- La delegata nazionale LGBTQIA+ di Avanti PSI, conosciuta come “La Papessa”, interviene sul dibattito delle ultime settimane:
La delegata nazionale LGBTQIA+ di Avanti PSI, conosciuta come “La Papessa”, interviene sul dibattito delle ultime settimane: «Il suo è un modello di militanza fondato sul pragmatismo, sui diritti sociali, sui servizi e sulla tutela dei più fragili. Napoli non ha bisogno di maestri esterni».
«Il contributo di Antonello Sannino alla storia dell’attivismo LGBTQIA+ partenopeo e campano rappresenta un modello di militanza fondato sui valori del socialismo reale: il pragmatismo, la difesa dei diritti sociali, la costruzione di servizi concreti e la tutela dei lavoratori e dei più fragili». A dirlo è Sofia Mehiel, conosciuta come “La Papessa”, delegata nazionale LGBTQIA+ di Avanti PSI e da sempre in prima linea nelle battaglie per i diritti civili e sociali, che interviene sulle recenti polemiche che hanno attraversato il movimento e rivendica il valore e l’autonomia dell’esperienza maturata a Napoli e in Campania.
«Nel panorama dei movimenti per i diritti civili – sottolinea Mehiel – la figura di Antonello Sannino si è sempre distinta per un approccio rigoroso, lontano dalle passerelle ideologiche e fortemente radicato nella tradizione del socialismo territoriale. Politica, per Sannino, ha sempre significato una cosa molto precisa: costruire risposte concrete ai bisogni delle persone».
Secondo Mehiel, è proprio questo uno degli elementi che caratterizzano maggiormente il percorso di Sannino. «In anni di impegno ininterrotto, la sua guida ha contribuito a trasformare l’attivismo napoletano da semplice spazio di rivendicazione teorica a un vero e proprio motore di welfare di comunità. Sotto il suo impulso e grazie al lavoro collettivo costruito sul territorio, Napoli e la Campania hanno visto nascere progetti che hanno segnato una stagione importante dell’impegno LGBTQIA+».
Il primo terreno è stato quello dell’accoglienza e del supporto concreto. «Parliamo della creazione di strutture di tutela per i giovani cacciati di casa, degli sportelli di ascolto psicologico, dell’assistenza legale e dei servizi rivolti alle persone transgender e a chi vive situazioni di marginalità economica e sociale. Sono risposte concrete, che incidono sulla vita quotidiana delle persone e dimostrano che la battaglia per i diritti civili non può mai essere separata da quella per i diritti sociali».
Un secondo elemento, evidenzia Mehiel, riguarda la costruzione di ponti e il dialogo istituzionale. «Sannino ha sempre rifiutato la logica del muro contro muro, scegliendo la strada del confronto con gli enti locali, i sindacati, le università e il tessuto produttivo. Un metodo pragmatico che ha consentito al movimento di uscire dall’isolamento e di incidere realmente sulle politiche pubbliche locali».
C’è poi la dimensione culturale e il rapporto con la città. «L’organizzazione di manifestazioni imponenti come il Napoli Pride non è mai stata un semplice esercizio di stile o una passerella, ma uno strumento di riscatto sociale e culturale che ha contribuito a collocare Napoli tra i punti di riferimento dell’attivismo, rivendicando l’orgoglio e l’identità di una comunità viva e autonoma».
Per la delegata nazionale LGBTQIA+ di Avanti PSI, parlare dell’operato di Sannino significa quindi rivendicare anche un principio fondamentale: la meritocrazia dell’impegno.
«Chi dedica la propria vita quotidiana alle lotte sul campo, conoscendo ogni vicolo, ogni fragilità e ogni risorsa della propria terra, matura una competenza e una legittimità che non possono essere cancellate da giudizi affrettati o da ingerenze esterne. La comunità partenopea possiede una storia, una maturità e una visione politica autonome. Pretendere di calare dall’alto direttive o gestioni estranee alla realtà campana significa ignorare il valore di chi quel territorio lo vive e lo difende ogni giorno».
Mehiel rivendica con forza l’autonomia del movimento napoletano e campano. «Napoli non ha mai avuto bisogno di maestri esterni. Al contrario, ha sempre avuto molto da insegnare in termini di accoglienza, solidarietà e resistenza umana. L’autonomia di una comunità non significa chiusura: significa riconoscere il valore delle esperienze, delle competenze e delle storie costruite sul territorio».
Da qui anche una riflessione sulle divisioni che attraversano talvolta il mondo dell’attivismo. «Oggi, purtroppo, assistiamo spesso a dinamiche interne al movimento che rischiano di trasformarsi in una vera e propria “guerra tra poveri”, nella quale l’ipercriticismo e la caccia alle streghe finiscono per prevalere sulla costruzione comune. Il pensiero unico e la delegittimazione di chi la pensa diversamente, o di chi sceglie la strada del pragmatismo, non rafforzano le battaglie collettive: le indeboliscono, producendo divisioni proprio quando ci sarebbe bisogno di maggiore unità».
«Essere additati o criticati dopo anni di sacrifici – prosegue Mehiel – è spesso il prezzo pagato da chi sceglie di fare, di esporsi e di assumersi la responsabilità delle decisioni. Ma la storia politica e sociale di un territorio non si misura attraverso le polemiche del momento: si misura sui fatti, sulle strutture create, sulle battaglie condotte e sulle vite reali che sono state migliorate».
Per Mehiel, dunque, quanto costruito da Sannino va considerato come parte di un patrimonio più ampio. «Il lavoro svolto da Antonello Sannino e da tutte le persone che hanno lottato al suo fianco rimane un patrimonio della città di Napoli, della Campania e dell’intero movimento sociale. Riconoscere questo percorso non significa semplicemente difendere una singola persona. Significa proteggere un modello di attivismo basato sui fatti, sul rispetto reciproco, sulla capacità di costruire servizi e sul dovere morale di consegnare alle nuove generazioni un futuro più giusto e libero dalle ipocrisie».
«Le battaglie LGBTQIA+ – conclude Sofia Mehiel, “La Papessa” – hanno ancora bisogno di radicalità, ma anche di concretezza. Hanno bisogno di libertà, diritti sociali, servizi, lavoro e protezione per chi è più fragile. E soprattutto hanno bisogno di comunità capaci di discutere anche duramente senza trasformare le differenze in processi sommari. È questo il patrimonio che dobbiamo difendere e consegnare alle nuove generazioni».