significative della narrativa europea del secolo scorso, la quale varrebbe meritato considerazione ben maggiore da parte della critica. Un romanzo di oltre ottocento pagine, unico nel suo genere, nel quale la scrittrice ricostruisce circa duecento anni di storia della sua famiglia, dall’inizio del Settecento alla fine dell’Ottocento. Il discorso vale per entrambi i rami, quello femminile come quello maschile, i quali a un certo punto si congiungeranno (i genitori di Oriana erano lontani cugini).
La ricostruzione storica e antropologica è quasi perfetta, l’intreccio delle intricate vicende è emozionante al punto da mozzare il fiato, l’analisi psicologica dei vari personaggi (per lo più antenati della scrittrice) estremamente profonda. Il tutto è narrato con grande pathos : infischiandosene dello schema (ipocrita e ingenuo) che vorrebbe il narratore asettico (o per lo meno imparziale), la Fallaci interviene spesso nel racconto, arricchendolo di commenti psicologici o addirittura etici in abbondanza, rivelando uno stile assolutamente personale.
La Fallaci riesce insomma a coinvolgere emotivamente il lettore con l’intensità di un grande narratore dell’Ottocento, rendendolo profondamente partecipe delle proprie emozioni e incollandolo alla pagina.
Si tratti di saggi o di romanzi, la Fallaci rivela la straordinaria capacità di trascinarti nel suo mondo, travolgendoti con le sue passioni, il suo orgoglio, le sue pure, le sue angosce e le sue speranze.
Per tornare alla romanziera, pensiamo a quell’altro capolavoro, contemporaneo dell’ Intervista con la storia, che è Lettera a un bambino mai nato, (entrambi uscirono nel 1975) il quale , oltre ad affrontare, con la consueta, spietata lucidità e con la profondità di sempre, numerose tematiche psicologiche ed esistenziali cruciali (l’infanzia, il rapporto di coppia, la condizione femminile, la famiglia, il senso della vita e della morte), centra fondamentalmente il discorso su una problematica sì antica quanto l’uomo ma all’ epoca praticamente ignorata da psicologi, scienziati e intellettuali: la donna senza figli, da lei (nonché dalla maggioranza delle donne in tale situazione, oggi come allora), vissuta come un dramma.
Ancora una volta la grande scrittrice si rivelò profetica, : teniamo presente che all’epoca le donne senza figli erano molto meno numerose di oggi.
Come sempre, la Fallaci muove da uno spunto autobiografico per poi affrontare la problematica in chiave generale: la propria esperienza di aborto spontaneo all’epoca della sua relazione con l’amato patriota greco Alexander Panagoulis, mentre a tale intensissima e drammatica storia di amore ella dedicherà poi un altro monumentale romanzo, Un uomo, scritto all’indomani della “misteriosa” scomparsa del suo compagno nel 1979.
Lì la Fallaci cercherà tra l’altro di elaborare tale lutto devastante, dopo aver naturalmente condotto le sue indagini sul caso per concludere che in realtà il suo amato sarebbe stato ucciso in quanto vittima di un complotto.
Tornando ancora una volta alla “Lettera a un bambino” mai nato, libro di sì e no un centinaio di pagine, costituendo così una eccezione nella produzione letteraria della Fallaci, creatrice per lo più di opere monumentali, non si può far a meno di rilevare come, proprio in periodo storico in cui il dibattito sull’aborto era appena cominciato in Italia per poi farsi sempre più rovente, da lì a pochi anni (assumendo da una parte e dall’altra i torni di una vera e propria crociata), la scrittrice si rivelò capace, ancora una volta, di andare dritta al cuore del problema, cercando di sviscerarne la drammaticità, al di là di ogni conformismo clericale o laicista. In sintesi: per Oriana Fallaci l’aborto non va considerato né un “diritto” né una “conquista”, ma tutt’al più una tragica, dolorosa necessità per donne le quali, a torto o a ragione, pensino che la loro concreta situazione non lasci loro alternative. Sappiano comunque che soffriranno tanto, ancor più qualora la sorte avesse in serbo per loro la stessa “sfortuna” (sono parole sue) toccate a lei: ossia la mancanza di figli.
