Si tenta di destabilizzare il Quirinale con una strategia quasi eversiva
Dal Sole 24 Ore del 31/12/2013
Non c’è nemmeno bisogno di sottolinearlo, ma il segretario della Lega, Salvini, ha diritto di guardare il cartone animato di Peppa Pig invece di ascoltare il discorso di San Silvestro di Napolitano. E i seguaci di Grillo hanno a loro volta diritto di sintonizzarsi sul “web” invece che sui canali televisivi. L’uso del telecomando è quasi un diritto civile nel nostro paese e nessuno può immaginare di contestarlo.
Il problema è un altro. Dietro questi messaggi goliardici si nasconde la volontà di delegittimare il Quirinale per impedirgli qualsiasi margine di manovra che non sia lo scioglimento delle Camere secondo i desideri del triangolo Cinque Stelle-Berlusconi-Lega. L’assedio è in atto ed è difficile non accorgersene. È una sfida continua che trova il culmine nelle invettive di Grillo, nel suo insistere sul tema dell'”impeachment”: questione del tutto priva di senso giuridico, ma che nella confusione mediatica di fine anno diventa una carta da spendere con la dovuta spregiudicatezza.
Ovvio che nessuno spiega perché mai il capo dello Stato dovrebbe essere messo in stato d’accusa davanti al Parlamento (questo significa “impeachment” nel nostro ordinamento), visto che il governo in carica può non piacere ma si appoggia a una regolare maggioranza. Del resto a nessuno interessa capire alcunché. Quello che conta è disarticolare ciò che resta delle istituzioni e colpire nel Quirinale il residuo punto di equilibrio del sistema.
A tale gioco Renzi si è logicamente sottratto. La sua iniziativa politica è senz’altro piuttosto ruvida, forse anche priva di lucidità, ma è tutta rivolta al governo Letta. Viceversa la triade Grillo-Berlusconi-Salvini si sta compattando contro la presidenza della Repubblica assai più che contro la maggioranza parlamentare. Nei fatti stiamo assistendo a un’operazione dalle venature eversive il cui capofila è Grillo e gli altri tendono ad accodarsi nel timore di perdere contatto con il carro del vincitore.
Il più oscillante è Berlusconi che da un lato vorrebbe buttarsi a capofitto nel “grillismo” e dall’altro si rende conto di quanto sia pericoloso questo schema di gioco. Ma intanto il capo di Forza Italia ammicca agli elettori Cinque Stelle, illudendosi addirittura di tirarli dalla sua contro il loro leader carismatico. Con il rischio invece di portare acqua al mulino di Grillo, facendo di lui il riferimento di una fetta di elettorato molto più ampia del 25 per cento raccolto in febbraio. In altri termini, il 2014 non nasce sotto buoni auspici. La pressione sulla presidenza si sta facendo quasi insostenibile. Napolitano dovrebbe poter contare su un governo determinato e coeso, ma purtroppo così non è. Quindi si trova stretto fra la tendenziale paralisi della maggioranza e la spinta al “tanto peggio tanto meglio” dell’opposizione. La quale in realtà non vuole che egli lasci il Quirinale, vuole solo condizionarlo: perché si rende conto che nel caos tutti avrebbero molto da perdere, tranne forse il solito Grillo.
Ecco allora spiegato lo sconforto del capo dello Stato verso l’intero arco delle forze politiche. La permanenza di Napolitano nella sua carica si giustifica solo se la stabilità serve a innescare il processo riformatore. Altrimenti è una fatica sterile. Questo principio era già nel discorso inaugurale del secondo mandato davanti alle Camere. Oggi, otto mesi dopo, è più che mai attuale.
Stefano Folli