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LEGGE ELETTORALE
TANTO RUMORE
PER NULLA

lRIFORMA legge elettorale

lRIFORMA legge elettorale

Se il suo stesso ideatore la definì “una porcata”, un motivo ci dovrà pur essere. Nonostante si tratti di una porcata, però, il popolo italiano è stato chiamato per ben tre volte ad esprimere la sua sovranità con la legge n. 270 del 21 dicembre 2005, una legge elettorale che, presto, potrebbe essere definita incostituzionale dalla Consulta. Un bel pasticcio, l’ennesimo dell’Italia pasticciona. Se è vero, infatti, che la classe politica porta sulle sue spalle la maggiore responsabilità della “porcata”, è altrettanto vero che ben tre pronunciamenti referendari in merito non hanno raggiunto il fatidico quorum. Eppure, a parole, sembrerebbero tutti scontenti di questa legge: solo a parole, però, visto che, nei fatti,  ricorda l’ex senatore socialista Giovanni Crema all’Avanti!, «la legge oggi in vigore, detta Porcellum, fu fatta su proposta dalla maggioranza di destra di Berlusconi, ma con l’assenso oscuro del partito di Fassino. Tutte e due le principali forze politiche avevano interesse a portare in Parlamento le loro truppe di “yes man” e fare fuori i piccoli partiti».

Se è corretto, dunque, considerare la legge elettorale come l’espressione degli equilibri politici in campo, appare evidente che l’affermarsi, di fatto, di tre grandi poli, unito all’ingovernabilità scaturita dalle ultime elezioni e alla necessità di grandi riforme da portare avanti con grandi coalizioni, imporrebbe una modifica della legge elettorale. Per non parlare poi dell’ombra dell’incostituzionalità che si proietta sull’attuale, tanto contestata, legge.

Ma, allora cosa impedisce davvero che le quasi unanimi dichiarazioni di contrarietà non si traducano in azioni reali? Preferisce non rispondere a questa domanda il deputato del Pd, Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera e renziano di ferro, passato alla ribalta delle cronache per aver iniziato un nuovo sciopero della fame con l’intenzione di rilanciare l’agenda per la riforma della legge elettorale. Intervistato dall’Avanti!, Giachetti si dice  «non in grado» di azzardare un’ipotesi, una valutazione politica sul perché di una scollatura tanto forte tra parole e fatti. Difficile da credersi visto che, come lui stesso conferma, «lo scorso maggio c’era l’occasione per farlo, ma la Camera ha votato contro la mia mozione». La Camera, cioè il Pd in testa. Per questo, in molti, scorgono dietro questa situazione, l’ennesima spaccatura all’interno dei democratici: quella tra “proporzionalisti” (lettiani) e “maggioritaristi” (renziani).  Ma, quale scenario possibile immagina dunque Giachetti: «Io ho proposto il ritorno al Mattarellum», dice «e non è stato accolto. Adesso la palla passa agli altri». Palla che, appunto, non viene portata avanti, per il momento, da nessuno.

Crema ha, invece, una lettura molto chiara di quanto sta accadendo: «si rimanda il nodo della legge elettorale perché questa potrebbe rappresentare un punto di rottura tra Pd e Pdl che non hanno ancora trovato un accordo soprattutto per il semplice motivo che c’è la preoccupazione che, una volta approvata legge elettorale, si vada al voto».

Vi è di più. Secondo l’ex senatore socialista, la partita si gioca sia sul filo Pd-Pdl ma anche, soprattutto dopo l’ultimo accordo a cui si è giunti, sul fronte “interno” al Pd. «Sia il presidente che il vicepresidente del Consiglio dei ministri hanno operato in 5 mesi per non portare a termine la riforma e per allontanare il voto. Cosa che, invece, senz’altro con nobili pretese, Giacchetti ha fatto cercando di accelerare il processo. Non è un caso che il vicepresidente della Camera torni oggi sull’argomento, proprio dopo che si è raggiunto un equilibrio».

Nonostante questa coincidenza, per  Giachetti sarebbe solo «una sciocchezza» il sospetto che dietro lo slancio verso un intervento “di minima” sulla legge elettorale, «nel caso in cui non si riesca a compiere l’intero percorso di riforme e si debba improvvisamente ritornare alle urne», ci sia una strategia messa in piedi dal sindaco di Firenze per accelerare quella chiamata alle urne (ed evitare di venire offuscato da Letta). Un’idea che, continua Giacchetti, serve a giustificare il fatto che chi ha votato contro la sua proposta «non ha argomenti politici per confutare le responsabilità del Pd» rispetto all’inaccettabile procrastinare.

Nel gioco dei rimpalli, dunque, sembra scorgersi quella che Crema definisce «la cultura bizantina decadente» che «prevale nell’ambiente politico italiano» che «per non destabilizzare il Parlamento introduce riforme elettorali solo poco prima di andare alle urne». Una pratica in violazione di tutte le «indicazioni del Consiglio d’Europa che, quando ero presidente della Giunta per le immunità del Senato, inviò una delegazione insieme all’Osce che si disse incredula rispetto alla prassi di modificare la legge alla vigilia di elezioni».

Nel Paese dalla cultura bizantina decadente, dunque, la legge elettorale (e la sua modifica), cuore del sistema democratico, si tramuta in uno strumento per approvare o delegittimare l’azione del Parlamento e dei governi: una realtà molto lontana dal «quell’idea seria di larghe intese che servirebbero per uscire dalla crisi» ci ricorda Crema.

Roberto Capocelli