Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri è “donna delle istituzioni” e quindi rispetta le sentenze e “non entra nei giudizi dell’operato” della magistratura. Ma, come ha detto a Lussemburgo ieri dove ha partecipato al Consiglio dei ministri Ue, alla sorella di Stefano Cucchi che ha parlato di fallimento della giustizia “posso solo esprimere una grandissima solidarietà, questo sì: sono consapevole che quel dolore è un dolore che nessuno ha lenito”. All’indomani della sentenza della Corte d’assise che ha assolto le forze dell’ordine e condannato i medici per la morte di Stefano Cucchi parla anche la sorella di Cucchi, lei che per prima e con più forza di tanti altri, si è battuta perché sulla drammatica vicenda che ha coinvolto il fratello ed ha spaccato l’opinione pubblica fosse fatta luce. Umana e comprensibile la sua reazione alla sentenza: “Più volte mi sono chiesta – ha detto la sorella Ilaria – se ho fatto bene a fare tutto questo, perché per amore, per restituirgli la dignità, ho sottoposto mio fratello a un processo. Questo è stato più che altro un processo a Stefano, al suo stile di vita, e quella di ieri è una sentenza non ci saremmo mai aspettati”.
ILARIA: MEDICI NON DEGNI DI CAMICE, MA MORTE FU PER PESTAGGIO – Quello che ha fatto maggiormente soffrire Ilaria Cucchi, che per mesi ha stimolato le coscienze e promosso sui giornali e nei talk la sua verità smentendo puntualmente ogni strumentalizzazione o falsità detta a proposito della vicenda, “è stato il totale non rispetto per una vita umana. I medici non possono gioire per aver avuto la pena diminuita, perché hanno una responsabilità grave, potevano salvare la vita di Stefano con pochissimo ma non l’hanno fatto e per me non sono più degni di indossare un camice. Ma non dimentichiamo che il pestaggio è stata la causa prima della morte di mio fratello. Noi nella giustizia abbiamo sempre creduto – ha detto Ilaria, accompagnata anche dai genitori Giovanni e Rita – e vogliamo continuare a illuderci”.
AVV. FAMIGLIA, SI’ APPELLO, IPOCRISIA NON CI APPARTIENE – Il processo per la morte di Stefano Cucchi è stato “un atto di tortura per la famiglia. Abbiamo deciso di fare appello contro la sentenza, perché l’ipocrisia non ci appartiene”. L’avvocato Fabio Anselmo ha intenzione di andare avanti e chiedere una sentenza “giusta”. “Le mie previsioni di tre anni fa sono state rispettate ed ora non ho previsioni rosee per il futuro – ha aggiunto Anselmo – Piu’ volte ho detto che questo processo sarebbe finito per colpa medica. La mia non era una provocazione, ma una rabbiosa consapevolezza fin dall’udienza preliminare. Dissi che quel capo di imputazione ci avrebbe portato al massacro. Se la procura non farà appello, la vicenda di Cucchi sarà sepolta. Noi non possiamo dire nulla sulla sentenza, ma solo sulle statuizioni civili. Abbiamo deciso ugualmente di fare appello”. Ribadendo che Stefano, prima del suo arresto per droga (morì una settimana dopo in ospedale), “era in perfetta forma fisica”, il commento è stato: “siamo davanti a una fiction, un film di fantascienza. Se stava bene, come può essere morto solo ed esclusivamente perché non ha voluto mangiare e bere? Sarebbe morto per colpa sua?”.
PSI CHIEDE CHE OSPEDALE ‘SANDRO PERTINI’ CAMBI NOME – A commento della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Roma sul caso di Stefano Cucchi, il Psi, su iniziativa del mensile ‘Mondoperaio’, chiede al Presidente della regione Lazio Zingaretti di cambiare nome all’ospedale ‘Sandro Pertini’. “Sandro Pertini – si legge su ‘Mondoperaio’ – non fu solo un amato Presidente della Repubblica, un coraggioso combattente antifascista, un integerrimo leader socialista. Fu anche, per molti anni, un detenuto. Se non altro per questo egli non merita che il suo nome venga in qualsiasi modo avvicinato a quello di un ospedale in cui un altro detenuto, Stefano Cucchi, è stato lasciato morire di fame e di sete”.
Lucio Filipponio