Ciò detto nessuno deve permettersi di “proibire” alla donna una scelta che spetta a lei ed esclusivamente a lei.
Comunque, il capolavoro termina con insegnamento che la scrittrice regala al suo “bambino mai nato”: “La vita non muore”.
Se infatti è assai noto il volto drammatico della Fallaci, la quale ha saputo raccontare il dolore e in particolare la guerra con intensità unica, da lei vissuta e vista da vicino, meno noto è il suo prepotente amore alla vita.
Lo spiccato amore per l’indipendenza nonché l’intransigente ricerca della verità resero Oriana Fallaci spesso poco comprensibile agli italiani, così abituati alle etichette e agli schemi, mentre la Nostra, non di rado più apprezzata e conosciuta all’estero (specialmente in contesti più liberali, quali gli Stati Uniti e la Germania) che non nel nostro Paese, troppo abituato a schemi e contrapposizioni assai riduttivi e a volte fuorvianti quali “destra e sinistra”, “femminista o maschilista” e via bollando.
La Fallaci respinse costantemente e con sdegno ogni etichetta: non si considerava né “di destra” né “di sinistra”, meno che mai “femminista”, più complesso ancora il suo rapporto con la dimensione religiosa (ne parleremo più avanti).
Il suo invincibile amore per la libertà non le impedì certo di battersi come una leonessa per gli ideali umanitari per lei irrinunciabili, a costo non solo di rendersi impopolare ma addirittura di rischiare a tratti di cadere in una intransigenza a volte capace di colorarsi di fanatismo. Fu senz’altro il caso della polemica di Oriana Fallaci nei confronti dell’Islam, la quale provocò nei confronti della grande scrittrice un coro di critiche assai pesanti, nell’ultima fase della sua esistenza. Il tema è estremamente complesso né è possibile approfondirlo in questa sede. Diremo soltanto che, a alla Fallaci, a posteriori, bisogna pur riconoscerlo, ben di rado i fatti diedero torto : pensiamo soltanto al fatto che la sua lungimiranza le permise di rendersi conto fin dall’inizio di quale pasta fossero fatti personaggi quali Fidel Castro e Gheddafi nonché di quante lacrime e quanto sangue grondassero in realtà quei tragici bluff che si rivelarono poi i loro regimi, tragici i loro regimi, nel momento in cui fior di maitres a penser stravedevano per tali signori, specie in un Paese dome il nostro, in cui la faciloneria è sempre stata di casa.
Fermo restando che non si può mettere in discussione il coraggio di chiunque, a torto o a ragione, farsi portavoce di idee assai diffuse tra quella che una volta si chiamava “maggioranza silenziosa”, resta il fatto che in questo caso la passionalità e l’amore per la cultura occidentale e cristiana della scrittrice le impedirono di vedere nell’Islam valori di cui pure questa religione, come ben sa chiunque la conosca almeno un po’, da li là di ogni schema e e pregiudizio, risulta pur sempre ricca: nel Corano esistono infatti pagine splendide, come ad esempio notava un illustre concittadino della Fallaci, lo scrittore Pietro Citati, al quale peraltro è un po’ difficile attribuire spiccate simpatie nei confronti di Maometto e dei suoi seguaci.
Insomma, l’Islam è sicuramente anche ciò che diceva la Fallaci, ma non è mai stato, non è non sarà mai soltanto questo. A dirla tutta, sarebbe stato (e sarebbe tuttora) assai auspicabile che intellettuali e studiosi cristiani musulmani o di qualunque orientamento cogliessero la sfida lanciata da questa donna straordinaria per affrontare con coraggio e con umiltà l’intricatissima “questione islamica”. Forse forse, vien voglia di sospettare, al di là dell’innegabile sincerità di Oriana Fallaci, la quale talvolta la spingeva all’integralismo ella mirava proprio a suscitare tale dibattito, lanciando sfide in maniera a volte sfacciatamente provocatoria, restando poi inevitabilmente delusa.
