Esattamente 25 anni fa, l’11 settembre 2001, data spartiacque della storia mondiale. Quel giorno, un martedì, 19 dirottatori, tutti variamente legati ad Al-Qaeda, o comunque al terrorismo islamista. presero il comando di quattro aerei di linea passeggeri USA (due Boeing 757 e due 767,) in viaggio verso la California: tre diretti a Los Angeles ed uno a San Francisco (tutti appositamente scelti perché pronti a lunghi voli, e quindi carichi di carburante).
Due aerei (l’American Airlines n.11 e l’United Airlines 175) furono fatti schiantare, a New York, rispettivamente contro le torri Nord e Sud del World Trade Center, nel quartiere Lower Manhattan , cuore economico-finanziario e culturale della città. Nel giro di 1 ora e 42 minuti, entrambe le torri crollarono: detriti e incendi causarono poi il crollo, parziale o totale, anche di tutti gli altri edifici del complesso del WTC. Un terzo aereo, l’American Airlines 77, fu fatto schiantare contro il mitico Pentagono, sede del Dipartimento della Difesa, nella contea di Arlington, in Virginia, causando il crollo della facciata ovest dell’edificio. Un quarto aereo, infine, l’United Airlines 93, fu inizialmente indirizzato verso Washington (leggi Campidoglio o Casa Bianca), ma precipitò poi in un campo della Pennsylvania, a seguito d’ una coraggiosa rivolta dei passeggeri contro i dirottatori (struggenti, le storie di alcuni passeggeri che riuscirono, poco prima che l’aereo precipitasse, a chiamare le proprie famiglie con i cellulari).
BILANCIO dell’ “azione” di Al Qaeda: la morte di 2977 persone, e il ferimento di altre 6000 circa. Negli anni successivi, avvennero altri decessi, a causa di tumori e malattie respiratorie legati alle conseguenze degli attacchi, specie alla prolungata esposizione di tanta gente ai gas velenosi sprigionati dalle esplosioni e dagli incendi a catena creatisi nel WTC.
I sospetti eran subito ricaduti su Al-Qaeda, e gli Stati Uniti, com’è noto, reagirono con l’operazione militare internazionale “Giustizia infinita” (nome poi corretto in “Libertà duratura”, con l’intento ufficiale di non offendere l’insieme delle comunità musulmane). Attaccando a ottobre 2001, meno di un mese dopo l’11 settembre, l’Afghanistan per deporre il regime dei Talebani (andato al potere dopo l’uscita di scena dei sovietici dal “Vietghanistan” afghano”, nel 1989 e dintorni, durante la perestrojka gorbacioviana), neutralizzare Al-Qaeda e catturare o uccidere il suo leader , Osama Bin Laden. Il Congresso USA approvò la legge speciale antiterrorismo, il “Patriot Act”, definendolo utile per perseguire il terrorismo e altri crimini. I gruppi per le libertà civili han però criticato questa legge, sostenendo che permette agli organi di polizia di invadere la vita privata dei cittadini, eliminando il controllo da parte della magistratura sulla polizia e i servizi segreti interni (mentre inalterati dovrebbero risultare i poteri di controllo da parte delle apposite Commissioni parlamentari, analoghe a quelle italiane; da notare poi che polemiche simili . negli USA, erano sorte già 140 anni prima, per le temporanee limitazioni dei diritti civili seguite al trauma collettivo dell’assassinio di Lincoln). La stessa amministrazione Bush, per0’, nel 2001-’02 indicò gli attacchi dell’11 settembre per giustificare l’inizio di un’operazione segreta della NSA; National Security Agency, l’ente responsabile della sicurezza nazionale (che, però, non dispone di agenti sul campo e si concentra soprattutto su monitoraggio e raccolta di informazioni per intelligence e controspionaggio estero e nazionale, proteggendo inoltre le comunicazioni degli enti governativi e militari USA). Volta a «intercettare comunicazioni via telefono ed e-mail tra gli Stati Uniti e persone all’estero senza mandato».
