Tra le polemiche per la “proletaria” (e orribile) t-shirt di Jasmine Trinca a Venezia e la delusione per un cinema italiano che continua a non occuparsi del cambiamento climatico, il più grande problema dei giorni nostri, persino un prodotto come “Mutiny – Invertire la rotta”, del francese Jean-François Richet in trasferta negli Stati Uniti, può apparire come qualcosa di più coerente, nella sua madornale insipienza. È uno di quei film che non passeranno mai alla storia, ma di una spontaneità di cui tutti abbiamo bisogno. Almeno una volta al mese quando andiamo a “distrarci”.
La storia, in poche righe, è quella di Cole Reed, ex agente di polizia ora guardia del corpo di Tibu, un miliardario di Bangkok. Lui e il suo capo subiscono un attentato. Lui si salva ma Tibu muore. Viene incastrato con l’accusa di omicidio. Non si dà per vinto e cerca di inseguire gli assassini del suo padrone, che si sono imbarcati su una nave cargo nel Pacifico. Lì scopre un bieco traffico di esseri umani. Cercherà di salvare i malcapitati con l’aiuto della spigliata Angie Ellis, non senza trascurare la vendetta nei confronti dei suoi sicari. Ovvietà in tutto e per tutto, che gettano però una brezza frizzante in faccia allo spettatore meglio di qualsiasi condizionatore.
Il protagonista Jason Statham è un palese riflesso di Bruce Willis, ma come uomo d’azione ci appare credibile e abbastanza apolitico. Non può mancare la solita bionda e bellissima di turno in canotta. Però Annabelle Wallis è anche brava. I combattimenti, specialmente nel climax, ricordano i migliori videogames che hanno fatto andare il cervello in pappa a tutti i miei coetanei. Ma proprio per questo hanno qualcosa di stupidamente strepitoso.
Dello stesso regista potevano apparirci più mordaci e autoctoni i due “Nemico pubblico” oppure “Un momento di follia”, interpretati dal suo feticcio Vincent Cassel. Eppure i tratti distintivi in “Mutiny” rispetto a altri action all’americana ci sono eccome. Nonostante le solite madornali leggi dello storyboard, Richet riesce a iniettare nella sinuosità dei corpi e delle inquadrature una suggerita sensualità alla quale gli yankees autoctoni sembrano abbastanza indifferenti.
Al cinema si sono tutti sbellicati dalle risa. Eppure non è un film comico. Ma è meglio così. Preferisco mille volte una piacevole serata tra amici e ragazze a divertirsi con un prodotto d’azione senza pretese e qua e là – diciamolo – non involontariamente ridicolo, piuttosto che con i soliti sermoni italioti oggettivamente antipopolari e costruiti a tavolino a suon di messaggi buonisti, nel patetico tentativo di dirottare le coscienze verso una logica politica radical-chit (la t non è un errore di battitura), che ormai non rappresenta quasi nessuno. Soprattutto i più giovani.