Arte

Successo pieno e applausi per Vivaldi al teatro Valli

Foto Zani Casadio

Un’opera barocca al Teatro Valli di Reggio Emilia, Il Tamerlano di Antonio Vivaldi lo scorso fine settimana, con L’Accademia Bizantina, diretta da Ottavio Dantone e la regia di Stefano Monti.

Non propriamente un’opera ma un “pasticcio”, ovvero un’opera confezionata prendendo a prestito arie e recitativi da altri melodrammi, propri o altrui, secondo una prassi che nel Settecento vigeva all’interno della fiorente e già molto commerciale produzione operistica, pressata a immettere sul mercato titoli sempre nuovi, seppur rispondenti a tipologie ben consolidate, ciò che senz’altro facilitava gli imprestiti tra autore e autore. Tanto più il soggetto era amato e conosciuto, tanto più spesso veniva messo in musica nel corso del tempo, basti pensare a certi libretti di Metastasio, musicati per oltre un secolo, più e più volte, oppure veniva realizzato assemblando parti di opere diverse. È il caso di Tamerlano, conosciuto anche come Bajazet, composto nel 1735 su libretto di Agostino Piovene e rappresentato lo stesso anno al teatro filarmonico di Verona. Oltre ad arie composte per l’occasione, Vivaldi ne utilizzo altre, tratte da proprie opere precedenti e altre ancora, tratte da opere di altri autori (Hasse, Broschi, Giacomelli). L’estetica barocca non richiedeva l’originalità assoluta, ritenuta al contrario disdicevole, ma la capacità di variare con effetti, sempre nuovi e diversi, soggetti noti, all’interno di una struttura costruita su modelli rigidi per non dire stereotipati. Ecco allora che nel Tamerlano, opera di forti passioni e contrapposizioni, in cui il protagonista eponimo si pone contro tutti fino alla morte, le arie inanellate ai recitativi, secondo lo schema previsto, appartengono quasi esclusivamente alla tipologia delle cosiddette “arie d’ira”, ovvero arie espressione di una vasta gamma di sentimenti, o “affetti”, come venivano definiti nel Seicento-Settecento, ad essa relativi: furia, collera, furore, sdegno, indignazione; arie musicalmente caratterizzate da ritmi incalzanti, ampi salti melodici, sfruttamento dei registri estremi al grave e all’acuto, accentuato virtuosismo vocale, noia dunque scongiurata, ma a rischio di una certa monotonia.

L’opera rappresentata a Reggio, frutto di una collaborazione con i teatri di Ravenna, Piacenza, Modena e Lucca, ha proposto una versione variata da Dantone rispetto all’edizione critica di Bernardo Ticci, consistente nell’ulteriore inserimento di cinque arie di Vivaldi, Giacomelli e Hasse per le parti mancanti in partitura, di cui si possiede solo il testo. L’equilibrio drammaturgico così raggiunto ha scolpito con ancora maggior forza quella veemente concitazione, legata alla tipologia dell’aria d’ira, esaltando il virtuosismo vocale anche dei personaggi più marginali, posti sullo stesso piano, per numero di arie e presenza scenica, dei protagonisti principali.

Un cast eccezionale ha reso possibile una tale performance dove la voce con le sue straordinarie acrobazie occupa il centro dell’opera barocca in generale e di questa versione del Tamerlano in particolare.

I registri vocali, non sempre ben definiti nell’opera barocca e soggetti a cambiamenti, sono stati assegnati in relazione alle voci scelte da Dantone per questa produzione. Filippo Mineccia, nel registro vocale di controtenore è stato un potente Tamerlano; Bruno Taddia, baritono, ha offerto una intensa interpretazione di Bajazet, animato non solo dal sentimento di vendetta e ira, ma dalla tenerezza per la figlia Asteria, il contralto Delphine Galou, superlativa per perizia vocale e presenza scenica; Andronico, il controtenore Federico Fiorio, innamorato contrastato di Asteria, inizialmente poco in voce, è cresciuto nel corso della rappresentazione; di assoluta qualità anche la prova di Marye Lys e Arianna Vendittelli, nei ruoli posti in risalto di Irene e Idaspe.

La regia di Stefano Monti con l’idea di doppiare i cantanti con dei danzatori ha vivacizzato la scena, contribuendo a creare quell’azione e quel movimento di cui difetta l’opera barocca e scongiurando in tal modo la possibile monotonia insita nella continua successione di arie e recitativi. L’estensione nel gesto danzato dei sentimenti espressi dall’aria dovrebbe rendere questi plasticamente evidenti esplicitando ulteriormente il senso delle parole; un’idea efficace che ricorda un certo uso dei mimi nel teatro di Pier Luigi Pizzi, ma che è stata giocata con troppa insistenza, risultando talora fastidiosa e sovrabbondante in rapporto al canto; i movimenti coreutici (Marisa ragazzo, Omid Ighani), e soprattutto l’articolazione corporea dei danzatori, nell’eccesso gesticolante sono risultati, a tratti, isterici e macchiettistici.

Belle le soluzioni scultoree di Vincenzo Balena e i video in 3D di Cristina Ducci che hanno saputo ricreare con intelligenza le componenti del meraviglioso e dello stupefacente, proprie dell’estetica barocca e delle scenografie dell’epoca.

Successo pieno, prolungati applausi del numeroso pubblico.

 

Daniela Iotti