“Secondo i dati Istat, l’occupazione cresce e la disoccupazione diminuisce. È un dato positivo, ma non è abbastanza per dire che il nostro mercato del lavoro ha superato le proprie criticità strutturali. La quantità non è detto sia qualità”.
È quanto ha dichiarato la segretaria confederale della Uil, Ivana Veronese.
“Una parte rilevante della crescita occupazionale è connessa ai cambiamenti demografici e all’innalzamento dell’età pensionabile. L’aumento di occupati, infatti, tra il 2021e il 2026 – ha spiegato la segretaria della Uil – ha interessato in particolare la fascia tra i 50 e i 64 anni (+7,8%), mentre tra i giovani di 15-24 anni, il tasso di occupazione è diminuito dell’1,2 % e l’inattività è aumentata del 4,1%.
È ora di riflettere sulla sostenibilità di un sistema nel quale si lavora più a lungo, mentre le nuove generazioni entrano più tardi e con difficoltà nel mercato del lavoro, affrontando spesso lunghi periodi di transizione tra studio, formazione e lavoro precario. Non conta, solo quanti giovani lavorano, ma anche e soprattutto a quali condizioni. Altro nodo irrisolto, poi – ha aggiunto Veronese – è il divario occupazionale di genere aggravato dalle difficoltà di conciliazione vita-lavoro, dalla carenza di servizi per l’infanzia e la cura, dalla maggiore diffusione del part-time e dalle penalizzazioni che possono accompagnare maternità e percorsi professionali”.
“L’Italia non ha bisogno soltanto di più occupati: ha bisogno di lavoro stabile, dignitoso, sicuro e adeguatamente retribuito. La quantità dell’occupazione – ha concluso Veronese – deve tradursi in qualità del lavoro e in un miglioramento concreto delle condizioni sociali di tutti e tutte”