Arte

Un concerto suggestivo con le musiche di Alberto Franchetti

foto di Silvia Perucchetti

Un’acetaia come un salotto dell’Ottocento, vale a dire un luogo di bellezza e cultura dove far musica per un ristretto gruppo di invitati.

Lo specialissimo luogo che ha ospitato un concerto tanto raro quanto prezioso è un’antica acetaia, ancora perfettamente in funzione, quella dell’Agriturismo Cavazzone a Viano di Reggio Emilia, parte del complesso abitativo in cui a lungo dimorò il compositore Alberto Franchetti, torinese di nascita ma reggiano di adozione, la cui famiglia, di antico lignaggio ebraico, si trasferì agli inizi dell’Ottocento a Reggio dove il padre Raimondo svolse un ruolo molto importante unendo all’attività di imprenditore innovativo e illuminato, quella di mecenate e benefattore.

E musiche di Alberto Franchetti hanno risuonato in questo luogo suggestivo in un concerto, proposto in duplice serata sabato e domenica scorsi dal duo mandolino e chitarra Eugenio Palumbo e Roberto Guarnieri. Composizioni tratte da brani di sue opere liriche, trascritte, come si usava fare nell’Ottocento, per organici cameristici (ma lo si faceva anche per complessi bandistici), allo scopo di divulgare musiche in luoghi diversi e più popolari, rispetto al teatro, raggiungendo pubblici meno abbienti o, nel caso dei salotti, per riascoltare le arie e i brani più celebri e amati e goderne da soli o in compagnia, nelle occasioni di ritrovo, ogni qualvolta lo si desiderasse, per il proprio piacere personale o per nobile diletto.

Asrael, Cristoforo Colombo, Germania le tre opere da cui sono state tratte le arie rielaborate per mandolino e chitarra, introdotte con garbo e competenza dai due giovani musicisti che hanno cercato, raccontando per sommi capi la trama, di introdurre il pubblico al clima dell’opera e al momento specifico del brano eseguito. Da Asrael, prima opera composta da Franchetti e rappresentata nel 1888 al Teatro di Reggio Emilia, si è ascoltato Madre d’amor dal II atto; la innata predisposizione melodica del mandolino, avvolta dall’aura della chitarra, che da sempre accompagna tradizionalmente il canto, hanno creato fin da subito l’atmosfera giusta, fatta di intimità, afflato lirico, trasporto emotivo; l’acustica straordinaria ha consentito ai due interpreti di giocare su una gamma di sonorità in pianissimo, impensabile da ottenere in un ambiente più ampio, mettendo in campo una varietà di timbri e colori davvero straordinari.

Altri approdi franchettiani dal Cristoforo Colombo: Per la conca d’argento, Ecco la spiaggia fulgida (atto I), Ah il dì della vendetta/Torna giustizia in terra (atto III) hanno introdotto all’opera sua più nota, commissionatagli dalla città di Genova in occasione del quarto centenario della scoperta dell’America. Il soggetto era stato precedentemente proposto a Giuseppe Verdi, il quale, declinando la richiesta, aveva suggerito al suo posto proprio il nome di Franchetti, circostanza che dà la misura della stima di cui godeva al tempo il compositore che poi, per varie ragioni, non ultima la sua origine ebraica, non conobbe la fama che si meritava. Ancora da Germania, opera che ebbe una prima scaligera nel 1902, diretta da Toscanini con Enrico Caruso come protagonista: Tu m’eri innanzi nel morente giorno; No, non chiuder gli occhi vaghi giorno; Appena il suolo santo; solo tre momenti ma scelti bene, in quanto capaci di dare un assaggio efficace di un’opera costruita con un linguaggio nuovo che si avvicina al verismo, ma non ne è parte, che guarda a Wagner, ma senza condividerne il radicalismo, che fa della citazione una sua forza come si è potuto sentire anche nelle trascrizioni in cui si riconosceva un celebre e popolare Kinderlied di tradizione tedesca.

Oltre a Franchetti il programma si completava con tre grossi nomi della letteratura mandolinistica. Enrico Maruccelli di cui è stata eseguita La Fantasia su La Traviata di Giuseppe Verdi, tipico brano di quel genere divulgativo-popolare di cui si diceva sopra; pagina scritta con grande perizia e gusto, ricca di passaggi virtuosistici che hanno messo in luce le doti tecniche alquanto affilate dei due interpreti; quindi Raffaele Calace, con Danza spagnola e Rondò, per finire con il Capriccio spagnolo di Carlo Munier.

Sonorità sussurrate, ampia gamma di timbri e colori, non senza energici passaggi virtuosistici, hanno regalato una serata ricca di emozioni, ma anche intrisa di sapere e conoscenza in considerazione del fatto che le trascrizioni franchettiane sono state realizzate in parte sulla base di trascrizioni preesistenti, comunque rivisitate, in parte realizzate ex novo dai due interpreti e ciò ha richiesto sicuramente uno studio attento e un grosso lavoro in quanto il linguaggio di Franchetti si caratterizza per un denso sinfonismo, non sempre gratificato da slanci melodici e facile cantabilità. Un lavoro che andrà sena dubbio continuato e approfondito, così come lo studio e la valorizzazione di tutta l’opera di un compositore che sta conoscendo una sorta di rinascita grazie anche all’Associazione nata in suo nome e tra i promotori e produttori del concerto stesso.

 

Daniela Iotti

 

foto di Silvia Perucchetti