Ci sono tragedie davanti alle quali la prima reazione dovrebbe essere il silenzio. Il rispetto per una bambina di cinque anni, per la sua vita spezzata e per una famiglia travolta da una vicenda che lascia dolore e interrogativi. La morte di Bianca, insieme a quella dei suoi genitori Luca e Valentina, non può essere trasformata in una semplice vicenda di cronaca e, soprattutto, non può essere utilizzata per cercare facili spiegazioni o giustificazioni.
L’uccisione di una bambina non può essere giustificata. Ma una società democratica e civile ha il dovere di interrogarsi sulle condizioni che possono accompagnare la vita di una famiglia quando la disabilità richiede assistenza continua e permanente. Ed è qui che la questione diventa anche politica, nel senso più nobile della parola: quale società vogliamo costruire? Una società nella quale la cura di una persona fragile viene considerata principalmente un problema privato della famiglia oppure una responsabilità collettiva? La risposta, per chi crede nei valori del socialismo, non può essere ambigua.
La persona viene prima del profitto, la dignità prima dell’interesse economico, il diritto all’assistenza prima della logica del risparmio. Una famiglia che ha al proprio interno una persona con grave disabilità non dovrebbe essere costretta a trasformarsi in un piccolo sistema sanitario privato.
Non dovrebbe essere obbligata a sostituire continuamente ciò che dovrebbe essere garantito da una rete pubblica efficiente. Il welfare non è un favore. È un diritto. L’assistenza non è una concessione. È una forma concreta di uguaglianza. E la solidarietà non può essere affidata soltanto alla buona volontà dei singoli. In una società realmente progressista, lo Stato deve intervenire proprio dove la condizione individuale rischia di produrre disuguaglianza. Perché una famiglia con un figlio gravemente disabile parte spesso da una situazione di maggiore difficoltà rispetto ad altre famiglie.
Se le istituzioni non intervengono adeguatamente, quella differenza rischia di trasformarsi in esclusione. Non basta allora parlare genericamente di inclusione. Bisogna finanziarla. Servono servizi territoriali funzionanti, assistenza domiciliare adeguata, personale qualificato, sostegno alle famiglie, servizi di sollievo, assistenza psicologica, percorsi educativi e riabilitativi. Servono politiche del lavoro che permettano ai genitori di non essere costretti a scegliere tra occupazione e cura.
Perché anche il lavoro è un diritto sociale. E quando un genitore è costretto ad abbandonarlo perché non esiste una rete assistenziale sufficiente, non siamo davanti soltanto a una difficoltà familiare: siamo davanti a una questione di giustizia sociale. C’è poi il tema del futuro. Una società socialista dovrebbe avere una concezione del welfare che non si limiti all’emergenza. Deve progettare il futuro delle persone fragili insieme alle loro famiglie, garantendo continuità e autonomia per quanto possibile.
Il cosiddetto “dopo di noi” non può iniziare quando i genitori non ci sono più. Deve essere costruito molto prima, quando la famiglia è ancora presente, affinché il futuro non rappresenti una minaccia ma una possibilità. Tutto questo non significa attribuire automaticamente responsabilità a chi lavora nei servizi sociali o sanitari. Migliaia di operatori svolgono ogni giorno il proprio lavoro con professionalità e umanità, spesso affrontando a loro volta carenze di personale e risorse.
Il problema è più grande del singolo operatore. È il modello complessivo che dobbiamo avere il coraggio di discutere. Uno Stato sociale forte non si misura soltanto quando tutto funziona. Si misura soprattutto quando una persona è fragile, quando una famiglia è in difficoltà, quando qualcuno ha bisogno di essere sostenuto e non riesce più a farcela da solo.
È proprio in quei momenti che si vede se la parola “solidarietà” è soltanto una dichiarazione oppure una politica concreta. La tragedia di Luca, Valentina e Bianca deve quindi lasciarci una domanda politica e umana: quanto siamo disposti, come società, a investire per garantire dignità a chi ha più bisogno? Perché una società giusta non lascia la cura dei più fragili sulle sole spalle delle famiglie. Una società giusta costruisce intorno a loro una comunità.
E una politica autenticamente socialista dovrebbe avere proprio questo compito: ridurre le disuguaglianze, difendere i diritti sociali e impedire che la fragilità di una persona diventi la solitudine di un’intera famiglia. Non possiamo restituire la vita a Bianca. Possiamo però scegliere che cosa fare del dolore che questa tragedia lascia dietro di sé. Possiamo scegliere di costruire più welfare, più servizi, più diritti e più solidarietà. Perché il grado di civiltà di una società non si misura dalla forza dei suoi cittadini più forti, ma dalla capacità di non abbandonare quelli più fragili.
Calogero Jonathan Amato
Dirigente Regionale PSI Sicilia