- Definirla semplicemente content creator rischia di lasciare fuori la parte più interessante del suo percorso
Prima ancora di diventare un luogo di esposizione, lo schermo può essere una scena. Un rettangolo verticale, pochi secondi, una voce, un gesto, un volto che cambia: quanto basta perché la grammatica antica della performance incontri quella rapida e instabile delle piattaforme digitali. È dentro questo spazio di confine che si colloca il lavoro di Sara Penelope Robin.
Definirla semplicemente content creator rischia di lasciare fuori la parte più interessante del suo percorso. Prima di TikTok, della viralità e di un pubblico sempre più ampio, ci sono il teatro, la recitazione, la danza, il canto, la fotografia, il video, gli studi di comunicazione e cinema. Quando, nel 2022, comincia a costruire con maggiore continuità il proprio spazio digitale, trasferisce nel social una cassetta degli attrezzi già piena e, soprattutto, un’idea precisa della scena.
Il social, nel suo caso, non coincide con il mestiere: è il luogo nel quale il mestiere cambia forma. L’inquadratura diventa palcoscenico, il montaggio ritmo, la brevità una costrizione formale, la voce una firma. Perfino lo scrolling viene piegato alla logica del monologo. In pochi secondi si può costruire un personaggio. È un sapere antico che incontra una tecnologia recentissima.
Ogni epoca, del resto, inventa il proprio teatrino. Il Settecento aveva i salotti e i pamphlet, l’Ottocento il feuilleton, il Novecento la radio e la televisione. Noi abbiamo uno schermo verticale tenuto a pochi centimetri dal viso. Sembra una perdita di grandezza. Talvolta è soltanto un cambio di scala.
Sara Penelope Robin lavora precisamente su questa miniaturizzazione. Le sue storie partono spesso da cose piccole: un gesto, una moda, una frase, un trucco, una nevrosi quotidiana. Il celebre video del “correttore aranciato” nasce da un dettaglio cosmetico e finisce per parlare di qualcosa di più largo: l’ansia di correggersi, la costruzione sociale dell’insufficienza, il corpo trattato come superficie perennemente da migliorare.
È una comicità che conosce bene una regola fondamentale: per colpire il grande bisogna spesso partire dal minuscolo. La risata arriva prima, il pensiero subito dopo. Bachtin avrebbe probabilmente riconosciuto qualcosa di familiare in questa capacità di rovesciare i codici e di esasperarli fino a mostrarne l’artificio. Il carnevale rende instabile ciò che normalmente appare serissimo: le gerarchie vacillano, le identità diventano mobili, il corpo torna eccessivo e vitale.
Anche i personaggi di Sara Penelope Robin funzionano così. Penelope, Saverio, Sara sono posture, modi differenti di abitare la voce e il corpo. La scena digitale si popola di alter ego che permettono all’autrice di parlare senza dover continuamente certificare: “questo sono io”. Ed è qui che il suo lavoro diventa particolarmente interessante. Viviamo dentro piattaforme che ci chiedono coerenza: un’identità leggibile, un volto riconoscibile, un tono di voce, una nicchia. Perfino l’eccentricità deve diventare abbastanza stabile da trasformarsi in brand. Robin introduce invece la maschera come possibilità di sottrazione. Permette di non coincidere completamente con l’immagine che ci rappresenta, di spostarsi, contraddirsi, provocare.
Huizinga aveva individuato nel gioco la capacità di aprire uno spazio separato dal quotidiano, governato da regole proprie, dentro il quale è possibile fare “come se”. Il teatro vive da sempre di questo patto. Anche il social, quando diventa performance, può funzionare nello stesso modo.
La novità di Sara Penelope Robin sta però nel trasportare il “come se” dentro un ambiente fondato sulla promessa dell’autenticità: il mio volto, il mio corpo, la mia esperienza. Là dove la piattaforma domanda esposizione dell’Io, Robin moltiplica l’Io. Dove viene richiesta riconoscibilità, introduce discontinuità. Il suo lavoro utilizza quindi il dispositivo e, nello stesso tempo, ne mette in crisi la logica.
