Sigonella 2026. Alla riscoperta della sovranità nazionale: tra incertezze, memorie e dubbi irrisolti
Sebbene ancora critica, la situazione di conflitto in Medio Oriente sembra prendere una piega inattesa: le traiettorie dei venti di guerra, per una volta, sembrano passare — o forse non passare affatto — per il Mediterraneo. In questo scenario, sullo scacchiere degli equilibri internazionali, l’Italia pare aver assunto una postura nuova.
Se infatti, fino a poco tempo fa, era solo la Spagna a risultare in aperto contrasto rispetto alle pretese — fatte passare per richieste — degli Stati Uniti circa l’utilizzo di basi militari e dei relativi spazi aerei per facilitare il dispiegamento di forze nel teatro di conflitto, oggi anche l’Italia sembra allinearsi, seppur con prudenza, a questa posizione. La decisione di negare l’accesso alla base NATO di Sigonella ad alcuni assetti aerei statunitensi, destinati a ripartire verso le zone operative, segna infatti un passaggio non privo di significato.
La scelta, assunta nella notte tra ieri e oggi dal ministro Crosetto — il cui physique du rôle pare, per ironia della storia, perfettamente aderente alle circostanze — apre tuttavia numerosi interrogativi, soprattutto in merito alla tenuta futura dei rapporti tra Roma e Washington.
Il parallelismo con il precedente del 1985 è quasi inevitabile. Allora fu il governo guidato da Bettino Craxi a trovarsi al centro di uno dei più delicati incidenti diplomatici della Prima Repubblica, proprio attorno alla potestas sulla base di Sigonella. Ancora oggi, quella vicenda sembra rappresentare, per il Paese — in senso tanto letterale quanto simbolico — una sorta di limite estremo, le “colonne d’Ercole” oltre le quali la discussione sulla sovranità nazionale italiana si fa inevitabilmente più aspra.
Eppure, l’episodio odierno, pur nella sua singolarità, potrebbe non necessariamente collocarsi in un quadro di rottura con gli Stati Uniti di Donald Trump, partner strategico con cui il governo italiano ha negli anni consolidato un rapporto di cooperazione su più fronti. Piuttosto, esso sembra configurarsi come un segnale politico: un moto di rivendicazione della propria autonomia decisionale che, se ben calibrato, potrebbe persino rafforzare la credibilità internazionale dell’Italia.
In questa direzione si inseriscono anche le parole del segretario nazionale del PSI, Enzo Maraio, che ha espresso un chiaro sostegno alla scelta dell’esecutivo: «Bene ha fatto il Governo e il ministro a negare l’uso della base di Sigonella per operazioni offensive degli Stati Uniti nel Medio Oriente. Questa decisione dimostra una chiara tutela della sovranità nazionale e ribadisce che l’Italia resta arbitro delle proprie scelte militari».
Un giudizio che si carica anche di un significato storico e identitario. «Il Governo di Giorgia Meloni, per scrivere una pagina di serietà e autonomia nella politica estera, si è dovuto rifare alla lezione di Craxi — ha aggiunto Maraio — il cui esempio rimane un punto di riferimento imprescindibile: negli anni ’80 seppe affermare con fermezza l’autonomia italiana nei confronti delle grandi potenze, conciliando alleanze strategiche con la difesa degli interessi nazionali. Quella grande pagina di politica estera per noi è sempre stata attualità».
Resta, tuttavia, una domanda sospesa, quasi irrisolta: se questo gesto rappresenti l’inizio di una linea più assertiva e consapevole della politica estera italiana, o se si tratti piuttosto di un episodio isolato, destinato a rientrare nel solco di una tradizionale ambiguità strategica.
Perché la sovranità, in fondo, non è mai una dichiarazione solenne: è una pratica quotidiana, fatta di scelte difficili, di equilibri sottili e, talvolta, di notti in cui si decide se restare fedeli alle alleanze o ricordare — anche solo per un momento — di essere, prima di tutto, padroni di casa.
Mattia Catalano