Tra le norme del disegno di legge Delrio approvate mercoledì sera dall’aula del Senato ce ne sono alcune di minore impatto mediatico, ma dalla enorme portata. Stiamo parlando delle disposizioni – introdotte al fotofinish nel maxiemendamento sul quale è stata posta la fiducia – che si riferiscono ai piccoli comuni.
In particolare, non possono passare sotto silenzio le prescrizioni contenute nei commi 135, 138 e 139 dell’articolo di cui si compone il testo di legge.
Il comma 135 si occupa (giustamente) di incrementare il numero dei consiglieri e assessori assegnati ai comuni sino a 10 mila abitanti, prevedendo assise composte, oltre al sindaco, da 10 membri (e 2 assessori) nei municipi fino a 3 mila abitanti, e da 12 membri (e 4 assessori) in quelli sino a 10 mila abitanti. In tal modo, si restituisce un livello dignitoso della rappresentanza comunale già sacrificata sull’altare della (presunta) austerità cara alla diarchia Berlusconi-Tremonti.
Il comma 138 stabilisce la deroga al limite dei due mandati per i sindaci dei comuni fino a 3 mila abitanti, che, quindi, a partire dalle elezioni della primavera prossima (se il ddl sarà approvato in tempo e senza modifiche dalla Camera), potranno ricandidarsi per un terzo mandato consecutivo.
Infine, il comma 139 si occupa di affievolire, e di molto, la norma relativa all’incompatibilità tra la carica di parlamentare (nazionale ed europeo) o di governo con quella di sindaco, consentendo il cumulo di incarichi per i comuni fino a 15 mila abitanti, anziché 5 mila, come attualmente previsto.
E qui veniamo alle note dolenti. L’allargamento della facoltà dei doppi o tripli incarichi stride con il clima di razionalizzazione e sobrietà imposto dalle conseguenze della crisi economica e dall’esplosione di fenomeni dell’antipolitica. E non basta prevedere la non cumulabilità degli emolumenti tra diverse cariche per sfuggire alle critiche. Aver liberalizzato la facoltà per i sindaci di comuni fino a 15 mila abitanti – che rappresentano circa l’85% del totale degli oltre 8000 municipi italiani – di svolgere contemporaneamente il ruolo di parlamentare e/o di ministro (finanche di viceministro e sottosegretario), significa eludere elementari norme di logica funzionale, prima che politica. Infatti, è abbastanza evidente la concentrazione di “potere locale” che ne deriva, con tutti gli effetti di personalizzazione e cristallizzazione del consenso facilmente intuibili.
Inoltre, consentire a sindaci di condurre anche un terzo mandato – seppur in comunità locali più ridotte – non favorisce di certo quell’alternanza e quel rinnovamento fortemente avvertiti come esigenze pressanti dall’opinione pubblica, e salutari per lo stesso buon funzionamento delle istituzioni.
Non c’è che dire, insomma: nell’epoca in cui tutto si taglia e si rottama, tutto rischia di restare uguale a prima, anzi peggio.
Vincenzo Iacovissi
Direzione nazionale PSI