E Osama Bin Laden? Benchè inizialmente avesse negato ogni tipo di coinvolgimento, nel 2004 invece si dichiarò responsabile dei fatti dell’11 settembre. Al-Qaeda, da lui guidata, citò come moventi il supporto USA ad Israele, la presenza di truppe statunitensi in Arabia Saudita (Paese natale di Osama, che peraltro, in passato aveva a lungo collaborato con la CIA, in funzione antisovietica in Afghanistan ) e le sanzioni contro l’Iraq (che nel 2003, gli USA, forti anche del consenso di gran parte dell’Occidente alle operazioni in Afghanistan, avevano pienamente attaccato, causando la fine del regime di Saddam Hussein). Gli attentati rappresentarono inoltre la prima volta in cui fu invocato l’articolo 5 del Trattato istitutivo della NATO, che considera un attacco armato a un Paese membro dell’organizzazione come attacco alla NATO nel suo insieme: da qui, anzitutto la piena partecipazione britannica all’intervento armato USA in Afghanistan del 2001, conclusosi a fine anno con la rimozione (rivelatasi, poi, solo temporanea) dei talebani dal potere. In quello stesso 2001 – incredibile a ripensarci oggi – le forze militari degli Stati Uniti e della Repubblica islamica dell’Iran cooperarono tra loro, per rovesciare il regime talebano, che aveva avuto conflitti col governo iraniano(vedi BARBARA SLAVIN; 34 Years of Getting to No with Iran, su Politico, 19 novembre 2013, citato da Wikipedia). La “Forza Quds”” iraniana, “incredibile dictu!”, aiutò le forze USA e i ribelli afghani nella rivolta antitalebana del 2001 ad Herat, importante centro del nordest afghano.
Quasi dieci anni dopo l’11settembre, il 2 maggio 2011, la campana di Hemingway sarebbe suonata anche per Osama: nel corso della cosiddetta “Operation Neptune Spear”, azione militare condotta dai Navy SEALS, corpo speciale USA, presso Abottabbad, in Pakistan, sempre nell’ambito della guerra al terrorismo. Senza prima informare – almeno a quel che si sa – il Governo pakistano, le forze americane (azione seguìta in diretta, dalla Casa Bianca, dall’allora Presidente Barack Obama coi piu’ stretti collaboratori), dopo appostamenti di mesi, con un colpo di mano di taglio cinematografico catturarono e uccisero Osama Bin Laden, con un figlio e altre 3 persone.
Pasquale Ferrara, diplomatico di carriera, è stato inviato speciale del ministero degli Esteri in Libia e ambasciatore in Algeria, ha svolto importanti incarichi in piu’ Paesi e a Roma è stato Portavoce e Capo dell’unità di analisi della Farnesina. “Un quarto di secolo fa”, commenta in un’intervista al periodico “La vita del popolo” del 10 settembre, “la reazione degli Stati Uniti fu quella di avviare una presunta guerra globale al terrorismo, che in realtà prendeva impropriamente come riferimento la guerra di civiltà di cui aveva scritto Samuel Huntington. Si diede avvio ad una stagione di cosiddetta esportazione della democrazia per mano militare, con effetti drammatici in Afghanistan (come oggi vediamo in pieno, N.d.R.) e in Iraq. Oggi abbiamo una situazione in cui la guerra non ha più bisogno di mascherarsi con motivazioni ideologiche o moralistiche, ma si presenta senza alcuna remora nuovamente come conquista territoriale, addirittura come strumento privilegiato delle relazioni internazionali” (come teorizzato dalla cosiddetta “Dottrina Donroe”, versione trumpiana di quella ottocentesca del Presidente Monroe, N.d.R.), e, aggiungiamo, naturalissima, senza remore, prosecuzione clausewitziana della politica.
Ma “La lezione principale – prosegue Ferrara – è che l’interdipendenza complessa non è più teoria, ma è più vera che mai. Il dominio mondiale è pura illusione e stoltezza politica. Oggi nemmeno le superpotenze possono più spadroneggiare indisturbate, come dimostra il caso ucraino e quello dell’Iran. Lo si voglia o no, il mondo è strettamente interconnesso”.
Tra i pochi effetti positivi dell’11 settembre, osserviamo infine, c’è stata senz’altro la nascita, in gran parte del mondo, dei corsi (anche universitari con laurea) di mediazione culturale: ormai indispensabili, in un’epoca fortemente segnata, nel bene e nel male, dalla globalizzazione.
Fabrizio Federici