Lettere al Direttore

Scrive Angelo Santoro: L’usura vista dal buco della serratura

Ho impiegato tanto tempo per disegnare, e finalmente vedere pressoché realizzato il progetto della Fondazione Interessicomuni ed Interessicomuni Onlus. Il nome mi è venuto spontaneo quando ho pensato a tutte le persone che avevano bisogno di ritrovarsi insieme per condividere le loro preoccupazioni, i loro problemi; e per poi non sentirsi mai più soli ma ritrovarsi negli altri, gli stessi con i medesimi problemi, ansie, paure. Insieme a noi della Fondazione, per i nostri interessi comuni. Ovviamente il punto focale era e resta lo strapotere del nostro sistema bancario e finanziario che soffoca come un attacco d’asma tante persone fragili, tante botteghe, tante officine, tanti laboratori, tanti studi professionali, tanti giovani e così via nell’elenco infinito dei laboriosi. Tutti questi esseri viventi piccoli ma giganti di onestà si ritrovano in quello che rappresento attraverso Interessicomuni.

Ma questi interessi comuni – e mi creda non ci avevo pensato sulle prime, tanta era la mia rabbia nel sentire le storie di persone e famiglie ed aziende “offese” dagl’istituti di credito e dalle finanziarie collegate – sono veramente diventati comuni perché di tutti. Ma tutti chi? Che c’è di così strano e misterioso? I “tutti” che intendo oggi sono le migliaia di lavoratori e lavoratrici, che fanno gl’impiegati, con le loro famiglie composte da mogli, mariti, figli, anziani, che vivono le stesse paure, gli stessi disagi, le stesse preoccupazioni e le stesse angosce. Ma dove sono? Chi sono?

Caro direttore, è difficile vederli. E’ difficile sentirli parlare. E’ difficile saperli ascoltare. Eppure, come dicevo, sono migliaia e migliaia. E’ la truppa, la fanteria delle banche. La “carne da cannone” della Prima Guerra Mondiale. Coloro che si trovano tutti i giorni in prima linea, negli sportelli bancari, dietro i banconi delle casse, dietro le scrivanie a combattere una guerra voluta da altri, dai Capi di Stato Maggiore delle Direzioni Generali degli istituti di credito italiani, a contrastare ed oltraggiare un nemico che nemico non è: noi!

Avrei dovuto sapere che gli incapaci albergano nell’”aristocrazia bancaria”, tra gli eredi dei “furbetti del quartierino”, perché esercitano con le proprie incapacità “violenza” nei confronti dei loro clienti deboli. Questa è la classe dirigente che dobbiamo depennare. Il valore aggiunto di una banca dovrebbe dipendere in massima parte dai propri collaboratori. Sono costoro che hanno il rapporto diretto con i clienti, che conoscono chi hanno di fronte. Una volta chi erogava il credito decideva assumendosi le sue responsabilità in base al rapporto personale con l’imprenditore, sapeva quali potevano essere i suoi problemi ed i suoi punti di forza, sapeva come andava realmente la sua attività, magari facendo una chiacchierata o visitando l’”officina”.

Ora il rapporto è virtuale: esistono gli uffici interni che in base a dei parametri precostituiti (Basilea La Vendetta) decidono se un’azienda ha le credenziali per accedere al finanziamento o per revocare quelli in essere. Il bancario che lavora oggi presso la filiale è di solito un dipendente sottoposto a forti stress perché deve raggiungere obbiettivi di media matematico-finanziaria irraggiungibili, fare i conti con una burocrazia che sta sopra di lui, un mostro divoratore che gli toglie tutte le forze; a volte è anche impreparato o comunque solo preposto all’arroganza sempre in nome di quell’obbiettivo che i budget degli istituti stabiliscono ad inizio anno. Nella maggior parte delle banche si è creata anche una forma di così capillare specializzazione per cui, nell’ambito del lavoro di ogni singolo, non si percepisce neanche lontanamente il fine comune, e tutto diventa totalmente spersonalizzato e frustrante, una sorta di catena di montaggio che nell’ambito della finanza è pericolosissima, e può portare a situazioni aberranti. L’impiegato di banca è così preoccupato di tutte queste cose che l’ultimo dei suoi problemi è la situazione dei clienti, che più sono piccoli e più gli danno fastidio.

Non pensavo, invece, che avrebbero trovato il coraggio di farsi avanti, di cercarmi, di presentarsi nel mio Studio, nel “covo” del “paladino delle battaglie contro le banche” (non è una mia definizione). Sono venuti in tanti, più di quanto immaginassi, con le loro testimonianze dall’interno o meglio – se vogliamo considerare la parte che sono costretti a recitare – per raccontarmi quello che succede “dietro le quinte” del teatro “filiale di banca”. “Mi scusi Dott. Santoro” mi sintetizza uno di questi impiegati di banca “lei non potrà mai leggere un nostro commento alle sue importantissime lettere che l’Avanti pubblica nel suo sito web. Per questo che vengo a trovarla di persona, per raccontare che non siamo degli sciacalli o degli aguzzini”.

