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Suppletive, in Calabria ha vinto l’astensionismo

Un segnale molto preoccupante quello che è arrivato dalle elezioni suppletive di Reggio Calabria. Nessuno può parlare di vittoria quando meno del 23% degli elettori si recano alle urne. Una sconfitta per la democrazia, ma il silenzio del 77% di elettori assenteisti è assordante.
Come si può parlare di vittoria quando l’eletto può contare su una coalizione che ha ottenuto meno del 12% dell’elettorato? Eppure, si è fatto un gran parlare di una vittoria che invece canta solo la sconfitta della democrazia.

Un voto senz’altro legittimo, ma l’assenteismo al voto manifesta l’assenza di credibilità della classe politica attuale alla quale gli elettori rispondono con una indifferenza dilagante.
Dall’Università di Cagliari alla Luiss, il mondo accademico cerca di analizzare, da qualche anno, le cause del fenomeno di abdicazione della sovranità degli elettori.

Dopo avere ricostruito le molteplici cause dell’astensionismo elettorale attraverso l’analisi delle principali manifestazioni della crisi del rappresentante e del rappresentato, riconducibili alla società liquida, al sistema dei partiti e alla legislazione elettorale, si può evidenziare come tali fattori abbiano progressivamente alimentato la disaffezione al voto e individua nella predisposizione di una risposta sistemica e tempestiva la necessaria direttrice di contrasto al fenomeno del non voto.
I trend astensionistici, dalla crisi economica del 2008 ad oggi, sul piano geografico e sociale sono in aumento. Alcuni evidenziano l’astensionismo di genere, quello volontario e involontario.

Sull’astensionismo influiscono anche le leggi elettorali che riducono all’elettore le possibilità di scelta. Scelte che vengono perfino azzerate quando l’elettore non trova nemmeno i programmi elettorali. L’astensionismo elettorale è un pericolo per la democrazia di un Paese, una piaga incancrenita, infetta e difficile da curare. Esistono cause istituzionali e non istituzionali dell’astensionismo elettorale. Alcune soluzioni al problema dell’astensionismo elettorale italiano, si trovano nel libro bianco sulla partecipazione elettorale dove la commissione del ministero dei Rapporti col Parlamento avanza delle proposte su cittadinanza attiva e riforme di governabilità come possibili soluzioni per arginare il fenomeno dell’astensionismo volontario. Molti esperti nutrono dubbi sulle proposte e sono convinti che si tratta di un espediente demagogico per assestare un colpo definitivo alla democrazia del nostro Paese.

Una persona che non ha espresso il proprio voto è detta astenuta. In termini generali l’astensionismo non va confuso con il voto di protesta, in cui un avente diritto di voto si reca alle urne e invalida volontariamente la propria scheda elettorale con segni non consentiti (scheda nulla) oppure non esprime una preferenza (scheda bianca). Per legge chi consegna una scheda bianca o nulla, a differenza di chi non si reca fisicamente alle urne, ha a tutti gli effetti votato e viene considerato nel calcolo dell’affluenza al voto.
L’astensione può essere usata per indicare l’ambivalenza sulle scelte del votante, oppure una tacita disapprovazione che non assurge al livello di opposizione attiva. L’astensione può anche essere usata quando qualcuno assume una certa posizione su una questione ma, poiché il sentimento popolare supporta una posizione contraria, potrebbe non essere politicamente conveniente votare secondo la propria coscienza. Una persona può astenersi anche quando non si sente adeguatamente informata circa la questione in esame o non ha partecipato a importanti discussioni in merito.

