La vicenda Mogherini, a prescindere dal merito della questione e dal suo possibile esito, dovrebbe interessarci, e molto. In primo luogo perché manifesta con estrema chiarezza, i limiti drammatici del “metodo Renzi”; quelli che lo stanno fatalmente portando ad “andare a sbattere”. E più presto di quanto non si pensi. E, in seconda battuta, perché verifica con ancora maggiore chiarezza, l’importanza politica della distinzione tra renziani, antirenziani e arenziani.
Cominciamo dal primo punto. Per dire che il sullodato metodo è come la Juventus: senza rivali nel campionato italiano, incapace di superare il girone eliminatorio a livello europeo.
Nella sua visione politica e nel suo temperamento il “vincere”non ha alcun bisogno del “convincere”. Per convincere c’è bisogno di tempo, di cultura e di pazienza, di argomenti forti e di rispetto per quelli degli altri. Il tutto troppo impegnativo e troppo faticoso. Molto meglio usare, in qualsiasi circostanza, lo stesso schema “passepartout”: la “rottamazione permanente”, una missione identificata con se stesso, l’identificazione dei critici come guardiani dell’esistente e magari sordidamente interessati alla sua perpetuazione.
Ora, l’ottica della missione non prevede, come collaboratori, grossi calibri (se lo sono, tanto meglio), ma comporta piuttosto persone fidate e in sintonia con la missione stessa. Un argomento che, al momento della formazione del governo (e della relativa eliminazione di Emma Bonino), non avrà certamente convinto Napolitano (dopo tutto si trattava di continuare la nostra politica estera tradizionale e con una persona di assai minore autorità) ma l’avrà, semmai, vinto. Come negare a chi si accingeva a salvare l’Italia un ministero di peso, il cui titolare fosse di sua completa fiducia?
E però il vincere senza convincere può andar bene in Italia (almeno per un certo periodo di tempo), ma non funziona proprio in Europa. E per una serie di ragioni su cui è il caso di soffermarsi brevemente.
Diciamo subito che il risultato che Renzi si prefiggeva e si prefigge – la Mogherini al posto della Ashton – poteva essere raggiunto in due modi.
Il primo, quello tradizionale, era quello del negoziato a fari spenti senza suoni di tromba o di fanfara. Si entra con il nome del nostro ministro degli esteri (piano A)e lo si sostiene fino all’ultimo, ma se le cose dovessero andare male, si è pronti con il piano B. Un percorso ampiamente sperimentato anche se irto di trappole. Ma che aveva, dal punto di vista di Renzi, il grave difetto di garantire forse il successo, ma non la Vittoria.
Di gran lunga più ricco di significato, ma anche assai difficilmente praticabile, il secondo percorso. Quello di utilizzare la candidatura come occasione per discutere di politica estera europea o, più esattamente, della totale mancanza della medesima.
Illuminante, al riguardo, proprio la vicenda Ashton. Una donna di buona volontà, e niente più, nominata per dimostrare formalmente che la politica internazionale faceva parte delle competenze dell’Unione, ma specificamente scelta per fare sì che i poteri in materia rimanessero ai vari Stati nazionali portatori, a loro volta, di prospettive tra loro diverse. Il nostro Presidente del Consiglio poteva, ricercando le necessarie convergenze, prendere di petto la questione. Nella prospettiva di superare una situazione di paralisi determinata non solo dai contrasti tra i diversi Paesi, ma anche dalla sovrapposizione ipocrita – nel caso della missione ‘Mare nostrum’ come in quello dell’Ucraina, in Medio oriente come nei rapporti con la Russia e gli Stati uniti – di alati principi e di volgari interessi; con il risultato di non fare prevalere né gli uni né gli altri. La stessa ipocrita contestazione della Mogherini perché soft nei confronti di Mosca gliene offriva il destro.
E però si è ben guardato dall’aprire una vertenza sul merito e sul metodo della politica estera dell’Europa. Ha preferito svicolare; buttandola sul patriottismo e sull’onore da rendere all’Italia.
Un errore grave, perché l’Italia in Europa è ancora sotto processo. E perché Renzi non è, a livello europeo, in grado di fare la voce grossa. Perché, come Monti e Letta prima di lui, l’apertura di credito nei suoi confronti è legata alla sua figura di maestro di scuola in grado di far fare i compiti a casa ai suoi allievi ritardati e/o riottosi e, quindi, non in grado di fare la vice grossa con gli inviati del Ministero dell’Istruzione.
Le cose, temiamo, non si concluderanno bene. Potremo avere la persona designata da Renzi, ma sarà una vittoria del tutto simbolica. Oppure, più probabilmente, riempiremo un’altra casella e con altri nomi.
Per i renziani sarà un semplice incidente di percorso da ignorare. Per gli antirenziani un anticipo della crisi finale di cui gioire. Per noi arenziani, un esito scontato, ma di cui soffrire perché una delle possibili conseguenze del renzismo è di dare fiato ad avversari peggiori di lui. Come in questo caso.
Alberto Benzoni