Chi scrive ha 52 anni, è di sinistra e da almeno vent’anni litiga con gli amici di sinistra sulla necessità di riformare il sistema pensionistico italiano. E non sono sorpreso. Sono 30 anni che penso che non sarei andato in pensione prima dei 70. Non era difficile prevederlo osservando la curva demografica italiana, l’aumento della durata di vita media, la dinamica della struttura per classi di età della popolazione e le sue conseguenze sul rapporto tra popolazione attiva e popolazione inattiva. Sono piuttosto irritato con chi a sinistra ha seguito una linea che non ritengo affatto di sinistra: se io andrò in pensione a 70 anni anziché a 68 è perché negli ultimi 20 anni abbiamo consentito ad un numero eccessivo di persone di andare in pensione troppo presto, spesso ben prima del compimento dei 60 anni di età. E’ un problema di equità tra classi di età. Posso citare un esempio che a me pare grave: mia zia ha la pensione sociale (corrisposta un tempo a chi, privo dei requisiti contributivi per conseguire il minimo pensionistico, meritava una integrazione per poter sopravvivere). Bene, oggi molti giovani con contratti precari a basso reddito stanno maturando una pensione inferiore alla sociale. C’è qualcosa che stride, a mio avviso.
CATTIVA INFORAMAZIONE – Alla base delle difficoltà ad accettare la ineluttabilità della riforma c’è la cattiva informazione. Tutti pensano di aver versato contributi pensionistici nel corso della propria vita lavorativa che sono stati in qualche modo investiti, e rivalutati di anno in anno, che vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di una pensione mensile. Falso! Il sistema pensionistico funziona così: chi lavora e produce paga la pensione a chi non lavora più. Nel gergo economico: la popolazione attiva (gli occupati) mantiene la popolazione inattiva (i pensionati). Anche se il sistema di calcolo (figurativo) della pensione è cambiato passando dal “retributivo” al “contributivo”, la sostanza non è mutata: è il reddito prodotto annualmente da chi lavora che paga anno per anno la pensione di chi ha maturato il diritto ad essa. Tre figli che lavorano e guadagnano 4.000 euro a testa e versano annualmente 1.000 euro ciascuno di contributi pensionistici, permettono alla Stato di pagare una pensione mensile di 3.000 al mese al loro padre. Se poi come accadeva un tempo il padre non supera i 65 anni di vita l’onere per i figli è limitato a pochi anni.
Cosa succede se i figli sono due, guadagnano 1.500 euro al mese e il loro padre vive oltre gli 80 anni? Se questo padre ha maturato “figurativamente” una pensione di 3.000 euro al mese, chi gliela paga? I due figli a cui non resta un centesimo? E come sopravvivono? La famiglia allargata si deve indebitare, ma come farà a restituire il debito che si accumula di anno in anno? Semplice, pagheranno i nipoti che non avranno alcuna pensione (oppure si dichiara fallimento e si vive tutti con molto meno). Per garantire al padre la pensione di 3.000 euro al mese e mantenere un proprio reddito di 3.000 euro al netto dei contributi previdenziali, i figli dovrebbero guadagnare ciascuno 4.500 euro al mese e versare ciascuno un contributo previdenziale di 1.500 euro al mese.
DIRITTO INSOSTENIBILE – Basta sostituire alla parola “reddito dei figli” la parola “PIL” (Prodotto Interno Lordo), alla parola “figli” la parola “popolazione attiva”, alla parola “padre” la parola “popolazione inattiva”e passiamo dal “nucleo familiare allargato” alla “Nazione”, all’Italia. La sostenibilità del diritto acquisito alla pensione calcolata figurativamente dipende dal livello del PIL annuo, dal rapporto tra popolazione inattiva e popolazione attiva e dalla durata di vita media della popolazione inattiva: negli ultimi 40 anni la durata di vita media dei pensionati e il rapporto tra popolazione inattiva e popolazione attiva sono aumentati progressivamente in misura sostanziale mentre il tasso di crescita del PIL è andato decrescendo sino a ridursi a valori prossimi all’1% nel decennio appena trascorso.