Tutti sanno (o dovrebbe sapere) che quello è un personaggio. Proprio per questo il personaggio può dire verità che, pronunciate frontalmente, sarebbero meno sopportabili. L’ironia produce distanza, la provocazione costringe una contraddizione a mostrarsi. Quando un comportamento viene estremizzato fino al grottesco, improvvisamente lo vediamo meglio. È la vecchia sapienza della caricatura: deformare per diventare più fedeli. Questo vale soprattutto quando il discorso tocca il corpo. Sui social il corpo è permanentemente sotto interrogatorio: deve essere esposto e corretto, spontaneo ma fotogenico, autentico e perfettamente montato. È corpo, immagine e prodotto nello stesso istante. Parlare di erotismo dentro questo ecosistema significa allora parlare anche di visibilità. Bataille collocava l’erotismo nel territorio dell’eccesso e della trasgressione, come tentativo di oltrepassare i confini dell’individuo. Carmelo Bene (magister caro a SPR) spingeva ancora oltre questa riflessione, immaginando una sparizione del soggetto, un corpo capace di perdere perfino la certezza della propria posizione nel desiderio. Trasportata nei social, questa distinzione diventa sorprendentemente attuale. Instagram, TikTok, telegram e l’intero universo visuale contemporaneo sembrano costruiti sul principio opposto: tutto deve diventare immagine e ogni immagine deve avere un proprietario. Questo sono io. Questo è il mio volto. Questo è il mio corpo. È proprio qui che Robin introduce una torsione significativa. Il corpo non viene semplicemente mostrato: viene interrogato attraverso l’esposizione. Il trucco diventa discorso sul trucco. La femminilità diventa recita della femminilità. Il personaggio maschile incrina la presunta coincidenza fra corpo, voce e genere. La seduzione può diventare parodia della seduzione.
I personaggi non sono dunque semplici macchiette. Funzionano come pattern critici: mostrano che ciò che tendiamo a considerare naturale (una postura femminile, un comportamento maschile, un codice seduttivo) contiene sempre una quota di rappresentazione.
Altro elemento nodale è il dialetto. Ben oltre la decorazione folcloristica, il napoletano in SPR diventa corpo sonoro: porta con sé ritmo, territorio, famiglia, memoria, aggressività, dolcezza. Permette al personaggio di entrare in scena prima ancora di avere pronunciato davvero qualcosa. Anche qui l’elemento interessante non sta semplicemente nell’uso del dialetto, ma nella sua ricollocazione dentro un ambiente translocale come TikTok. Una lingua fortemente situata entra in un flusso potenzialmente globale senza essere neutralizzata. La specificità diventa forza performativa. Il dialetto non restringe il pubblico: costruisce il personaggio. Da qui il passaggio al libro, alla televisione, al cinema e alla performance dal vivo appare come un movimento circolare. “Tarantelle condominiali” trasferisce sulla pagina personaggi e universi già sperimentati online; “Pesci piccoli” porta l’attrice dentro una narrazione seriale; “Camerino” riporta tutto verso il luogo originario: la scena. E poi il cinema, con “Libera”: cinema per adulti, desiderio, spirito e libertà creativa. SPR costruisce un progetto (un vero work in progress a tensione collettiva) che continua a muoversi tra corpo e pensiero, erotismo e ironia, cultura pop e ricerca artistica. Non si ferma il camminare creativo di SPR: tra teatro e social, dialetto e lingua nazionale, comico e critica, femminile e maschile, persona e personaggio. Categorie sempre meno sufficienti a descrivere ciò che accade nei nuovi ecosistemi culturali. Per anni abbiamo parlato dei social attraverso due retoriche opposte: la democratizzazione della creatività o la fine della cultura. Entrambe, alla lunga, risultano insufficienti. La questione interessante non è stabilire se TikTok sia intelligente o stupido. TikTok non pensa. Gli esseri umani sì. La domanda è che cosa qualcuno riesca a fare dentro una piattaforma progettata soprattutto per trattenere l’attenzione. Ci si può adeguare alla grammatica dell’algoritmo. Oppure la si può trasformare in materiale artistico. È forse questo il punto in cui il lavoro di Sara Penelope Robin mostra meglio la propria originalità. Non si limita a portare il teatro (e adesso il cinema) sui social: tratta il social stesso come materia teatrale e filmica. Brevità, serialità, riconoscibilità, esposizione del corpo, sfida alle logiche della seduzione, richiesta di autenticità diventano elementi da manipolare.
Chiamarla influencer è allora quasi un errore di prospettiva. L’influencer deve farsi riconoscere. L’attrice può permettersi di scomparire. Sara Penelope Robin sta esattamente lì: tra l’obbligo contemporaneo di avere un volto e il piacere teatrale di perderlo. L’algoritmo vuole identità riconoscibili. Lei gli consegna maschere. E per un istante il flusso si inceppa. Lo schermo smette di essere una vetrina e torna a essere scena. Anzi, “visione”. Una visione bellissima. E libera.