Lettere al Direttore

Scrive Mattia Carramusa:
Può un socialista approvare il liberalismo?

Carissimo direttore Del Bue,

questa è la prima volta che scrivo direttamente a lei una “lettera”. A margine di un articolo – intervista con l’amico e compagno Enrico, pubblicato sull’Avanti il 26 settembre scorso, un commento di Paolo Bolognesi del 30 settembre successivo mi ha fatto molto riflettere. Nell’introduzione all’articolo, scrivevo, e cito testualmente “consapevole di dover evitare contaminazioni liberali e berlusconiane che oggi sembrano quasi pervadere alcune forme di una pseudo-sinistra”.

Il commento di Paolo Bolognesi è stato molto diretto (sia ben inteso, diretto, non offensivo), dichiarando in buona sostanza che il problema non è evitare contaminazioni liberali e che il problema di una contaminazione “berlusconiana” sembra essere il riproporsi di un copione che veda nell’avversario un “nemico”, copione da lasciare ad altri.

Lo scopo del socialismo liberale, stando almeno a quanto trasuda dalle pagine di Rosselli (lo scomodo sempre), è quello di “superare” l’impianto liberale. Ciò non rivoluzionando o ribaltando uno Stato, ma semplicemente usando gli strumenti che lo Stato liberale mette a disposizione cambiando l’ottica d’attuazione delle politiche, partendo dal basso verso l’alto e non direttamente “dall’alto”. In quest’ottica, una politica socialista liberale potrebbe pacificamente quella di tagliare (per fare un esempio) le tasse sui consumi e i punti Irpef sulle famiglie a basso reddito che (stando all’80% delle teorie economiche moderne e contemporanee da Keynes in poi) hanno una propensione al consumo elevatissima, e da lì si crea un circolo virtuoso che permette la ripartenza dei consumi e quindi degli investimenti. Una politica liberale, o liberal o liberal-democratica, è più quella attuata sotto il berlusconismo: scudi fiscali per i grandi evasori, aumento delle detrazioni alle imprese, abbattimento della pressione fiscale su grandi capitali ed imprese e liquefazione delle tutele occupazionali (con introduzione di una mobilità del mercato del lavoro che, tuttavia, non permette prospettiva al paese ed al lavoratore – ma questa è una mia visione) per permettere il ricircolo degli investimenti e, quindi, permettere la crescita di imprese, industria e posti di lavoro come conseguenza. Per dirla paragonando Francesco Giavazzi e Milton Friedman da un lato e Pietro Gobetti con Carlo Rosselli dall’altro, il liberismo tutela il datore di lavoro, il liberalismo tutela il lavoro, il socialismo liberale tutela il posto di lavoro.

Non sta a me dire che il liberalismo (ed il suo figliolo ideologico prediletto, il liberismo) son deleteri, soprattutto in Italia: persino un ex liberista come Carlo Calenda ha dichiarato non più tardi del 3 ottobre che le politiche liberiste son “cazzate” (come pubblicato in un articolo di HuffPost lo stesso giorno e battuto dall’agenzia Adnkronos).

Ma allora, mi chiedo: come può un socialista (anche se socialista liberale) ritenere compatibile una posizione politica come quella del liberalismo o, peggio, del liberismo come quelle che abbiamo vissuto negli ultimi venticinque anni? Come può ritenere accettabile dialogare primariamente con chi, attuando politiche liberiste che hanno creato una disgregazione sociale, ha favorito i datori di lavoro prima che i lavoratori? Come può un socialista, che deve partire guardando le miserie umane degli ultimi (diceva Rosselli “partire dal basso”), ritenere quasi “normale amministrazione” il dialogare o, peggio, l’allearsi con forze politiche che perseguono obiettivi e rispondono ad interessi che per loro natura sono confliggenti coi nostri?

Ritengo che se Rosselli fosse stato in vita ed avesse visto il PSI sostenere e votare il Jobs Act (leggi sul lavoro tutt’altro che d’ispirazione socialista o socialista-liberale) avrebbe ripudiato e denunciato quel gesto. Non ritengo credibile, anche per il più liberale dei socialisti, la possibilità di comunione di intenti politici, laburisti ed economici con un liberale.

La “contaminazione liberale” da evitare, a parere mio, è quella del renzismo: linea politica un po’ figlia della politica liberale di Renato Altissimo, un po’ figlia della politica liberaldemocratica degli ex DC area “Alleanza Popolare” e “Forze Nuove” (parliamo di una corrente centrista ed una corrente di centrosinistra molto moderata rispetto ad altre – gli ex cristianosociali erano nella corrente “Sinistra di Base”) ed un po’ figlia delle politiche berlusconiane. Credo che l’unica domanda logica da porci sia cos’abbiamo noi socialisti in comune con queste posizioni.

La “contaminazione berlusconiana” da evitare, non è solo quella di una linea politica di un liberalismo (benché anomalo) portata avanti da Berlusconi, ma anche il modo di far politica: stesso modo di far politica che, oggi, adottano Salvini dall’opposizione e Renzi pur se in maggioranza.

Non si tratta, quindi, di una cultura del “nemico”: si tratta, in maniera più ampia, di una cultura dell’identità. Se ci definiamo socialisti, pur se nelle sue svariate declinazioni, siamo primariamente socialisti perché crediamo che le ricette liberali non facciano il bene del paese e del suo popolo, perché crediamo che si debba guardare prima di ogni cosa agli ultimi ed alle miserie umane (che sono quelle “periferie umane” spesso citate da papa Paolo VI negli anni sessanta – concetto alla base anche della lettera enciclica “Populorum Progressio” – e riprese dall’attuale sovrano vaticano) che discendono direttamente da politiche liberali.

Il compagno Mattia Giuseppe Maria Carramusa
Federazione dei Giovani Socialisti – Palermo