Per avere pensioni sostenibili nel tempo dovremmo fare più figli, far lavorare questi figli in settori produttivi di successo che garantiscano loro redditi più elevati. E non si pensi che sarebbe diverso in un sistema pensionistico basato sui fondi pensione che investono sui mercati finanziari i contributi pensionistici: nell’esempio di prima al posto del PIL andrebbero messi gli interessi sulle obbligazioni e il rialzo della Borsa, che non è vero che salgono ogni anno progressivamente. Ci sono gli anni in cui le Borse scendono e lunghi periodi nei quali i tassi di interesse “reali” (cioè al netto della inflazione) sono negativi. Qualunque sia il sistema di calcolo delle pensioni, è il PIL prodotto annualmente da chi lavora che paga le pensioni a chi ha smesso di produrre. Il PIL si ripartisce tra redditi da lavoro (salari), profitti e rendite (redditi da attività finanziarie): a livello aggregato poco importa quale delle tre componenti del PIL sostenga l’onere del sistema pensionistico, quello che conta affinché un dato ammontare di pensioni sia sostenibile è il livello e il tasso di crescita del PIL nel suo complesso.
PUNTARE ALLA CRESCITA – Quello che conta nel sistema pensionistico sono le variabili demografiche e la crescita economica: anziché ostinarsi a difendere per principio presunti “diritti acquisiti” concentriamoci sulla crescita economica che sola rende possibile il mantenimento di tali diritti. Per decenni a sinistra abbiamo guardato indietro anziché avanti, con il risultato di tutelare pensionati che hanno avuto la fortuna di entrare nel mercato del lavoro in anni di elevata e stabile occupazione e salari crescenti sino al momento della pensione, facendo pagare le loro pensioni a classi di giovani entrati in un mondo del lavoro molto più competitivo (per l’ingresso sulla scena economica mondiale di popoli che ne erano prima esclusi) con salari molto inferiori, decrescenti in termini di potere di acquisto e posti di lavoro precari. E’ il paradosso dei nostri tempi: viviamo sempre più a lungo (la vita media già prossima agli 80 anni è prevista allungarsi ulteriormente) ma la nostra vita economica utile (quella in cui troviamo un lavoro) si accorcia e il livello di salario (e di pensione maturata) si riduce. Dobbiamo preoccuparci oggi di avere le risorse per aiutare almeno a sopravvivere le classi di lavoratori oggi giovani, precari a basso reddito non solo quando saranno pensionati, ma nei periodi in cui saranno disoccupati tra la fine della vita lavorativa e la maturazione del diritto alla pensione. Si noti bene l’effetto pro-ciclico di questa strategia: non si può negare che oggi è molto più difficile tenere un lavoro oltre i 50anni di quanto non fosse anche solo 10anni fa.
FUTURO DA INCUBO – Per il futuro il problema rischia di porsi in termini drammatici per chi ha oggi 30 anni: la sua speranza di vita sarà più alta della nostra, la sua durata di vita lavorativa sarà più breve della nostra, e il suo reddito totale (e conseguente contribuzione pensionistica) sarà molto più basso del nostro. Di cosa vivrà dai 50anni in su? e dopo i 70? Porsi questi interrogativi è essere di sinistra. Una sinistra immemore dei propri padri fondatori, incurante del fatto che senza crescita economica non ci sono diritti e non c’è reddito da re-distribuire, è solo destinata ad implodere. Questo strabismo è duro a morire, anche nel modo in cui viene percepito l’impatto della riforma appena approvata: la classe dei nati nel 1952 sarebbe la più penalizzata perché molti dei nati in quel fatidico anno si vedono spostare di qualche anno l’agognata pensione che avrebbero maturato nel corso del 2012. Ma non si trovano in una situazione peggiore, per esempio, i nati della classe 1955 che mediamente vedono allontanarsi di 5 anni il traguardo della loro pensione? Ed inoltre in caso di licenziamento immediato i nati nella classe 1952 devono vivere senza reddito per meno anni dei nati nel 1955 (per non parlare dei nati nel 1970!). Ma come ragioniamo?
Mario Zanco