Esteri

Verso la terza Repubblica

Berlusconi-fiducia Letta

Berlusconi-fiducia LettaIl voto di fiducia al governo Letta segna la fine della Seconda Repubblica, cioé del periodo più buio ed angoscioso della nostra storia patria. Abbiamo vissuto vent’anni in cui la vita pubblica è stata dominata dal conflitto cruento fra berlusconiani e anti-berlusconiani, un bipolarismo che non ha garantito né governabilità né progresso economico-sociale. L’impoverimento generale e la disoccupazione sono davanti ai nostri occhi e sono principalmente dovuti ad un sistema politico incapace di riformarsi. Siamo ancora qui a favellare a vuoto di riforma elettorale, di correzione del bicameralismo e di abolizione delle province.

Se è vero, come scrive acutamente Rino Formica, che il partito di Berlusconi è “neo-aziendalismo politico, in cui il potere è personale e indivisibile”, con il voto al Senato del 2 ottobre, Silvio Berlusconi ha vissuto il suo 25 luglio: anche se, come talora accade, la storia si è ripetuta con accenti farseschi. Alludo alle contorsioni e alle piroette dello stesso Berlusconi e di molti parlamentari del Pdl, compresi quelli che pretendevano di compiere il parricidio con la benedizione della vittima. Sta di fatto che si è dimostrata la possibilità di realizzare un governo di grande coalizione senza soggiacere ai diktat dell’uomo di Arcore, che oggi assomiglia a quel guerriero dell’Ariosto che “andava combattendo ed era morto”.

So bene che il Cavaliere ha sette vite come i gatti. Di sicuro userà l’assegnazione ai servizi sociali come efficace trampolino mediatico, ma la sua parabola è al termine. Berlusconi può essere polticamente utile solo se asseconderà la leadership di Angelino Alfano. Se volgiamo lo sguardo all’altro polo, constatiamo che nel Partito democratico, dopo la bruciante sconfitta nelle elezioni del febbraio scorso, è in corso una mutazione generazionale, frutto della emarginazione del gruppo dirigente post-comunista. Certo, gli epigoni del Pci fanno quadrato e manipolano le regole. Ma è una tecnologia ormai consunta.

Enrico Letta e Matteo Renzi sono i nuovi leader che dominano la scena; in modo felpato ma incisivo il primo, in modo dirompente il secondo. Entrambi sanno che per vincere le elezioni non basta chiamare a raccolta chi vuole la lapidazione del Caimano-Giaguaro. Serve semmai mietere nell’orto del vicino, come raccomandava Togliatti. La loro rivalità è già in atto, ma c’è spazio per entrambi fra le macerie del bipolarismo fallito. Non sarà una coesistenza facile, come non lo era quella fra i “cavalli di razza” della Dc, Moro, Fanfani, Andreotti, o fra i leader del Pci, Berlinguer, Ingrao e  Napolitano, e cosi pure fra Pietro Nenni e Riccardo Lombardi, tutti leader che seppero convivere.

Il rottamatore Matteo Renzi interpreta in modo dirompente la diffusa voglia di voltare pagina, ma non è esauriente sui contenuti della strategia per cambiare l’Italia. Sembra però fermo sulla proposta di portare finalmente il Pd nell’Internazionale socialista. Enrico Letta, per parte sua, giovandosi dell’aiuto del capo dello Stato, ha superato con abilità una crisi drammatica, forte dell’eredità del suo maestro Andreatta, ma anche della propria capacità di costruire alleanze, come sapeva fare Giulio Andreotti. Di quest’ultimo ricorda la versatilità in campo internazionale, anche perché è poliglotta.

Ora la politica deve rialzare la testa, affossando i cosiddetti “talk show”, stucchevoli salotti televisivi, dove il  dialogo è sostituito dall’alterco, sotto la sferza degli strapagati e “schierati” conduttori, spesso urlanti e scamiciati. Nessuno dei leaders della prima Repubblica sarebbe andato a farsi sbertucciare da Floris o da Formigli! Ma non basta ancora. Per aprire le porte alla Terza Repubblica è necessario affrontare e risolvere la “questione giustizia”, che non riguarda solo Berlusconi, ma la vita democratica del Paese.

Basta pensare alle condanne della Corte Europea dei diritti dell’uomo e alla la lentezza dei processi che blocca gli investimenti esteri e spinge le nostre imprese a trasferire altrove i loro impianti. A ciò si aggiunge l’alleanza “senza se e senza ma” fra la magistratura ed il Pd, che ha voluto attribuire la presidenza del Senato – la seconda carica dello Stato – all’ex Procuratore Piero Grasso. E’ una democrazia malatissima quella in cui le “svolte” storiche sono figlie dello straripamento del potere giudiziario.

Se è vero che alle grandi crisi può seguire il risveglio, è lecito sperare che alle prossime elezioni la maggioranza dei cittadini, consapevole che Grillo non è la soluzione dei loro problemi, darà prova di saggezza, propiziando la stabilità, le riforme e lo sviluppo. Nei momenti cruciali gli elettori si sono mostrati più saggi dei protagonisti della vita politica. Si apre ora per i socialisti, come ha opportunamente rimarcato Riccardo Nencini, una fase di riflessione. Essa dovrà riguardare sia i contenuti del programma che il governo Letta dovrà attuare, compresa la riforma elettorale ed istituzionale, sia la prospettiva politica generale.

Mi limito a qualche sommaria notazione. Se il bipolarismo si è dimostrato fallimentare, non mi pare il caso di insistere in una sua riabilitazione. Mancano e continueranno a mancare le due grandi famiglie (popolari e socialisti) presenti nella maggior parte dei paesi europei: senza dire che la dicotomia si sta indebolendo in molti paesi del vecchio continente. Anche se Renzi lo ha promesso, ho qualche dubbio che il Pd aderirà al Pse e all’Internazionale Socialista, per altro verso, mentre mi pare frettolosa la tesi di chi vede nel successo del binomio Letta-Alfano la reincarnazione della Dc, dopo una letargia ventennale, secondo lo schema vichiano dei corsi e ricorsi.

La tesi è troppo semplicistica. Semmai mi intriga il teorema, prospettato da Paolo Franchi sul Corriere, secondo il quale l’Italia si governa dal centro e che in questa ottica con Craxi prese corpo la centralità socialista. Ecco perché, a mio parere, il Psi, senza essere subalterno a chicchessia, dovrà dialogare con la nuova generazione che è già, e rimarrà a lungo, al timone del Pd ed interloquire con rispetto con i dirigenti dell’ala moderata del Pdl: nella consapevolezza che il progresso si nutre del ricambio delle elites e dei progetti lungimiranti che le nuove guide sono in grado di concepire e realizzare.

Fabio Fabbri