È stata poco più del 14% l’affluenza ai seggi del collegio 05 di Reggio Calabria per le elezioni suppletive della Camera dei deputati. Immagino che i simpatizzanti di Futuro Nazionale andranno a votare tutti, o quasi, e l’effetto sorpresa potrebbe non essere soltanto una fantasia. Se la partita dovesse chiudersi con una percentuale così magra di elettori, credo che le rispettive coalizioni di governo e di opposizione dovrebbero fare voto del silenzio.
C’è una curiosa situazione nella politica italiana: il Campo Largo ha presentato il proprio candidato, ma una parte del dibattito sembra quasi concentrarsi più sulla possibile affermazione dell’avversario che sulla sfida del centrosinistra. Non per masochismo, naturalmente, ma perché una vittoria del candidato vicino a Vannacci offrirebbe alla sinistra un argomento formidabile per costruire la prossima campagna elettorale: tutti uniti contro una destra sempre più radicale. Il meccanismo è semplice. Si individua il nuovo pericolo, lo si presenta come l’avanguardia di una destra ancora più estrema e si chiama a raccolta tutto il fronte progressista. È una vecchia ricetta della politica italiana: trasformare l’avversario nel comune punto di riferimento e chiedere agli elettori di serrare le fila. Ma questa volta potrebbe esserci qualcosa di più. Perché una crescita significativa dell’area di Vannacci non porrebbe soltanto un problema alla sinistra: costringerebbe soprattutto la destra a fare i conti con la propria collocazione politica e con il rapporto tra governo e voto di protesta.
La speranza, nemmeno troppo nascosta, è che proprio questo scenario metta in difficoltà Giorgia Meloni. Se il movimento di Vannacci dovesse conquistare spazio e consenso, la presidente del Consiglio potrebbe trovarsi davanti a un problema politico non secondario: avvicinarsi al generale significherebbe esporsi all’accusa di aver spalancato la porta a una destra ancora più radicale; tenerlo fuori significherebbe invece rischiare di consegnargli una parte del voto di protesta. Ecco allora che la partita diventa molto più grande di una semplice consultazione elettorale. Tutti fanno i propri calcoli, tutti osservano i sondaggi, tutti cercano di capire da dove arriverà il prossimo voto.
E tutti, naturalmente, dichiarano di non essere preoccupati. Sono soltanto strategie politiche, verrebbe da dire. Strategie per contendersi il governo del Paese. Ma sotto questa partita ufficiale continua a crescere qualcosa di molto meno controllabile: l’insofferenza di una parte dei cittadini. Una protesta che monta lentamente e che i partiti farebbero bene a non sottovalutare. Per il centrosinistra, però, la sfida non può ridursi soltanto alla contrapposizione con il nuovo fronte della protesta. Deve diventare anche la capacità di dare una risposta politica a quell’insofferenza, trasformandola in una domanda di cambiamento e di governo.
Perché il rischio è che l’ondata diventi uno tsunami, come è già accaduto con il Movimento 5 Stelle e con la Lega di Salvini. Anche allora i partiti tradizionali sembravano convinti di poter gestire il fenomeno. Poi arrivarono le urne e cambiarono completamente le proporzioni. I pentastellati diventarono il primo partito e la Lega trasformò il proprio consenso in una forza di governo. Nacque così una stagione politica che, soltanto pochi anni prima, sarebbe sembrata impensabile. Poi arrivò il Papeete. E Salvini, cotto dal sole d’agosto e dal consenso che sembrava non avere più limiti, decise di staccare la spina al governo Conte, convinto probabilmente che il potere fosse ormai a portata di mano. Fu uno di quei momenti nei quali la politica italiana riesce a superare persino la fantasia dei suoi commentatori.
Ora non sappiamo se l’ex generale della Folgore, con il suo partito e i suoi potenziali elettori, seguirà le orme di Salvini e Di Maio. Non sappiamo se riuscirà a trasformare la protesta in consenso stabile, né se il suo movimento sarà destinato a diventare una forza politica strutturata oppure soltanto l’ennesima fiammata della politica italiana.
Una cosa, però, la sappiamo. Salvini e Di Maio, allora presentati come i protagonisti di una nuova stagione politica, hanno lasciato dietro di sé un’esperienza che ha modificato profondamente il sistema dei partiti.
Uno è finito travolto dalla propria scommessa al Papeete; l’altro si è progressivamente allontanato da quella stagione e da quel Movimento che aveva contribuito a portarlo al governo. Il ponte sullo Stretto, intanto, continua a essere evocato, annunciato, progettato e riprogettato, mentre la politica italiana sembra costruire ponti soprattutto nei propri discorsi e demolirli nelle proprie alleanze. Adesso potrebbe essere arrivato il turno di Vannacci. Ed è proprio questo che mette tutti con il fiato sospeso.
Perché, se il generale dovesse ottenere un risultato politicamente rilevante, nessuno potrebbe più far finta che non esista. La sinistra potrebbe trovare un nuovo avversario attorno al quale ricompattarsi, ma soprattutto sarebbe chiamata a dimostrare di saper trasformare la semplice opposizione alla destra in una proposta politica capace di intercettare quella parte di elettorato che oggi guarda alla protesta. La destra, invece, dovrebbe fare i conti con un nuovo soggetto politico e con il rischio di una competizione interna sul terreno del consenso più radicale.
Una parte degli elettori potrebbe trovare un nuovo contenitore per la propria protesta. E allora comincerebbe un’altra partita. Non sappiamo ancora chi la giocherà, né quali saranno gli equilibri che ne emergeranno. Ma sappiamo che, nella politica italiana, spesso il vero risultato di un’elezione non è soltanto quello scritto la sera dello scrutinio. È quello che succede il giorno dopo.
Anche se una cosa possiamo già dirla: con queste percentuali, i partiti senza elettori sono come i generali senza soldati. E una riflessione, prima di continuare a parlare, dovranno pur farla.