Per supportare questa strategia apolitica, diversi non-votanti affermano che votare non apporta alcuna differenza positiva. L’espressione “se votare cambiasse qualcosa, l’avrebbero reso illegale” è un sentimento spesso citato ed attribuito all’anarchica Emma Goldman. Ci sono inoltre anche non-votanti etici, ossia coloro che assolutamente si rifiutano di votare, non solo perché lo ritengono una tattica inefficace per cambiare, ma anche perché vedono l’atto o come un riconoscere il consenso ad essere governati dallo Stato, o come un mezzo per imporre illegittimamente il controllo sui compatrioti, o entrambe le cose, e perciò questa visione vede nel voto la violazione del principio di non aggressione. Herbert Spencer ha espresso l’idea che se una persona vota per il candidato vincente, quello perdente o si astiene, sarà comunque portato a credere di aver permesso al candidato vincente di governare.
In ogni caso, “i cittadini non sembrano cercare la soluzione dei loro problemi economici alle urne. Ciò concorda con la ben nota tesi che le fasce di popolazione con uno status socioeconomico inferiore, cioè con livelli di istruzione, reddito e occupazione più bassi, sono anche i meno coinvolti in forme di partecipazione politica. L’astensionismo, infatti, è generalmente diffuso tra i ceti meno abbienti e svantaggiati. Tale conclusione trova conferma nell’analisi del profilo psicologico dei disoccupati, che spesso risultano ansiosi, depressi e inclini alla rinuncia”. Si potrebbe anche pensare che una serie fatti concomitanti spinge l’elettore all’emarginazione.
Ma c’è un’altra motivazione: quella di non sentirsi complici per aver votato rappresentanti eletti che finiscono per varare norme contro i propri interessi, le proprie necessità e le proprie aspettative.
In Italia, le elezioni dal 1948 al 1976 vedono l’affluenza degli elettori alle urne con un’incidenza assai rilevante del 92% che diminuisce sempre più a partire dal 1979.

L’analisi politologica, ha identificato le cause del fenomeno innanzitutto nel progressivo sfaldamento dei partiti e delle loro organizzazioni politiche sul territorio che ha fatto mancare la mobilitazione degli elettori e quel senso di identificazione con il programma politico del partito di appartenenza che si traduceva in un’alta partecipazione al voto.

La quasi assenza dell’astensionismo nelle prime elezioni del dopoguerra si giustifica anche con il desiderio dei cittadini di recuperare la libertà politica eliminata nel periodo fascista e con la volontà di mettere in atto quel diritto-dovere che la nuova Costituzione Repubblicana ha assicurato ai cittadini e che la legge ordinaria sanzionava in caso di non partecipazione al voto. Una Costituzione che prevede che la democrazia politica si esercita attraverso i partiti politici che hanno garantito la stabilità al Paese anche quando un governo durava solo sei mesi.
Se però con la sfiducia aumenta, negli anni ’80 e ’90, la decisione di non andare a votare, questa, secondo alcuni politologi, è anche significativa di una maggiore razionalizzazione dell’espressione del voto. Mentre prima ci si sentiva legati alle ideologie dei partiti ora alla mancanza della fedeltà nei loro confronti si associa un aumento del non voto, con una crescita della protesta, nei confronti di chi ha deluso certe attese magari rivolgendosi a formazioni politiche che fanno professione di rifiuto del sistema partitico.

Discordanti presso gli studiosi le valutazioni dell’astensionismo: secondo alcuni la non partecipazione al voto contraddistingue le democrazie mature, dove si assiste a una naturale diminuzione dei votanti collegata a una minore passionalità politica, mentre secondo altri l’astensionismo è un pericoloso segnale di sfiducia nella politica. Di fatto oggi l’astensionismo è stato, contrariamente al passato, riconosciuto nell’ambito di un comportamento legittimo del cittadino ridefinendo, con le leggi nn. 276 e 277 del 4 agosto 1993, l’espressione del voto solamente come un diritto e non più come un diritto ed un dovere.
Rispetto ai primi anni della storia della Repubblica oggi il significato del voto è cambiato: ha perso quell’aura di “sacralità” legata alla conquista della libertà dopo la dittatura.

Linda Laura Sabbadini, nel suo saggio “Partecipazione politica e astensionismo secondo un approccio di genere” (Roma 2006), scrive: “Attualmente è considerato normale recarsi a votare, come non recarsi a votare. Il deporre la scheda nell’urna è percepito sempre meno come un diritto, e ancor meno come un dovere, e sempre più come una facoltà di cui avvalersi”.
La difficoltà a capire le trasformazioni politiche come scissioni, ricomposizioni ed alleanze, ed altri bizantinismi lontani dagli interessi concreti dei cittadini rendono l’astensionismo “fisiologico”, come sfiducia e rifiuto ma anche con un significato “sanzionatorio” nei confronti di quei partiti dai quali i votanti con una condotta più razionale, si considerano ormai in gran parte non più legati ideologicamente e ai quali inviano un messaggio di non voto equivalente a un rimprovero e a un invito a modificare i loro comportamenti politici.
Da questa situazione, una nuova grande opportunità si presenta al Psi che può candidarsi come il solo partito in grado di recuperare il rapporto tra Partito e cittadini.

Salvatore Rondello