Tra “la morte della patria” e il riscatto morale: il ruolo guida di Nenni, Pertini, Bonomi
Per Ernesto Galli della Loggia l’8 settembre del 1943 era il momento più tragico della nostra storia unitaria: il caos di quel giorno, la ritirata dei vertici dello Stato verso Brindisi, l’abbandono al loro destino dei soldati e della popolazione civile erano i sintomi irreversibili della “morte della patria”.
Carlo Azeglio Ciampi, da presidente della Repubblica, propose un diverso modo di interpretare il giorno nefasto, invitando a cogliere la scintilla di luce nell’ora più buia, a partire dalla battaglia di Porta San Paolo che rappresentò la prima espressione di una volontà combattiva contro l’occupante nazista e nello stesso tempo contro l’ordine autoritario che aveva caratterizzato i venti anni precedenti.
Se l’attenzione si sposta dal negativo al positivo, emerge allora il grande ruolo dei socialisti nel momento in cui crollava il vecchio ordine. Il Partito Socialista (allora PSIUP) fu tra i primi a invocare la guerra di liberazione e a congiungere il riscatto nazionale con la giustizia sociale. Dove erano le personalità più importanti del socialismo nella giornata dell’8 settembre?
Pietro Nenni e Sandro Pertini si trovavano a Roma. Nenni, liberato dal confino a Ponza dopo il 25 luglio, era rientrato in agosto nella capitale: prima di partire aveva fatto in tempo a vedere con il cannocchiale il dittatore deposto che proprio a Ponza veniva condotto prima di essere trasferito sul Gran Sasso.
Anche Pertini, liberato dal confino a Ventotene, non aveva pensato a mettersi al riparo dai pericoli incombenti, ma si era recato immediatamente a Roma per organizzare l’azione armata.
Guardando retrospettivamente si può cogliere allora questo procedere verso direzioni opposte: i vertici dello Stato – la corona e il governo – che pensano principalmente a rifugiarsi in un luogo sicuro, senza approntare nessuna strategia di contenimento della prevedibile calata dal Nord della Wehrmacht, gli esponenti del socialismo che con autentico coraggio civile si recavano proprio nell’epicentro della tempesta, Roma.
Sin dalle prime ore del 9 settembre Sandro Pertini prese personalmente le armi e partecipò in prima linea ai combattimenti di Porta San Paolo al fianco dei granatieri e dei civili, che cercavano di sbarrare la strada alle truppe tedesche. Nelle stesse ore Nenni partecipava alle riunioni clandestine che portarono alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale.
Anche Giuseppe Saragat il 9 settembre fu tra i firmatari dell’atto di nascita del CLN. Nei mesi successivi, durante l’occupazione nazista di Roma, verrà arrestato insieme a Pertini e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, dal quale entrambi evaderanno nel gennaio del 1944.
Un ruolo importante di garanzia svolse Ivanoe Bonomi, la figura che riuscì a mettere d’accordo gli esponenti moderati dell’antifascismo con le anime più radicali. Peraltro Bonomi nei giorni precedenti al 25 luglio aveva svolto un ruolo di collegamento anche con gli ambienti della corona. Per tali motivi proprio nella sua abitazione romana venne costituito il CLN e Bonomi fu eletto presidente del comitato con voto unanime. Il Comitato di Liberazione, che incarnava il nuovo senso di Unità Nazionale, trovava dunque il suo punto di riferimento in una figura del socialismo riformista.
All’inizio del Novecento Bonomi era insieme a Turati e Treves uno dei massimi esponenti dell’ala riformista del PSI. Direttore dell’Avanti! tra il 1903 e il 1908, viene espulso dal partito al congresso di Reggio Emilia del 1912 su pressione dell’ala massimalista, che vedeva all’epoca come esponente emergente Benito Mussolini. Anche qui – come nell’avvistamento dal cannocchiale di Nenni … – una sottile nemesi storica: il riformista che era stato espulso dal partito su mozione del massimalista Mussolini a distanza di 30 anni guidava il comitato di liberazione nazionale e in seguito il primo governo politico dopo la caduta del dittatore.
Nel tumultuoso congresso di Reggio Emilia, a Bonomi, come a Bissolati, veniva imputato il sostegno alla campagna di Libia e più in generale un’apertura al governo Giolitti e alla istituzione monarchica. Al di là delle circostanze politiche del momento, i due esponenti riformisti puntavano alla realizzazione di quello che anni dopo si sarebbe definito un “socialismo tricolore”. Dopo l’espulsione Bonomi e Bissolati fondano il Partito Socialista Riformista Italiano (PSRI), poi confluito nella coalizione del Partito Democratico Sociale. Nel frattempo Bonomi giungeva al XXXIII grado del Rito Scozzese nell’Obbedienza di Piazza del Gesù (la Gran Loggia d’Italia).
La posizione di particolare equilibrio di Bonomi gli valse la designazione a presidente del consiglio nel 1921, dopo le elezioni che videro uno spostamento a destra e l’ingresso alla Camera dei deputati fascisti all’interno dei Blocchi. Bonomi promosse un difficile “patto di pacificazione” tra socialisti e fascisti, che fu boicottato dai ras dello squadrismo, ma anche dai socialisti massimalisti. Poi fu la dittatura.
Dopo la liberazione di Roma, la convergenza tra partiti antifascisti realizzata nel CLN diventa formula di governo e Bonomi è chiamato a guidare la prima coalizione di unità nazionale. Nello stesso tempo è a capo di un piccolo partito, Democrazia del Lavoro, destinato a scomparire negli anni successivi, mentre l’elettorato socialista si sarebbe distribuito tra i partiti di Nenni e Saragat.
E tuttavia, per ricostruire il quadro non si può dimenticare colui che nella giovinezza fu intransigente socialista massimalista e che nella fase conclusiva della sua parabola accarezzava l’idea di un improbabile ritorno alle origini socialiste… Questo era il senso della proclamazione da parte di Mussolini di una repubblica che fosse “sociale” (RSI). In realtà quella repubblica era un territorio occupato dove dominavano i nazisti e i decreti di “socializzazione” rappresentarono una formula retorica che non attirava i lavoratori (come poteva dopo venti anni di diritti politici e sindacali negati?) e veniva boicottata dagli autentici padroni del territorio che erano i tedeschi. Nel marzo del ’44 gli operai risposero con un imponente sciopero generale. Questo sciopero giungeva esattamente un anno dopo gli scioperi del marzo 1943 che avevano rappresentato il primo segnale di rivolta contro la dittatura.
Alfonso Piscitelli