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Usa, milioni di conversazioni intercettate dall’intelligence. Per la Casa Bianca è «uno strumento essenziale»

Verizon-Nsa

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La disputa è vecchia come il mondo: ragion di Stato versus libertà individuali. Lo scandalo delle telefonate spiate sulle utenze della compagnia Verizon fa riesplodere lo scontro su una delle leggi americane più controverse degli ultimi decenni che non a caso fu approvata sotto la presidenza di George W Bush, sotto la spinta emotiva degli attentati dell’11 settembre. Fa discutere, dunque, la rivelazione che la Nsa, l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, starebbe raccogliendo i dati relativi alle telefonate di milioni di clienti nell’ambito della lotta al terrorismo. Era il 26 ottobre del 2001, infatti quando gli Stati Uniti videro imporsi il famigerato “Patriot Act”, una sorta di “legge speciale” volta ad estende enormemente i poteri d’intervento dell’intelligence e dell’autorità giudiziaria nella vita privata dei cittadini americani. Nelle intenzioni del legislatore del paese nato all’ombra della Statua della Libertà, infatti, gli apparati di sicurezza devono essere messi in condizione di contrastare il fenomeno terrorista intercettando sul nascere eventuali minacce: per questo il “Patriot Act” autorizza controlli estesi a tutti i livelli dalle transazioni finanziarie, alle comunicazioni telefoniche, alle e-mail.

IL “SACRIFICIO” DEL QUARTO EMENDAMENTO – Insomma, si è scelto di sacrificare fortemente i diritti della privacy sull’altare della lotta al terrorismo. E il cambio al vertice della Casa Bianca, a quanto pare, non ha però cambiato le priorità delle autorità statunitensi, da sempre pronte a tutto pur di sconfiggere le minacce interne o esterne. Sono tanti, però, i che vedono nel “Patriot Act” una legge che si oppone alla Carta fondamentale, alla Costituzione degli Stati Uniti d’America. In particolare sarebbe in contrasto con il Quarto Emendamento, quello che difende i cittadini americani da “perquisizioni, arresti e confische irragionevoli”. All’epoca della nascita degli Stati Uniti non c’erano naturalmente i telefoni cellulari, ma è opinione comune che nella categoria “perquisizioni irragionevoli” sia legittimo far rientrare anche il fenomeno delle intercettazioni di massa.

LO SCANDALO – Tutto è partito da uno scoop del quotidiano inglese The Guardian, che ha rivelato come la Nsa, agenzia di spionaggio americana, grazie a un’ordinanza giudiziaria top secret della Foreign Intelligence Surveillance Court, starebbe controllando milioni di telefonate degli utenti di Verizon, una delle maggiori compagnie telefoniche americane. Nell’articolo del quotidiano britannico si accusano le autorità americane di essere andate oltre i limiti posti dalla legge: «il documento dimostra per la prima volta che, sotto l’amministrazione Obama, le registrazioni delle comunicazioni di milioni di americani sono state raccolte indiscriminatamente e in massa, indipendentemente dal fatto che essi fossero sospettati da qualche illecito», si legge. Alla compagnia sarebbe stato imposto di consegnare la lista giornaliera delle chiamate, sia interne che verso l’estero. Verizon dal canto suo, in un memo che il gruppo di telefonia ha diffuso tra i suoi dipendenti, risponde alle polemiche successive all’anticipazione del Guardian affermando di non avere alcuna scelta se non quella di rispettate le ordinanze che riceve dalle corti federali. Di fatto, sembra proprio che i tabulati delle telefonate di milioni di cittadini statunitensi siano attualmente controllati dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana, dato che un funzionario della stessa Casa Bianca, pur non confermano la notizia,  ha definito la pratica «uno strumento essenziale».

INSORGONO I DEMOCRATICI – Una vicenda che sta provocando grande indignazione e scompiglio nel campo democratico, con alcuni noti esponenti che si sono schierati contro tale pratica. Mark Udall, membro della commissione d’intelligence del Senato, infatti, ha definito «questo tipo di vigilanza su larga scala deve preoccupare tutti», mentre il New York Times ricorda di aver chiesto, lo scorso anno, al governo di rendere pubblico un documento in cui si dettagliava l’interpretazione di Washington sui poteri di sorveglianza, richiesta alla quale l’amministrazione Obama oppose un secco no. Ancora più duro l’ex vice presidente Al Gore che, sul suo profilo Twitter, ha sottolineato come «nell’era digitale, la privacy deve essere una priorità. Sono solo io a pensarlo o questa sorveglianza segreta è scandalosa?».

Roberto Capocelli