Sì, sono anche loro degli “usurati” per il lavoro che i superiori li costringono a fare. Sono anche loro dei prigionieri della paura. Mi hanno tutti denunciato la condizione di malessere che quotidianamente vivono dentro al lavoro che svolgono. Devono mostrare fierezza, essere sorridenti, mostrare la loro “disponibilità” nel comunicare a te cliente che la banca ti “pugnalerà” entro pochi giorni. Molti chiedono di essere rimossi da incarichi che prevedano il contatto col pubblico dei correntisti. Ma quasi nessuno ottiene un simile riguardo. O se la banca accetta, è sempre per rotazione, e dopo poco tempo ritornano a vestire i panni dei fustigatori.

Di fatto non hanno più protezioni. Nessuno li difende. Al loro interno oggi sono anche in balìa dello spione di scolastica memoria, che per farsi “bello” davanti ai superiori sacrifica i suoi colleghi d’ufficio per essere, poi, magari promosso a “bidello” indossando la camicia nera, ops … la camicia grigio scuro. Queste camicie molto scure, quasi nere, diventano di fatto i guardiani della prigione. I giudiziosi impiegati di banca invece sono costretti a recitare la parte dei carcerieri del terrore. Perché terrore? Perché sempre più spesso, attraverso questo controllo delle camicie “quasi nere” gli impiegati modello rischiano il confino, di essere trasferiti altrove a mo’ di purga punitiva.

Stesso stipendio ma con molti chilometri in più da fare tutti i giorni per andare a lavorare nell’”altra” filiale dove vengono trasferiti per punizione. Quindi meno soldi perché hanno più spese, più ore sprecate da e per tornare a casa, più stress, più disturbi fisici e psicologici: insomma, più mortificazioni. Un impiegato mi ha confessato che tutti i giorni è costretto a prendere degli antiacidi per il bruciore di stomaco. Una signora è stata punita perché ha osato fare qualche fotocopia di documento legittimamente appartenente al cliente correntista, che le aveva chiesto in quanto non in suo possesso. Da qui, subito il trasferimento in collina: deve prendere la corriera tutti i giorni alzandosi all’alba per tornare a casa con il buio. Mi ha confessato che ogni mattina piange vicino al lettino dei figli che non vedrà alzarsi perché costretta ad uscire prima. Questo per delle fotocopie fatte ad un cliente!

Perché anche qui come nella “Grande Guerra” se non vai in battaglia, se non sei duro e spietato, se non ti attieni alle disposizioni interne (spesso verbali per non lasciar traccia delle irregolarità), se non vuoi avanzare contro il “nemico” vieni a tua volta “freddato” come fossi un traditore. La punizione oggi è il trasferimento. Ancora un impiegato mi ha confessato che, pur di non assistere più a quanto accade in filiale e non volendo essere ancora complice della banca nel perseguitare i clienti, ha deciso addirittura di accettare un periodo di ferie forzate con decurtazione dello stipendio.

Si vergognano per quello che sono costretti a fare in banca “nell’espletamento delle loro funzioni”. A questo punto possiamo dire che i bancari (intesi come dipendenti di ultimo livello nella scala gerarchica interna) soffrono di “sensi di colpa”. Magari non avranno il diabete che è venuto ai loro correntisti che sono oggi costretti a mangiare quotidianamente pasta e patate per lasciare la carne all’alimentazione dei figli, in quanto non si possono più permettersi dei pasti completi ed equilibrati. Ma hanno eruzioni cutanee da stress (vedi l’aumento dei soggetti affetti da psoriasi o da recidivi herpes diffusi), disturbi del sonno, vari tic nervosi insorgenti.

Molti sono venuti a chiedere se Interessicomuni potessero riguardare anche loro. Certo ho detto loro, e lo ripeto a beneficio di quanti leggeranno questa lettera. La Fondazione Interessicomuni ed Interessicomuni Onlus si rendono disponibili anche, tutelando la loro privacy, per questi impiegati di banca con un supporto morale e, per quelli che dovessero richiederlo, pure con aiuto psicologico. Perché questi soprusi che alcuni istituti commettono contro i loro stessi clienti in modo egoista e poco lungimirante, qualcuno materialmente li deve mettere in pratica. Ma questo qualcuno è sempre uno di noi, con una sua testa, una sua morale, una sua dignità; ma anche una sua famiglia, degli amici, dei parenti. Non è distante da noi, vive con noi, vicino a noi e si rende conto di che cosa stia succedendo nella nostra società per colpa di queste aberrazioni finanziarie.

Per loro tutti, quindi, come per gli altri dall’altra parte del bancone dello sportello di banca, gli interessi sono comuni. Gli interessi comuni di tutti noi sono pace e sostegno tra istituzioni bancarie e famiglie, tra istituzioni bancarie ed aziende, commercianti ed artigiani, liberi professionisti e precari. Gli “Interessicomuni” sono veramente di tutti. Altrimenti ci saremmo chiamati Interessi di Parte! “Interessicomuni” non è contro gli istituti di credito ma contesta i sistemi che usano. Oggi l’argomento è l’imbarazzo dei loro collaboratori di prima linea così come domani potremmo affrontare le difficoltà delle stesse banche. Perché solo tutti insieme facciamo gli interessi del Paese.

Angelo Santoro