Oggi, 18 agosto, ricorre l’80 mo anniversario della strage di Vergarolla , in Istria (18 agosto 1946): che “inaugurò” la lunga catena di sanguinosi attentati, e torbidi retroscena politici, destinata a punteggiare la storia della Repubblica. Il 1 maggio dell’anno dopo, a Portella della Ginestra, in Sicilia, sarebbe toccato alla folla di lavoratori agricoli, operai, militanti e simpatizzanti di sindacati e partiti di sinistra, oggetto delle mitragliate mafiose degli uomini di Salvatore Giuliano, il bandito da anni colluso col potere. Ma per Vergarolla si tratta di una strage (almeno 100 le vittime, di cui un terzo bambini: ben piu’ del futuro “record” di 85 morti di Bologna del 2 agosto 1980) mai entrata nei libri di storia del dopoguerra.
Ma cosa accadde, esattamente? Alle 14 e 15 di quella calda Domenica d’agosto, su quella spiaggia, rientrante nel Comune di Pola (all’epoca ancora italiana, anche se sotto governo militare angloamericano), dov’erano in corso importanti gare di nuoto, esplosero ben 28 (!) bombe antisommergibile e testate di siluro, accatastate sull’arenile e da tempo disinnescate, e piu’ volte controllate dagli artificieri angloamericani (ma allora, chi, e perché, le riattivò?).
Molte persone furon letteralmente polverizzate, in stile quasi esplosione atomica, e ne rimasero solo frammenti del corpo, o brandelli di vestiti e scarpe: ma da allora, non è stata mai aperta alcuna seria inchiesta (a parte quella avviata d’ufficio dagli Alleati), e nessun Presidente della Repubblica si è mai recato su quella spiaggia a rendere omaggio alle vittime (come accaduto, sia pur tardivamente nei primi anni Duemila, coi caduti delle Foibe).
Solo “due anni fa (nel 2016, N.d.R.), quando testimoni e indizi erano quasi scomparsi”, precisava, nel 2018 la studiosa Maria Antonietta Marocchi, figlia di esuli di Capodistria, nel suo saggio “Rose-Per l’Istria Fiume e la Dalmazia” (Book Sprint ed.), “sono usciti i primi studi di giovani storici”. E sempre nel 2016, usciva finalmente su “L’Avvenire”, a firma di Lucia Bellaspiga, una prima ricostruzione dettagliata dell’attentato. Per il quale, prosegue la Marocchi nel suo saggio, “le carte degli archivi di Londra, Washington, Zagabria, Roma e Belgrado” hanno da sempre avvalorato l’ipotesi “che dietro l’eccidio di italiani ci fossero il maresciallo Tito e la polizia segreta jugoslava”, la temibile OZNA: volti a spegnere qualsiasi speranza che Pola, e l’Istria in genere, potessero restare italiane.
Fondamentale è capire il contesto geopolitico di quell’epoca immediatamente post Seconda guerra mondiale. Nella neonata “Repubblica federale” jugoslava infuria l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso dal nuovo potere titoista: nelle Foibe di Istria e Slovenia, o piu’ semplicemente in mare, o nei “gulag” jugoslavi, vengono assassinate decine di migliaia di oppositori anticomunisti, nonostante i loro meriti nelle precedenti battaglie contro fascismo e nazismo. I titini proclamano apertamente che la “liberazione” dovrà essere non solo sino all’ultimo fascista, ma anche sino all’ultimo italiano: mentre (come documenta lo storico Marino Micich, Direttore dell’ Archivio-Museo storico di Fiume al quartiere giuliano-dalmata di Roma ,nel suo recente saggio “Togliatti, Tito e la Venezia Giulia”, Milano, Mursia, 2025), il PCI togliattiano arriverà addirittura ad approvare i piani di Belgrado per una futura cessione alla Jugoslavia dell’intera Venezia Giulia .Solo 60 anni dopo, a febbraio 2006, Piero Fassino, con l’intenzione di parlare per tutto il partito, avrà il coraggio di ammettere ufficialmente le responsabilità di tutta la sinistra nelle tragedie delle Foibe (circa 20.000 morti, ma stime precise sono difficili) e dell’Esodo di circa 300.000 italiani, dal ’45 sino a metà anni ’50, dalle terre istriane, fiumane e dalmate. Mentre a febbraio del 1947, il Trattato di Parigi tra l’Italia e le potenze alleate dispone, con scelta marcatamente filojugoslava (inutilmente contestata, in un coraggioso discorso, dal premier italiano Alcide De Gasperi) la cessione a Belgrado di vari territori (principalmente l’Istria, comprese alcune isole, Zara e Fiume) che l’Italia aveva ottenuto col Trattato di Rapallo del 1920 e il Trattato di Roma del 1924. Trieste veniva eretta a Territorio libero, e sarebbe tornata all’Italia nell’autunno di sette anni dopo, 1954.
Ma torniamo alla tragedia di Vergarolla del 18 agosto 1946. Poco tempo fa – ricorda ancora Maria Antonietta Marocchi nel suo saggio – è stata inaugurata a Trieste, tra la commozione di tanti cittadini, una stele in memoria di Geppino Micheletti, primario medico dell’ospedale Santoro di Pola: che subito dopo la strage lavorò giorno e notte per curare i tanti feriti, pur sapendo bene che, tra le vittime, c’erano stati anche i suoi due figli, Carlo, di nove anni, e Renzo, di sei. E cita, sempre la studiosa, la testimonianza di Claudio Perucich, classe 1942: partito poi da Pola nel ’49, due anni dopo la prima massiccia fase dell’Esodo, ed oggi in Australia. Lo zio Antonio Riboni, fratello della madre, di idee socialiste (ma non per questo disposto a tradire l’Italia appoggiando le mire imperialistiche di Tito), presente a Vergarolla quel dannato 18 agosto, indagò a lungo sull’attentato nell’ambiente filotitino di Pola, al punto di attirarsi i sospetti non solo di comunisti e socialisti locali, ma anche di Scotland Yard, che coordinava le indagini alleate. Sinchè “quello che seppe lo lasciò distrutto”, riferisce sempre Perucich citato da Maria Antonietta Marocchi; e, sentendosi in parte responsabile per tutto quel che era successo a Pola, quel 18 agosto “ e dintorni”, alfine crollò e morì, rivelando però prima, alla sorella, tutto quel che aveva scoperto. ”Era evidente a tutti”, prosegue la Marocchi, “…che il mandante era Tito, ma oggi per la prima volta il racconto di Perucich…offre la testimonianza concreta che mancava. Con un eccidio tanto efferato”, tra i civili in un giorno di festa, e uccidendo decine di bambini, “Tito spezzava il sogno di una cittadinanza ancora convinta che Pola sarebbe rimasta italiana”. Vergarolla, insomma, conclude la Marocchi, “segnò la fine di Pola e inizio dell’esodo, ma fu anche la prova generale della guerra fredda a livello internazionale (solo 5 mesi prima, il 5 marzo, Winston Churchill, in visita negli USA, in uno storico discorso a Fulton Oaks, nel Missouri, aveva coniato l’espressione “Cortina di ferro”: avvertendo l’ Occidente contro la minaccia d’una progressiva, rigida sottomissione ai sovietici, e loro alleati, di tutta l’Europa orientale) e dello stragismo d’Italia nei decenni a venire”.
Fabrizio Federici .