
Impreparati. L’Italia è tra gli ultimi posti al mondo per le competenze necessarie a muoversi nel mondo del lavoro e nella vita sociale. È un giudizio senza pietà quello che fornisce l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Un giudizio che non lascia spazio alle “chiacchiere” e ai problemi “d’immagine” del Paese, generi molto in voga nello Stivale. Una fotografia spietata quella contenuta nello studio dell’Ocse che racconta di un’Italia che ha perso il treno del Terzo Millennio. Non solo: se è vero che il capitale umano e il sapere sono la risorsa più importante per fare fronte alle difficilissime sfide del mercato globale del lavoro e ai mutamenti produttivi, con queste premesse per il Belpaese le prospettive sono peggiori del presente. Semplicemente, secondo la prestigiosa organizzazione internazionale, siamo gli ultimi in Europa per capacità di comprensione della realtà: non capiamo cosa ci accade intorno e non sappiamo usare gli strumenti che potrebbero aiutarci a farlo. Di conseguenza, ed è la cosa più grave, non sappiamo imparare. Insomma, i dati emersi dalla ricerca, condotta in Italia dall’Isfol, gridano “Il re è nudo!”.
Sulla questione è intervenuto il ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, che commentando i dati, aveva parlato di italiani «poco occupabili» a causa della loro incapacità nell’utilizzare gli strumenti chiave per accedere al lavoro nella società dei “saperi”. Posizione ridimensionata in seguito alle tante critiche piovute sul ministro dai sindacati. Per esempio Elena Lattuada, segretario confederale della Cgil, aveva criticato l’intervento del ministro pur sottolineando che i dati Ocse, «danno una fotografia reale» della situazione nel nostro Paese.
Ma cosa sta “bloccando” lo sviluppo delle competenze necessarie per fare il salto di qualità che permetterebbe all’Italia di entrare nel club dei big della modernità? Secondo il professor Domenico De Masi, sociologo del lavoro e padre della teoria dell’”Ozio creativo”, «il nostro sistema educativo, scuola e università, fa acqua da tutte le parti». Inoltre, continua De Masi, «ci siamo permessi, per così dire, dei “lussi” incredibili, come quello di avere ministri che fino a pochi mesi prima facevano calendari osé e un ministro della Pubblica Istruzione che non aveva titoli per farlo. Sono lussi che, in generale, e soprattutto in un momento di trasformazione come quello che viviamo, ci siamo permessi solo noi e ne paghiamo le conseguenze».
Diversa la lettura di Enzo Mattina, già europarlamentare socialista, esperto di lavoro come vice presidente di Quanta SpA e presidente di Ebitemp, che all’Avanti! solleva dubbi circa la reale attendibilità dello studio: «a me sembra un quadro eccessivo. Sono indagini che, se si vanno ad osservare bene, potrebbero risultare poco convincenti. È la logica delle statistiche: molto dipende dal campione», dice Mattina. Eppure qualche problema ci deve pur essere visto che lo stesso Mattina ammette che «nell’area innovativa del sapere registriamo dei ritardi»: ma, il punto, secondo l’esperto di lavoro è «capire se si tratta di ritardi che registriamo perché gli individui non si “attrezzano”, oppure perché quelli che si attrezzano non vengono poi “utilizzati”». In una parola, perché manca la meritocrazia e imperversa il nepotismo. Eccolo un altro tema che si può leggere in controluce analizzando il rapporto dell’Ocse: il sociologo De Masi fa notare, infatti, che «quando vanno all’estero i giovani italiani non sembrano avere nulla da invidiare ai loro coetanei» e Mattina ribadisce il concetto sottolineando che «spesso, fuori dall’Italia, i nostri talenti trovano opportunità che consentono di esprimersi al meglio». Se questo è il trend, il cocktail è esplosivo: ogni giorno la complessità aumenta e gli strumenti che l’Italia ha a disposizione per affrontarla si riducono.
Roberto Capocelli