D’ altra parte una delle caratteristiche di fondo (o, se si preferisco, dei limiti) del pensiero e dell’impegno civile della Nostra consiste proprio nella sua incapacità (o nel suo rifiuto), in alcuni casi, di vedere “l’altra faccia della medaglia”, al della sua innegabile profondità e della sua indiscussa onestà intellettuale. Forse tale rigidità era strettamente collegata alla sua invincibile passionalità. Oltre all’Islam, fu pure il caso di quello che la Fallaci chiamava il “fottutissimo 1968”, nel quale la grande scrittrice non vedeva altro che una delle peggiori tragedie capitate all’Occidente, in particolare all’Europa e in particolare all’Italia, “uno spaventoso salto indietro, un ritorno alla prepotenza e al fascismo, benché gli imbecilli e i tipi in malafede si ostinino a vedervi un “balzo in avanti” (sono parole sue).
Ora, che il 1968 sia stato anche questo, pare fuor di dubbio, ma che sia stato solo questo, pare obiettivamente difficile da sostenere.
Ben altra obiettività la grande Oriana dimostra a proposito di un’altra vexata questio, quella del ruolo degli Stati Uniti ai fini della libertà e del progresso dell’Occidente. Qui la Fallaci , la quale certo non aveva risparmiato critiche all’enorme Paese a stelle e strisce all’epoca della guerra del Vietnam, dimostra di saper ben riconoscere ed argomentare certi valori e conquiste (sopratutto sul piano della libertà a un po’ tutti i livelli) per i quali , secondo lei, il mondo deve comunque gratitudine agli americani (un po’ difficile darle torto, al di la di certi aspetti abominevoli della società statunitense, dei quali la Nostra si dichiarò peraltro pienamente consapevole). Del resto, Oriana Fallaci conosceva come pochi la realtà degli Stati Uniti, nri quali si era trasferita fin dalla fin degli Anni Settanta.
E’ in particolare nel suo pamphlet “La forza della ragione” , uscito quattro anni prima della sua dipartita, che la Fallaci approfondisce la tematica, rivelando ancora una volta il suo talento di saggista fuori dal comune. Difficile valutare se a rendere più unici che rari i suoi saggi siano la capacità di analizzare con spietata lucidità i vari problemi, la passione per la verità, la vis polemica+, l’insopprimibile anelito a svegliare le coscienze, lo stile curatissimo, potente e poetico, oppure l’insieme di questi fattori, peraltro comuni a un po’ tutta la produzione della Fallaci.
La radicalità di questa donna “pura e dura come un diamante”, difficile da comprendersi per i molti i quali tendono a confondere la superficialità con la tolleranza, è stata fraintesa pure a livello di un uno dei punti cardinali del su impegno civile e del suo pensiero, ovvero la sua posizione religiosa.
In piena sintonia con la sua natura estremamente profonda, la dimensione spirituale ebbe sempre un ruolo importante nella vita e nel pensiero di Oriana Fallaci, la cui insanabile sete di sapere la spinse tra l’altro a costruirsi una cultura assai vasta, nutrita tra l’altro di profonda conoscenza in particolare in fatto di filosofia e di storia, due campi in cui la religione ha sempre avuto la parte del leone.
La sua ricerca di Dio fu tendenzialmente tormentata – né avrebbe forse potuto essere altrimenti, in considerazione della sua personalità – tuttavia fu sempre una costante della sua vita e tanto basterebbe per dimostrare l’estraneità della Fallaci a qualunque forma di ateismo. Certo, i dogmi non le andavano a genio, seri dubbi si affacciarono spesso nella sua mente, per lo più alimentato dalle numerose e devastanti tragedie (pensiamo soltanto alle guerre) di cui la scrittrice era stata volontaria protagonista e impeccabile cronista. Eppure ella continuò a cercare, nell’ultima fase della sua esistenza avvicinandosi a qualche forma di protestantesimo, oltre a coltivare l’amicizia con qualche sacerdote, non a caso volle essere sepolta nel cimitero protestante di Firenze.
Oriana Fallaci vi ha svegliati, sgridati, appassionati, affascinati. Grazie, Oriana Fallaci.