Quando nel 1982 Pino Daniele uscì con l’album Bella ‘mbriana, capii che mi trovavo difronte a qualcosa di nuovo ma allo stesso tempo di profondamente antico. Pino Daniele, che da Terra Mia in poi aveva nutrito la mia discografia, per quel disco aveva chiamato a suonare gente come Wayne Shorter e Alphonso Johnson, due monumenti del jazz internazionale e li aveva mischiati a una parte di quegli stessi artisti che insieme a lui, l’anno prima, avevano dato alla luce uno dei dischi più importanti della storia della musica italiana, Vai mo’.
Immaginavo che dopo Vai mo’, il mondo non sarebbe più stato lo stesso. E quando Bella ‘mbriana atterrò sul mio giradischi, capii anche il perché. Pino Daniele frullava di tutto e lo faceva con una eleganza e una perizia unica per quei tempi, dando alla musica un carattere internazionale ma che allo stesso tempo riusciva a conservare quel forte legame con la terra d’origine. Tant’è che i critici iniziarono a parlare di world music anche se era molto altro. La musica certamente era meravigliosa, ma anche il cantato con il dialetto e l’italiano che si fusero con l’inglese e con l’antica parlesia.
“Che bellu jammone ma nun se fa’ capì” canta Pino in Tarumbò, ed è tutta in questa frase, che personalmente mi fece scoprire questa antica lingua e tutto quello che essa racconta, il significato di questo bellissimo libro uscito per Minimum Fax “Parlesia. La lingua segreta della musica napoletana” scritto dalla giornalista Valeria Saggese con una introduzione affidata alla penna di Gino Castaldo, tra i critici musicali più apprezzati.
Non farsi capire era lo scopo della Parlesia, “il contrario teorico di quella che dovrebbe essere l’ambizione di una lingua” scrive Castaldo. Un modo di parlare confezionato “al tavolino di un immaginario carrozzone zingaro, giocando d’azzardo, litigando, cantando, e perciò vera, utile, funzionante”. La Parlesia di cui scrive la Saggese, “sono parole che si legano per assonanza e risonanza alla musica – continua Castaldo – perché dalla musica provengono, per non dire che la stessa musica è a suo modo una lingua segreta”.
Ma è riduttivo dire che questo libro si occupa solo di Parlesia. Anzi l’antica lingua sembra essere quasi un pretesto per solcare i mari della musica napoletana. E’ il filo d’Arianna che la Saggese usa per raggomitolare ricordi, suoi e dei musicisti che incontra. Un libro a metà strada tra il saggio e il romanzo, un documentario scritto con la sensibilità di una donna che guarda a quel neapolitan power in maniera altra. Forse perché Valeria Saggese, prima di essere una giornalista, è parte di quel mondo.
E’ lei che ci fa entrare nella cucina del percussionista Rosario Jermano riuscendoci quasi a farci sentire il sapore del sugo alla genovese che ribolle sui fornelli. E qui, con Lino Vairetti e Paolo Raffone, si racconta dei Batracomiomachia, della Grotta alle Fontanelle e degli inizi con Pino Daniele. E sempre lei che ci porta dentro lo studio di Eugenio Bennato, al Vomero, in via Aniello Falcone, a farci scoprire la magia di certi luoghi sacri della musica napoletana. “Noi adolescenti dei Sessanta – racconta Eugenio – volevamo scegliere un’immagine diversa di Napoli, che già stava andando in un’altra direzione con l’arrivo dello swing… Io e i miei fratelli Edoardo e Giorgio ascoltavamo da Elvis a Bob Dylan, eravamo napoletani ma con l’idea di diventare internazionali”. Con lei si va a via Santa Brigida per andare a pranzo con Enzo Gragnaniello e la moglie, “e poi saliamo in un vicolo laterale di via Toledo per prendere un caffè a casa loro. Cinque piani a piedi, ma ne vale la pena”. “Io sono nato a vico del Cerriglio, dalle parti dell’Università” le racconta Enzo, “un vicolo strettissimo dove già nel Medioevo c’era la famosa Locanda del Cerriglio, e c’è ancora. Da Benedetto Croce a Giambattista Basile ci sono passati tutti i grandi artisti, persino Cavaraggio”. E proprio per essere nato in questo posto, racconta ancora Gragnaniello “percepisci Napoli dalle unghie fino a sopra i capelli, e non ti senti solo napoletano: sei un frammento della città”.
E sempre lei ci porta per mano nel camerino che divideva come ballerina con la grandissima Fausta Vetere, voce immensa della Nuova compagnia di canto popolare, nello spettacolo “La gatta cenerentola”. Un giorno racconta la Vetere a Valeria Saggese mentre specchiandosi si trucca e si pettina prima di andare in scena “passeggiando con De Simone, gli chiesi cosa fosse quel linguaggio. Roberto mi rispose: “Questa è parlesia”. Era un linguaggio completamente sconosciuto all’epoca e quando non volevamo farci capire dagli altri ci esprimevamo così. Spesso dicevo: “Robè, guarda ’a jamma a lautte” oppure “appunisce ’o jamme!”. E ancora Valentina Stella incontrata salendo via Mezzocannone, alla caffetteria Nannì. “Ho scoperto la parlesia con mio padre e anche con il maestro Tumolillo, che suona ’o tagliero. È un grande violinista, parla ancora la parlesia. Quando ci sentiamo dobbiamo sempre mettere qualche parola in mezzo”. E poi al telefono con la lady del jazz internazionale, Maria Pia De Vito che sorprese Mauro Di Domenico e Eugenio Bennato che alla fine di un provino dissero fra loro: “A jamma è primissima” e lei prontamente rispose: “’A jamma appunisce tutte cose!”.
Cosa significano queste due frasi? Basta leggersi il libro per scoprirlo. Ma non vi soffermate solo sulle parole lasciatevi trascinare in questo viaggio della Saggese tra case magiche, fantasmi, suoni, strade e ricordi preziosi. Chi ha amato questi musicisti e la loro musica, in questo libro trova anche e soprattutto le ragioni di quel sentimen che ci ha guidato attraverso dischi e live che ci hanno insegnato a scoprire la musica di tutto il mondo. E insieme a quei suoni “Don’t make us soffer any more”, come canta Pino.
Per chi volesse ascoltare queste storie dal vivo, la Saggese sarà a Perugia Libri il 28 ottobre; a Napoli 10 novembre; a Milano 17 novembre e a Bari il 23 novembre.